Occupazione / Dalla Cassa del Mezzogiorno a oggi: qual è il futuro del lavoro al sud?

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Lavoro e Mezzogiorno l'incontro a Palazzo Pedagaggi
Lavoro e Mezzogiorno l'incontro a Palazzo Pedagaggi

Lavoro e Mezzogiorno sono stati i temi centrali dell’incontro svoltosi nell’aula magna del Dipartimento di Scienze politiche dell’Università di Catania, lo scorso 6 maggio. L’evento ha visto la partecipazione di illustri docenti dell’UniCT. Tra i presentatori, il professore di Storia dell’Italia contemporanea Giovanni Schininà e il professore di Economia Politica Armando Castronuovo, dando così una visione storico-economica di un tema molto caro per gli abitanti del sud Italia: le divergenze con il nord e le sue radici.

Come spiegato dal prof. Schininà, l’intervento dello Stato nel meridione ha origine ancor prima della nascita della Repubblica. Uno dei primi interventi straordinari furono portati avanti da Francesco Saverio Nitti, Presidente del Consiglio tra il 1919 e 1920. Nitti, attraverso l’emanazione di diverse leggi speciali, ha investito soprattutto nelle infrastrutture idrogeologiche del Mezzogiorno. Post secondo dopoguerra, spiega sempre Schininà, arrivano quegli interventi che hanno ridotto notevolmente le differenze tra Nord e Sud. Gli anni del dopoguerra sono anche quelli caratterizzati dall’applicazione delle idee Keynesiane e da un maggiore intervento dello Stato in economia.

La cassa del Mezzogiorno e l’industrializzazione che porta più lavoro

Gli anni che vanno dai ’50 ai ’70 sono anche stati gli anni dell’interventismo economico del governo italiano. Come ha fatto presente il Prof. Castronuovo, lo Stato quando interveniva nell’economia utilizzava fondi aggiuntivi, straordinari, in più rispetto alla spesa ordinaria. Con la Cassa del Mezzogiorno si intervenne nel meridione, e lo Stato vide anche un grosso aumento della spesa pubblica. Schininà racconta che ci sono state due fasi della Cassa del Mezzogiorno. La prima fase che dura dal ’57 al ’65 ha riguardato le infrastrutture di base. La seconda fase è stata invece caratterizzata dalla cosiddetta “industrializzazione partita dall’alto”. Questo tentativo di industrializzazione del meridione prendeva spunto dalla teoria dei poli di sviluppo formulata dall’economista francese François Perroux negli anni ’50. La teoria venne applicata verso le industrie di base e soprattutto quelle petrolchimiche, ma purtroppo ebbe scarsi risultati.

L’industrializzazione ebbe comunque degli effetti notevoli. Schininà analizzando la città di Siracusa, spiega che in pochi anni grazie all’industrializzazione la città raddoppiò i suoi abitanti. Castronuovo afferma che negli anni ’50 gran parte della popolazione del sud, circa il 30%, dichiarava di lavorare nel settore agricolo, per non dichiarare che non si lavorava. L’industrializzazione partita dall’alto ebbe comunque dei grandi risvolti anche nel piano internazionale: in quegli anni l’Italia passò dall’essere un paese prevalentemente agricolo a uno industriale.

Altri esempi fatti di città che furono beneficiate dall’intervento statale oltre a quella di Siracusa sono Gela, che aveva costruito la più grande raffineria d’Europa, e Catania. L’area industriale al sud di Catania venne incentivata grazie alla cassa di mezzogiorno ed ebbe un gran successo. Negli anni ’70 a sud di Catania c’erano già molte piccole medie imprese e alcune anche importanti, tutto questo funzionava bene fin a metà degli anni ’70 e l’arrivo dello shock petrolifero. Fu quello un gran problema, soprattutto per l’Italia che aveva investito molto sulle raffinerie di petrolio.

“Il vantaggio di essere in svantaggio”: come il Mezzogiorno potrebbe garantire più lavoro

Con l’intervento della Cassa del Mezzogiorno e della Cassa agraria il divario tra nord e sud si restrinse. Perché non si raggiunge questo recupero? Perché anche il Nord riceve questo sviluppo. Ma, come detto da Castronuovo, c’è un “vantaggio nell’essere in svantaggio”: “Un’economia quando è indietro tende a convergere verso le economie più dinamiche”. Se le economie più dinamiche tendono a crescere più velocemente, quelle indietro tendono a crescere ancora più velocemente. Questo fenomeno è indicato dagli economisti come Effetto Catch-up, ossia la capacità delle economie povere che hanno le stesse tecnologie di quelle ricche di crescere più velocemente e accorciare man mano le distanze.

Come viene spiegato dai due presentatori, l’intervento straordinario dello Stato ebbe comunque un grande successo. Lo Stato con il suo intervento poté costruire scuole, strade, infrastrutture per lo smaltimento dei rifiuti, in modo da portare il sud in una condizione di società civile. Il Progresso del sud inoltre “è utile al mercato nazionale, all’economia del paese intero e non solo per la popolazione locale”.

Come cambia il lavoro dopo che lo Stato riduce gli investimenti nel Mezzogiorno

La crisi petrolifera degli anni ’70 dovuta al blocco delle esportazioni di petrolio da parte dei paesi arabi inflisse un duro colpo all’Italia. In quegli anni lo Stato smise gradualmente di intervenire in economia e fu un grave perdita anche per molte industrie che nel frattempo stavano investendo nella raffinazione del greggio. “Il mezzogiorno ha avuto sempre delle occasioni importanti, ma poi si sono verificati degli eventi che hanno di fatto fermato la crescita industriale” spiega il Prof. Castronuovo.

L’economia Italiana dopo quegli anni ha dovuto affrontare diversi ostacoli. La stagnazione economica accompagnata da una inflazione costante erano due fenomeni che non vennero mai visti assieme,  e da quell’episodio insolito venne coniato il termine “stagflazione”. Prima dell’adozione della moneta unica, la Banca d’Italia utilizzava la svalutazione competitiva della lira per favorire le esportazioni. Questo meccanismo permetteva di rendere i nostri prodotti più economici all’estero, sostenendo la produzione nazionale. Tuttavia, con l’ingresso nell’Euro, lo Stato ha perso la possibilità di manovrare il cambio, riducendo la competitività con l’estero e svantaggiando uno dei settori in cui l’Italia era tra i paesi più forti: le esportazioni.

La rigidità dei prezzi, la stagnazione economica e l’aumento delle materie prime delle impese hanno spinto le istituzioni e i sindacati a cercare nuove soluzioni, puntando sulla flessibilità del mercato del lavoro. Gli accordi tra sindacati e imprese hanno introdotto diverse misure come il blocco del turn-over, che ha dato il via a una crescente precarizzazione dei contratti: non si assumeva più personale dopo che un lavoratore andava in pensione o si assumevano con un contratti a tempo determinato.

Il presente tra crisi di produttività nel lavoro e la sfida del capitale umano nel mezzogiorno

Come ripreso dai due professori, l’epoca dell’intervento straordinario nel meridione si chiude definitivamente nel 1992. In quel periodo, una parte del Nord minaccia un referendum che rischia di spaccare ulteriormente il Paese. La soppressione dell’AgenSud (Ente che subentra alla Cassa del Mezzogiorno) determina un crollo immediato degli investimenti al Sud che diminuiscono del 70%. Oggi l’Italia affronta una produttività stagnante da vent’anni, con un dato addirittura in calo nel biennio 2024/25. Questo fenomeno colpisce direttamente i lavoratori: se la produttività non cresce, i salari non crescono nemmeno. Gli stipendi italiani sono tra i pochi in Europa che in vent’anni sono addirittura scesi. Come detto da Castronuovo: “Se non crescono i salari, non cresce la domanda effettiva“.

In questo scenario si collocano anche i fondi del Next Generation UE promossi dalla commissione europea, che rappresentano degli incentivi economici verso gli investimenti green. L’Italia riceve la quota più alta d’Europa, ma esiste un problema di tempi: dobbiamo spendere queste risorse entro l’anno 2026. Al momento mancano ancora dati certi sulle previsioni effettive delle spese che l’Italia ha fatto.

La questione dei giovani che se ne vanno dall’Italia e dal mezzogiorno per un lavoro migliore

I flussi migratori verso nord e verso l’estero sono aumentati di molto, con più di un milione di giovani con il più alto livello di istruzione che in vent’anni hanno lasciato l’Italia: “e questo è capitale umano che se ne va” . Facendo riferimento all’aumento della spesa per le imprese verso i costi fissi (macchinari, infrastrutture, ecc), Castronuovo afferma che questo non produrrà altro che maggiori costi ogni anno per le imprese. L’unica differenza, secondo il professore di economia politica, tra il capitale fisico e il capitale umano è che in quello umano “più investi e più cresci”, se invece si investe troppo nel capitale fisico “più investi e più decresci”. “Se i giovani se ne vanno rischiamo che il nostro territorio possa un giorno affrancarsi da questo svantaggio“.

Giorgio Trombetta