Chiesa e Società / Dopo 80 anni, il vescovo agrigentino mons. Cognata riabilitato da Papa Francesco

1940, in soli 120 giorni – da gennaio ad aprile –  condanna ed esilio. Si tratta della follia della calunnia scoppiata per mons. Giuseppe Cognata, nella primavera del 1939.  E dopo ottant’anni di ingiusto silenzio, il 18 aprile 2020, la firma al decreto di Papa Francesco restituisce onore al leale ed umile Vescovo, fondatore delle Suore Oblate del Sacro Cuore.
Il Papa gli riassegna la nomina di Vescovo della diocesi di Bova, già conferita nel 1933. A darne la notizia ufficiale è stato il Rettor Maggiore dei salesiani, don Angel Artime, nella Celebrazione dei vespri del 18 aprile, svoltasi nella Basilica “Sacro Cuore” di Roma e l’attuale superiora generale Madre Graziella Benghini.
E proprio dalla costa jonica della Calabria, da un borgo medievale, si dipana e si concretizza il 19 luglio 1939 il dramma del “chiacchiericcio”, come suole chiamarlo Papa Francesco,  e delle accuse immorali infondate nei confronti del vescovo salesiano che da un suo viaggio in Vaticano gli pende sulla testa un’amara sentenza: allontanamento dalla diocesi e dall’Istituto da lui fondato. Da quel momento l’esilio: dal 1940 al 1962, ventidue anni di purificazione per colpe non commesse; da Trento a Rovereto a Castello di Codego.
Pur se figlio di avvocato, quest’ultimo personaggio discutibile,  piuttosto che scegliere una linea di difesa ad oltranza, che comunque gli era già stata vietata, risponde con umile silenzio assumendo Dio solo come difensore. Ed i tempi di Dio, è vero, sono lunghi, ma puntuali e precisi.
Dopo ottant’anni, con la determinazione delle superiore generali, succedute nel tempo, la volontà ferma dei Superiori salesiani, a cui mons. Cognata apparteneva per vocazione religiosa, ed al Postulatore  non si è mai bloccato il dialogo con i Papi e la ricerca della verità.
Finalmente, Papa Francesco, il Papa della “parresia”, ossia del diritto-dovere di dire la verità, dopo aver appurato i fatti, riflettuto e invocato la luce dello Spirito, ha dato una svolta alla questione ed ha sciolto dubbi di coscienza. Un primo tentativo di reintegrazione era stato eseguito anche da Papa Giovanni XXIII e poi da Paolo VI. Essi, per farlo partecipare alle sessioni del Concilio Vaticano II, lo nominarono  nel 1962 titolare di Farsalo, città della Grecia orientale.
Percorriamo in sintesi ed a ritroso la storia del siciliano mons. Cognata, nativo di Agrigento,  salesiano dal 1908 ed eletto da Pio XI vescovo nel Concistoro del 16 marzo 1933, Anno Santo della Redenzione, con assegnazione a Bova. Il rito di consacrazione si svolse a Roma il 23 aprile, domenica in Albis, nella Basilica del Sacro Cuore.
Da salesiano aveva a cuore la questione giovanile, in particolare i più poveri, con le problematiche connesse all’educazione ed alla cura della formazione integrale del “gregge” a lui affidato. La carità pastorale era il motivo della sua attività apostolica che svolse con intraprendenza e coraggio senza lasciarsi intimorire dalle contrade dissestate o dal cavalcare il dorso di un mulo per spostarsi da una periferia all’altra. Diocesi che aveva conquistato con il suo cuore di padre e l’attenzione propria del pastore.
Ebbe a dire l’arcivescovo di Reggio Calabria, mons. Carmelo Pujìa : «Da tre anni era mio convincimento che solo un vescovo salesiano, con attorno dei confratelli potesse reggere da apostolo pronto a ogni sacrificio, la diocesi di Bova». Anche il predecessore mons. Andrea Taccone scriveva da Bi­tonto: «Con voi, figliuoli di Bova, ho diviso il dolore della lunga vacanza.., con voi oggi godo delle attese finalmente soddisfatte. Mons. Cognata raccoglie il vostro plauso, riaccende la vostra fidu­cia, colma la nostra gioia».
In questo clima, mons. Cognata, discerne i segni dei tempi per la sua diocesi «piccola e bisognosa di aiuto – scriveva l’Amico del Popolo di Agrigento nel 1978 – proprio per la posizione geografica, con paesetti e casolari sparsi sui monti, e immersi nella povertà e nell’ignoranza religiosa».  Le difficoltà socio-culturali dell’Aspromonte e delle zone vicine, rileva don Amedeo Gavioli, ordinato sacerdote da mons. Cognata, «ren­devano l’apostolato più difficile che in terra di missione». Anche il clero, oltre che scarso e insufficiente ai bisogni della popolazione, «risentiva della mentalità e delle abitudini del posto». Facili soprattutto la diffamazione, le malevoli insinuazioni, e certo spirito di rivalsa se non proprio di vendetta, scrive don Luigi Castano nella biografia del Vescovo.
In questo contesto e lasciandosi illuminare dalla Parola di Dio, in particolare  la descrizione del Servo di Iahvè, Isaia cap. 53 versetto 7, che è  “stato sacrificato perché l’ha voluto e non ha aperto la sua bocca”. Parole che divennero l’humus del suo ministero.
Nell’ottobre del 1933, scrive: «Mi si pre­sentò un’idea, […] non si trovavano suore, che si adattassero a condividere disagi e miseria con le poverissime popolazioni della Calabria, bisognose di generosità veramente mis­sionaria! Bisognava dunque abbandonarle alla rovina? Non poteva sorgere un Istituto di spirito missionario, proprio per esse?».  La nuova fondazione nasce l’8 dicembre 1933, festa dell’Immacolata. Scrive: «Nacque così l’Istituto delle Oblate del Sacro Cuore, e si affermò presto contro ogni speranza umana, perché abbondarono mirabilmente le bene­dizioni celesti a suscitare vocazioni e a propagare l’opera».
E proprio a Bova, dopo una espansione mozzafiato dell’opera, cominciarono le chiacchiere di alcune persone a danno del Vescovo a causa della chiusura della comunità di Casal  Bruciato. Racconta Lucio Principali, frequentatore della tenuta, che rimaneva perplesso dal modo di agire del proprietario, tanto che «la posizione delle Oblate si rendeva inso­stenibile, anche in faccia al pubblico, specialmente in faccia alla servitù». E sovente sentiva ripetere: «Ci sarà una scissione». Alcune oblate, infatti,  «cominciarono a mor­dere il freno», e a non vivere pienamente soddisfatte nell’Obla­zione. La spinta al lusso, alle comodità – scrive Anna Vultaggio che conosceva le suore – e le arti del proprietario, le trascinarono fuori di strada.
Lo stop a tale situazioni imposto dal prelato segnò, dal 1938 alla primavera del 1939, la sua lotta contro la diffamazione. La sua strada divenne simile ad un pergolato di rose le cui spine, invisibili, gli si conficcavano nella carne. I disordini di Casal Bruciato lo feri­rono al cuore per i forti danni spirituali e morali. Accuse e denunce contro la sua persona.
E adesso, alla fine di questo calvario,  chi si contenderà l’onore di avere un Beato nella diocesi dello spessore umano e spirituale di mons. Cognata? Sarà Reggio Calabria, Agrigento, Tivoli che custodisce le sue spoglie? Ai posteri l’ardua sentenza.

 Suor Maria Trigila