24 dicembre 1968. A bordo dell’Apollo 8, mentre l’umanità trattiene il fiato guardando la Luna, l’astronauta William Anders scatta una fotografia destinata a cambiare per sempre lo sguardo dell’uomo su sé stesso e sul cosmo: l’Earthrise, l’alba della Terra.
Da quel giorno, la Terra non è più stata solo il suolo calpestato, la zolla da arare o il fondale inespresso della nostra storia. Per la prima volta, l’umanità si è vista dall’esterno, scoprendosi minuscola e fragile: una piccola pallina blu nel silenzio assordante del nero universo. Quell’immagine ha fatto cadere ogni illusione di illimitatezza, rivelandoci una verità radicale: la Terra ha confini, le sue risorse non sono infinite e l’aria che respiriamo è un soffio racchiuso in una sfera sottilissima.
Ma c’è una rivelazione ancora più profonda che quell’orizzonte spaziale ci ha consegnato. Visto da lì, il nostro pianeta non mostra confini geopolitici, divisioni etniche o steccati religiosi. Da quel punto di vista, non esiste alcuna distinzione tra la Terra e i terrestri: la carne del mondo e la nostra carne sono fatte della stessa materia, la stessa Madre Terra.
Questa intuizione d’insieme, in realtà, era già chiarissima nel racconto delle origini del testo biblico. Il libro della Genesi custodisce fin dall’inizio questa verità linguistica e ontologica nei nomi stessi dei primi abitanti del mondo: Adamo ed Eva. Adam non è un nome proprio astratto, ma deriva da Adamà, la terra rossa, la zolla coltivabile: l’uomo è letteralmente il “terrestre”, colui che è tratto dalla terra e a essa appartiene. Ed Eva (Chavvah) è la “vivente”, la madre di tutto ciò che ha vita. Nel codice genetico del racconto biblico, l’essere umano definisce sé stesso legato intrinsecamente al suolo e alla vita che lo circonda.

È esattamente qui che si radica il compito del teologo ambientalista. Spesso si immagina la teologia come una disciplina rivolta unicamente al cielo, distratta dalla concretezza della materia. Al contrario, la teologia ambientalista nasce dalla consapevolezza che non si può contemplare il Creatore dimenticandosi della Creazione. Il nostro legame con la Terra non è un rapporto di uso, di sfruttamento utilitaristico o di consumo usa-e-getta; è un legame genetico. Siamo creature tra le creature, “adamà” impastati di polvere fertile e soffio vitale.
La crisi ecologica che oggi attraversiamo non è il frutto di un’amnesia, della perdita di un’innocenza passata. Più che un ritorno indietro, la nostra è una sfida di crescita: non abbiamo dimenticato, dobbiamo ancora imparare. Siamo una specie giovane, biologicamente ed evolutivamente recente, che muove ancora i suoi primi passi maldestri all’interno dell’ecosistema. Dobbiamo ancora imparare ad abitare davvero questo mondo e ad entrare in una vera relazione di reciprocità con tutto ciò che vive.
In questo percorso di apprendimento soffriamo di un evidente ritardo cognitivo. Un ritardo che si manifesta in tutta la sua evidenza in quella che la botanica definisce plant blindness — la cecità alle piante. Tendiamo a considerare il regno vegetale come un mero sfondo inerte, un paesaggio decorativo o un’infrastruttura passiva, incapaci di scorgerne la vita, la sensibilità, l’intelligenza sistemica e la centralità assoluta per la sopravvivenza del pianeta. Non vedendo il verde come un soggetto vivo, facciamo fatica a percepire l’intreccio invisibile che ci lega ad esso.
Ecco perché la cura della “casa comune” — per riprendere il cuore e la prospettiva dell’ecologica integrale della Laudato si’ — non è la riparazione di una cosa, ma la maturazione di una relazione. Una cosa si possiede, si consuma, si gestisce. Una relazione, invece, richiede ascolto, tempo, superamento dei propri limiti percettivi e rispetto per l’alterità.
La casa, nel suo senso più alto e teologico, non è il luogo del possesso, ma la scuola delle relazioni. Non è il dominio dell’umano sul resto del vivente, ma lo spazio in cui impariamo finalmente a riconoscere l’altro — che sia un’alga, una foresta, un’altra specie o il nostro prossimo — non come un oggetto da dominare, ma come un compagno di viaggio all’interno dello stesso disegno creativo. Fare teologia ambientalista oggi significa accompagnare questo salto cognitivo e spirituale: aiutarci a superare le nostre cecità per diventare, finalmente, abitanti consapevoli della nostra unica casa.
Alfio Pennisi
Teologo ambientalista
