Chiesa / La Festa di Cristo Re a 100 anni della sua istituzione

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CRISTO RE

Christus vincit, Christus regnat, Christus imperat! Il motto adottato da Carlo Magno per la sua incoronazione e tramandato dai regnanti di Francia, a ricordare da chi provenga ogni potere terreno. Potere che quindi non può essere esercitato in maniera arbitraria, dimenticando di doverne rispondere a Dio.
Ci offre il destro per un approfondimento del senso e del significato dell’incipiente festa di Cristo Re, a 100 anni dalla sua istituzione con l’Enciclica Quas Primas di Papa Pio XI, edita l’11 dicembre 1925. Festa che a distanza di un secolo conserva intatta la sua attualità, ravvisando le cause delle calamità e nequizie della società, allora come ora, nell’allontanamento della maggior parte degli uomini da Gesù. Anzi si staglia al di sopra delle contingenze del tempo in ricognizione della dignità regale del Signore.

Che per questo è prefigurata sin da Genesi nel Protovangelo, nella vittoria della progenie della nuova Madre di tutti gli uomini, sull’antico nemico. Fino al suo definitivo regale compimento in Apocalisse. La cui potestà nel divenire del kronos è profetizzata nel Rampollo giusto che qual figlio di Davide regnerà e sarà sapiente e farà valere il diritto e la giustizia sulla terra (Ger. 23,5) e nella Costituzione di un regno da parte del Re del Cielo che non sarà distrutto in eterno e durerà in eterno (Dan. 2,44).  Annunziata dall’Angelo Gabriele a Maria Vergine e consentita dal suo assenso nel kairos del suo sia!

Per cui Gesù stesso, proclamato l’anno di Grazia del Signore e la prossimità del Regno di Dio, si dichiara Re (Gv. 18,37), essendogli conferito dal Padre ogni potere in Cielo e in terra (Mt. 28,18). Fino a che, alla fine dei secoli, non riduca ai piedi del Trono di Dio tutti i suoi nemici (1 Cor. 15,25). Dando in sé compiutezza al Regno di Dio, che inerisce alla Sua natura divina, ma pure a quella umana.
Così San Giovanni Paolo II: “Il regno di Dio si identifica col regno di Cristo. E’ presente in lui e in lui si attua. Da lui passa, per sua iniziativa agli apostoli e per loro mezzo, a quanti crederanno in Lui: Io preparo per voi un regno, come il Padre l’ha preparato per me (Lc 22,29)” [Ud. 4 settembre 1991].Cristo Re Pantocratore

Poiché la regalità di Cristo si esprime nel servizio, la sua accoglienza che ci dà potere di divenire figli di Dio (Gv.1.12) non può essere difforme. Il servizio ai fratelli ne è quindi la dimensione ineludibile.

Da qui la natura congiunta della risposta di adesione al Regno: nella sfera intima e nella sfera sociale. Ricorda Pio XI che se il Regno dimora innanzitutto nei cuori di ognuno in una dimensione prettamente spirituale, è a essa paritariamente complementare e inscindibile la dimensione comunitaria. Entrambe senza tempo, aggiungerei, come substrato comune dell’edificazione del Regno di Dio per tutti i tempi.

Docet San Giovanni Paolo II che “Dobbiamo ammettere che il regno di Cristo, grazie al quale si aprono davanti all’uomo le prospettive extraterrestri, le prospettive dell’eternità (Gv 18,37), si forma nel mondo e nella temporalità.
Indi, si forma nell’uomo stesso mediante “la testimonianza alla verità” che Cristo ha reso in quel momento drammatico della sua Missione messianica: davanti a Pilato, davanti alla morte sulla croce, chiesta al giudice dai suoi accusatori” [Omelia del 15 novembre1979].

Se non che negli ultimi decenni, pure per una nostra colpevole ignavia, incentivata da una certa cultura (o pseudo tale) volta a emarginare e poi escludere la Regalità di Cristo dalla compagine umana, con la subdola illazione della laicizzazione della società, si è progressivamente affermata una riflessione centrata quasi esclusivamente sul primo profilo a detrimento dell’altro, ormai obliato e quasi abiurato.

Papa Pio XI
Papa Pio XI

Par di cogliere nelle parole di Papa Pio XI lo stesso sguardo disincantato al desolante quadro odierno: “A poco a poco la religione cristiana fu uguagliata ad altre religioni false e abbassata indecorosamente al loro livello e la si sottomise al potere civile. Si andò più innanzi ancora: vi furono di quelli che pensarono di sostituire alla religione di Cristo un certo sentimento religioso naturale”. Nulla di nuovo!

Com’è dato oggi rilevare in dinamiche sempre più estese, influenzate se non manipolate, da ideologie.

Il Regno di Cristo non è un’opzione, né un’idea, né un’utopia; ma realtà trascendente e immanente. Anzi è la vera Realtà della nostra realtà filiale. Perciò le due dimensioni non possono essere disgiunte.

Se è vero che il retaggio conciliare ci indirizza in tal senso, imponendo semmai una verifica della sua assimilazione e attuazione, sarebbe inesatto e fuorviante ricondurlo a una quale temperie innovativa.
La Lettera di Pio XI e l’istituzione stessa della Festa di Cristo Re valgono a fugare qualsiasi equivoco.

La potestà regale di Cristo ci interpella da sempre tutti indistintamente, per realizzare il Regno di Dio. Ciascuno, per il ruolo che è chiamato a ricoprire in società e per il quale è forgiato dallo Spirito Santo.
Si tratta così di una vocazione sociale che richiede risposte pur mutevoli e in progressiva maturazione.

Cristo Re nell'omonima chiesa di Catania
Cristo Re nell’omonima chiesa di Catania

Se è pur vero che è tanto più grande, quanto maggiore è la responsabilità comune, e così massima per chi ricopre cariche politiche. Non per questo può essere demandata con periodiche deleghe in bianco.
Se ai governanti si impone l’esempio della regalità di Cristo, ai cittadini una concordia propositiva.

Nella sublimazione dei Principi della Dottrina Sociale della Chiesa, l’adesione al Regno ci assegna un compito specifico nella difesa dei valori cristiani e nella loro attuazione concreta, a tutti i livelli.
Fra cui in primis un coerente impegno politico, per influire su scelte che hanno poi ricadute su ognuno. Non possiamo sperare che il Regno di Cristo si edifichi nei cuori, se non li orientiamo a scelte corrette.

La permanenza sul Tabor non può essere definitiva, ma volta a fare esperienza della regalità di Cristo. Poi bisogna scendere sul piano e attuarla nel servizio, nel confronto culturale e nell’impegno politico. Ciò ci sollecita a imprimere rinnovato impulso per una presa di posizione sui valori non negoziabili.

Per volontà divina l’edificazione del Regno di giustizia e pace per il bene comune non può prescindere da noi. A cui spetta “attraverso la libera iniziativa e senza attendere passivamente consegne o direttive, di penetrare di spirito cristiano la mentalità e i costumi, le leggi e le strutture delle comunità di vita”.
Così San Paolo VI, nella Enciclica Populorum Progressio; per cui, con le sue parole: Tutti all’opera!

                                                                              Giuseppe Longo