Conflitto Russia-Ucraina / A sei mesi da Anchorage la tregua è ancora in lista d’attesa

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Genocidio

Sono trascorsi già sei mesi dal Vertice di Anchorage. Là, in verità, la cornice delle accoglienze al presidente russo è stata superba: fanfare, strette di mano cordiali, tappeti rossi ed ogni genere di garbo e di attenzioni per il leader del Cremlino.

Tregua sfumata?

L’accordo per il cessate-il-fuoco russo-ucraino sembrava, allora, imminente e dietro l’angolo. Mosca e Washington avrebbero diviso, secondo i patti, le terre-rare Ucraine. Con le loro riserve e quant’altro. Mosca avrebbe dovuto sospendere i combattimenti al punto in cui era giunta con le conquiste territoriali. Accettare, intanto, la tregua e poi demandare o delegare a futuri negoziati l’assetto complessivo futuro di Kiev neutrale. Accettando, a denti stretti od a malincuore da Zelensky, la vocazione di voler far parte della Comunità Europea.

La tregua, in realtà, finora è stata solo un miraggio

Sembrava tutto – così come predisposto dal presidente Trump – troppo bello per essere vero. La realtà è stata fino ad oggi quella di una tregua che, in verità, è ancora posta in lista d’attesa. Perché ciò è accaduto, nonostante il forte impegno americano per fermare i combattimenti? E soprattutto, ci si chiede, perché Donald Trump, indubbiamente insoddisfatto del mancato rispetto – da Putin, fino ad oggi almeno – dell’accordo di massima concordato ad Anchorage, sta facendo la voce grossa con Teheran, alleato militare e partner economico di Mosca?

Trump lavora su diversi, possibili e nuovi scenari internazionali

Vladimir Putin
Vladimir Putin. Foto Agensir

Riflettiamo su questi due punti: Trump è certamente oggi indisposto verso Putin per il mancato accordo di tregua Russo-Ucraino. È vero che non è tutta colpa di Mosca, e c’è purtuttavia anche lo zampino di Kiev. Ma è innegabile che il Cremlino sia stato troppo rigido. Trump, con eleganza e diplomazia, non ha manifestato apertamente il suo dissenso o disappunto verso Putin. Ma, almeno, il disagio per quanto sta accadendo è uno stato d’animo presente nel presidente americano. A questo si aggiunge, pertanto, anche un chiaro danno d’immagine per la Casa Bianca.

Dunque, il passaggio a coinvolgere l’Iran, alleato di Mosca, per ottenere in cambio dagli Ayatollah, un cospicuo miglioramento della loro politica a favore di Washington, era una mossa ovvia, attesa, scontata, e perfino pienamente giustificata. È come se il presidente dicesse al suo interlocutore di Mosca: “ Se tu non rispetti i patti dal tuo lato, neppure io ti posso garantire il rispetto di un modus vivendi con Teheran, come è avvenuto finora per il passato!”. In pratica, la Casa Bianca sta prospettando al Cremlino la possibilità di perdere – come alleato e partner commerciale e militare – dopo Assad, anche l’Ayatollah di Teheran, Khamenei. E di dover accettare anche di là, come è stato per la Siria – un mutamento di regime.

La risposta di Trump: la fermezza diplomatica

Ecco dunque il perché del rapido insorgere della crisi tra Stati Uniti ed Iran. Come dire: una crisi per interposta persona. Il rammarico di Trump è per il comportamento di Putin, quanto alla promessa di arrivare alla tregua in Ucraina, finora non mantenuta. Se Putin avesse in mente, per caso, il ristabilimento del “vecchio status” di impero sovietico con le repubbliche satelliti, Trump non si opporrebbe. Però, in cambio, il leader di Mosca dovrebbe accettare di retrocedere dalla nuova influenza acquisita nel Mar Mediterraneo e nel Golfo Persico. Nel Mediterraneo, la retrocessione è già avvenuta con Damasco. In Medio Oriente, potrebbe avvenire con la perdita di Teheran sullo scacchiere d’influenza mondiale del Cremlino. Trump sta facendo capire a Putin di scegliere bene quello su cui dovrà accordarsi.

Trump sta agendo certo con rincrescimento. Ha mandato le due ammiraglie del “United States Marine Corps” (corpo della Marina Militare) al largo della penisola arabica. Anche il Presidente John Fitzgerald Kennedy mandò le navi militari al largo del Mar Cinese Meridionale per sollecitare Khrushchew a mettere a punto quell’accordo di neutralizzazione del Laos, i cui termini erano stati genericamente trovati nel corso dell’incontro tra i due grandi a Vienna dal 3 al 6 giugno del ‘61.

Con quella “diplomatica fermezza” del Presidente americano, poi nel 1962 le due Super-potenze concordarono in effetti le loro intese. La “diplomatica fermezza” si era rivelata pertanto della massima utilità. Il presidente flette i muscoli, ma vuole o vorrebbe tuttavia accordarsi con Putin. Sta facendo capire al suo avversario che non potrà certo subire un danno d’immagine con l’elettore americano. Dopo essersi impegnato così a fondo per arrivare alla tregua tra Kiev e Mosca.

L’ambizioso programma politico di Donald Trump

Donald Trump
Donald Trump. Foto Agensir

Sia nel corso del suo primo mandato presidenziale (2017-2021), come in questo secondo periodo di carica, il capo della Casa Bianca non si è accontentato di non coinvolgere più la potenza statunitense in “stupide guerre” all’Estero. (1) Trump ha l’ambizione di porre fine anche ai conflitti esistenti, ancorché non direttamente ordinati dagli Stati Uniti, come fu, per esempio, con l’Afghanistan nel 2001 e con l’Iraq nel 2003. È un programma ambizioso.

Lo è in quanto la Casa Bianca non si propone certo di rinunciare ad abdicare al suo ruolo egemone nel Mondo. Ma lo fa con molta intelligenza ed utilizzando, sempre ove sia possibile, il soft power.
In questo senso, la politica di Trump somiglia molto (anche se non è certo la fotocopia esatta di quella) alla “dottrina della credibilità” che fu di John Kennedy, all’inizio degli anni ‘60.
Ecco, dunque, che il capo della Casa Bianca si propone di usare il soft power con Teheran.

In pratica, se e nella misura in cui glielo renderà possibile il comportamento di Putin. A sua volta, impegnato ancora con la guerra contro Kiev, che sta toccando il quarto anniversario dal suo inizio. Da quel drammatico 24 febbraio 2022, sono infatti trascorsi ben quattro anni.
Trump dovrà certo usare, nell’anno del Mid-Term, la diplomazia con Putin. Con l’accortezza che richiede l’interlocuzione con Mosca. Ma, facendo cortesemente e chiaramente capire al suo corrispondente collega, che non potrà subire un danno d’immagine con i suoi elettori. Per non essere riuscito nel ruolo di mediatore tra Mosca e Kiev.

Anche Trump, come i suoi predecessori, John Fitzgerald Kennedy e Richard Nixon, conduce la politica estera, almeno in parte, direttamente per mezzo di consiglieri fidati. Occorre però precisare che nessun segretario di Stato di Donald Trump (in precedenza, Mike Pompeo e l’attuale Marco Rubio) si sognerebbe mai di dire alla stampa la famosa affermazione che Dean Rusk produsse alla stampa stessa nel 1961: “Io sono il segretario di Stato di John Kennedy, non il suo chaperon (accompagnatore)!”. Quasi offeso con i giornalisti, perché loro sapevano che il Presidente Kennedy era in realtà il segretario di Stato di se stesso e lo faceva con quella sua grande e straordinaria personalità politica e forza intellettuale fuori dal comune.

I problemi interni attuali di Donald Trump

Negoziati
Foto Agensir

Il presidente statunitense deve fare i conti anche con le difficoltà  insorte sul versante dei problemi creati dalla polizia ICE (Immigration and Customs Enforcement) a causa dell’uccisione a sangue freddo  dei due manifestanti, Renee Good ed Alex Jeffrey Pretti.
E, come se questo da solo non bastasse, deve fare i conti con lo scandalo Epstein. Non vi sono prove di un coinvolgimento diretto del presidente Trump, ma è comunque un fatto che lo danneggia verso i democratici. Infatti, se da un lato Minneapolis è la roccaforte dei democratici, dall’altro lo scandalo rappresenta un gravissimo danno d’immagine. I file includono una lista di segnalazioni inviate all’FBI che contengono accuse di abusi sessuali contro Trump, Epstein e altri. Tuttavia, il DoJ ha precisato che si tratta di soffiate non verificate e prive di prove a supporto.

L’Iran gioca un ruolo passivo anche nel processo di pace tra Hamas ed Israele che dovrà portare alla costituzione dello Stato palestinese

Forse è singolare, ma è certamente importante, il ruolo che il presidente americano ha voluto prendere sulle sue spalle. Prima il convincimento di un recalcitrante avversario, cioè Putin. Oltre a quello, anche il tentativo di portare la giusta ed onorevole pace  per il popolo Palestinese sottoposto ad infinite crudeltà. Apartheid, genocidio di Gaza e persecuzioni, anche sanguinose, dei coloni israeliani in Cisgiordania. E di farla accettare ad un riottoso ed orgoglioso amico: Netanyahu. Che, con Putin, condivide l’inchiesta penale per crimini di guerra e contro l’umanità della Corte internazionale dell’Aja, oltre ad avere, per conto suo, procedimenti penali pendenti in patria. Il presidente si muove avendo per interlocutori quelle persone.

Teheran avrà il ruolo di soggetto passivo dell’operazione pace in Palestina?

Tregua conflitto Russia-Ucraina
Foto Agensir

Ciò avverrà, sia che la dirigenza iraniana cambi politica, sic et simpliciter, sia che venga costretta al ritiro dalla politica. Perfino rendendo probabile o possibile il ritorno del sovrano, cioè il figlio del deposto scià del 1979. Trump, in tal modo, avrà o avrebbe in mano la moneta sonante per convincere il suo duro alleato ad abbandonare il veto alla costituzione dello Stato palestinese. A quel punto, sarà o sarebbe difficile per l’uomo sottoposto a plurime inchieste, continuare a rispondere ‘no’. No per Gaza libera, no per la Cisgiordania libera. Sarebbe un ‘no’ ad uno Stato, pure esso, come Israele, alleato degli Stati Uniti.

Conclusione

Il finale della storia non potrà che essere quella: la vittoria dell’autodeterminazione, dell’autoregolamentazione e dell’auto-organizzazione del popolo Palestinese. Con il sigillo del presidente Trump. Un altro Stato del Medio Oriente, alleato degli Stati Uniti. Quella sarebbe la vera, grande sconfitta di tutti i terroristi. Dall’una e dall’altra parte. Da Hamas ai coloni. Ed il presidente Trump non avrebbe bisogno del sostegno di un amico imbarazzante – come Netanyahu – per vincere il premio Nobel per la pace.

                                                                          SebastianoCatalano                                                                                                        Giovanna Fortunato

1) Il riferimento è ad una affermazione effettiva dell’allora candidato democratico presidenziale, Barack Obama, nel corso della campagna elettorale del 2008.