Cultura / Dominique Lapierre e il grande amore per le epopee umane

Dominique Lapierre, autore francese contemporaneo,  impegnato nella scrittura sin  dal suo diciassettesimo anno d’età, nutre grande interesse per le epopee umane.
Il suo romanzo “Città della gioia”, edito in Italia da Arnoldo Mondadori, tratta di uno slum di Calcutta, con personaggi emblematici, conosciuti da lui stesso durante il suo soggiorno in India nel 1980, in seguito all’inchiesta effettuata in quella terra  negli anni settanta insieme a Larry Collins per scrivere “Stanotte la libertà”.
Lapierre scrive pagine memorabili su personaggi contemporanei: Madre Teresa di Calcutta; un prete cattolico francese, Paul Lambert; un giovane medico americano; un’infermiera assamita (Assam ,Stato dell’Unione Indiana, confinante con Pakistan, Birmania e Cina); un uomo risciò, Hasari: tutti più o meno presenti, nello “slum”, ovvero il quartiere di Calcutta, “la città della gioia”, denominazione di un autorevole indiano.  Malgrado la miseria, con tanti senza tetto, che dormono e stanno sui marciapiedi, infatti, il sorriso lì è sempre presente.
Dominique Lapierre fonda, durante il soggiorno indiano, un’associazione per i bambini di lebbrosi di Calcutta (Association pour les enfants des lepreux de Calcutta”, 26 avenue Klèber, 75116 Paris): con metà dei suoi diritti d’autore e donazioni dei lettori, lo scrittore Lapierre aiuta dispensari, scuole, centri per la lotta contro la lebbra e la tubercolosi. In concomitanza con la visita ai suoi bambini di Calcutta, scopre la”città della gioia”. Pubblica anche il libro fotografico “Gli eroi della Città della gioia”.
Nel 1990 Lapierre pubblica il nuovo libro “Più grandi dell’amore”, ovvero la lotta di ricercatori, medici, malati contro l’AIDS. La testimonianza dell’Autore riguarda un piccolo gruppo di uomini che, strappati dalle loro case per circostanze ostili, vengono sbalzati a Calcutta, dove la città dimostra la volontà di accoglierli, rispettando l’anonimato.
Molto singolare è la storia di una famiglia di contadini, che nel Bengala ( regione sulla pianura alluvionale del Gange e del Bramaputra)  perdono la terra donata loro dal proprietario alla sua morte, ma dopo alcuni anni rivendicata da un suo discendente. In seguito all’applicazione della legge, il contadino e la sua famiglia vengono cacciati dalla proprietà: in un primo momento si rifugiano nella casetta del figlio maggiore, Hasari, sposato con figli. In seguito ad una stagione anomala, senza monsone, esauriti i risparmi ed essiccatasi la terra, dove la famiglia coltivava il riso, Hasari, lascia la casetta ai genitori e ai fratelli, mentre con la moglie e i tre figli si trasferisce a Calcutta, una delle città del Terzo mondo più attiva, patria di poeti, come Tagore, artisti, filosofi e mercanti; città importante, dotata di porto, fabbriche metallurgiche, chimiche e farmaceutiche, nota subito dopo Delhi e Bombay. Molti i profughi, dopo i conflitti con la Cina e il Pakistan.               Calcutta, fondata nel 1690 da mercanti inglesi, come capitale fastosa dell’Impero britannico  delle Indie, per oltre due secoli e mezzo, è visitata spesso dai Reali di Londra. L’ultimo governatore inglese va via il 15 agosto 1947.  Era chiamata la”Parigi dell’Oriente”, capitale artistica e intellettuale. Hasari, il bengalese, la sceglie, perché prima o poi vi avrebbe trovato lavoro. Giunto nella “città della gioia”, posta su un terreno acquitrinoso, si accorge che la vita è dura: è costretto a vivere con la famiglia sul marciapiedi, assieme ad altre famiglie di disoccupati. Per potere vivere, Hasari, disoccupato per vario tempo, manda la figlia di tredici anni a chiedere l’elemosina in luoghi specifici, dove andavano altri bambini.        Finalmente, dopo tante peripezie, Hasari riesce a diventare un uomo- risciò, ovvero scorrazza per la città con una carrozzella per turisti, trascinandola lui , secondo la tradizionale usanza: mantiene così dignitosamente la famiglia.  A 15 anni la figlia primogenita si sposa, mediante un matrimonio combinato indù, molto fastidioso per il padre, a causa delle pretese degli amici dello sposo, che vogliono la festa sfarzosa, secondo l’usanza locale, di notte, mentre lui sta molto male: guarda la figlia contento, ma, non regge più, si ritira e muore. Il romanzo aiuta il lettore a capire le condizioni di povertà nelle periferie.
Dominique Lapierre si unisce a Larry Collins per scrivere, oltre a “Stanotte la libertà”, anche “Parigi brucia?”, da cui viene tratto l’omonimo film. e “Gerusalemme, Gerusalemme” libri tradotti in 30 lingue con più di 100 milioni di lettori . Nel 1987 riceve il premio americano   Christopher Award.

Anna Bella