Dietro la violenza in Nigeria

Mons. Felix Alaba Job: “non è un conflitto tra cristiani e musulmani”

Gli attacchi contro i cristiani in Nigeria “non sono un conflitto religioso ma etnico”, spesso motivato da altri interessi: lo ribadisce a Patrizia Caiffa del SIR mons. Felix Alaba Job, arcivescovo di Ibadan e presidente della Conferenza episcopale nigeriana, intervistato a Roma a margine del secondo Simposio dei vescovi africani ed europei su “L’evangelizzazione oggi: comunione e collaborazione pastorale tra l’Africa e l’Europa. L’uomo e Dio: la missione della Chiesa di annunciare la presenza e l’amore di Dio”. L’evento, organizzato dal Ccce (Consiglio delle Conferenze episcopali d’Europa) e dal Secam\Sceam (Simposio delle Conferenze episcopali di Africa e Madagascar) si concluderà il 17 febbraio. Circa 70 i vescovi e altri delegati presenti, che saranno ricevuti in udienza dal Papa il 16 febbraio. In Nigeria, soprattutto in quattro Stati del nord, sono frequenti gli attentati, spesso per mano della setta islamica dei Boko Haram. Lo scorso Natale sono morte 200 persone negli attacchi dinamitardi contro alcune chiese cristiane.

Com’è ora la situazione? Ci sono sviluppi nelle indagini?

“Il governo ha dichiarato lo stato di emergenza e sta investigando tramite i servizi segreti. Sono state arrestate alcune persone, perfino degli ufficiali di polizia. Siamo un Paese molto grande, il più popoloso dell’Africa, con 160 milioni di abitanti e centinaia di lingue e culture diverse. È una società estremamente complessa, perciò è normale che ci siano dei conflitti. Ci vorranno secoli per diventare davvero una sola nazione. Ricordiamo che noi abbiamo avuto l’indipendenza solo nel 1960”.

Cosa c’è dietro questi attentati? Quali interessi?

“I media internazionali commettono un grosso errore quando attribuiscono a questi attacchi una matrice religiosa. Voglio sottolineare che non è un conflitto tra cristiani e musulmani. E’ un conflitto etnico. L’arcivescovo di Jos, mons. Ignatius Ayau Kagama, lo ripete in continuazione. In zona ci sono diversi gruppi tribali, alcuni sono cristiani, altri sono musulmani. Entrambi subiscono violenze. Anzi, la maggioranza delle persone uccise sono musulmane. Ci sono dietro degli interessi, come le terre e gli allevamenti”.

Ci sono anche influenze straniere nella matrice terroristica dei Boko Haram?

“Molti membri del Boko Aram non sono nigeriani, vengono reclutati e addestrati altrove. Perciò noi, come vescovi, raccomandiamo una maggiore attenzione all’educazione della gioventù. Cerchiamo di dire ai giovani di non vendere la propria anima solo per cercare denaro”.

Poi c’è il conflitto nel Delta del Niger, per la presenza delle compagnie petrolifere straniere. Cosa pensa in proposito?

“Nel nostro Paese le compagnie petrolifere sono presenti dagli anni ’60. All’inizio pensavamo fossero un’opportunità per il Paese, invece oggi ci rendiamo conto che hanno portato molti svantaggi. Solo alcuni si sono arricchiti con tutti quei profitti. Le compagnie petrolifere hanno portato molta confusione nel Paese, perché i soldi sono stati usati male senza benefici per la popolazione. Per questo molti giovani sono inquieti e entrano nella guerriglia. Sono morte così tante persone! Ora il governo sta cercando di rassicurare che tutto è fatto bene, in maniera corretta, ma cambiare le persone è molto difficile. Quelli che controllano gli affari nel Delta del Niger non vogliono lasciare il potere, anche se non sono della zona. Anche se la costituzione nigeriana dice chiaramente che una grossa parte delle risorse appartengono al governo federale, c’è chi accaparra tutto. Mentre la gente muore di fame. Questa situazione deve cambiare”.

Quali sono oggi le priorità per la Chiesa nigeriana?

“La priorità sono lo sviluppo e l’educazione. Bisogna dare alle persone gli strumenti per aiutarsi da soli. I livelli di disoccupazione e povertà in Nigeria sono altissimi. A che serve frequentare l’università se poi non si trova lavoro? In ognuna delle 54 diocesi abbiamo istituito Commissioni per la giustizia, la pace e lo sviluppo. E’ un lavoro molto impegnativo per promuovere l’agricoltura, lo sviluppo sociale, i servizi sanitari, l’educazione, i diritti delle donne. Siamo convinti che se educhiamo i giovani, sarà più difficile che commettano delitti”.

Cosa si attende dal simposio?

“E’ una grande occasione per capire meglio le sfide che ci aspettano in Europa e in Africa. Prima di tutto è importante comprendere la situazione. Poi capire come possiamo imparare uno dall’altro per un approccio più efficace alla nuova evangelizzazione nei due continenti”.

a cura di Patrizia Caiffa

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