Il 20 gennaio, ad Acireale, non si celebra semplicemente un evento religioso, ma un rito collettivo che affonda le sue radici in oltre quattrocento anni di storia.
La festa di San Sebastiano rappresenta un momento in cui la città smette di essere un insieme di individui per diventare un organismo unico. Un organismo avvolto dal suono dei fuochi d’artificio e dal ritmo frenetico dei devoti che percorrono le vie cittadine.
Un concetto centrale che emerge dall’analisi di questa celebrazione è la trasformazione della vista in un’esperienza spirituale. Il salire sui muretti e l’affacciarsi dal campanile non sono gesti di semplice curiosità, ma tentativi di connettersi con il martire (simulacro) attraverso lo sguardo. Questo “vedere” diventa un atto che scuote l’interiorità, permettendo a credenti e non credenti di percepire qualcosa di misterico che risuona dentro ciascuno.
L’essere umano è, per sua natura, uno spettatore di riti, che siano essi religiosi o laici come il teatro o lo sport. Tuttavia, ad Acireale, questa “spettacolarità” corre un rischio moderno: la mediazione dello schermo. La ricerca della foto perfetta o del video da postare sui social può trasformare un’esperienza reale in una finzione digitale. Filtrando l’emozione pura attraverso l’obiettivo di uno smartphone e depotenziando il valore del coinvolgimento fisico.
San Sebastiano è festa di condivisione che emoziona
La festa è caratterizzata da una forte componente fisica e simbolica. I devoti indossano una sorta di “divisa”. Molti scelgono di camminare scalzi e correre per le vie della città, stringendosi attorno al fercolo che trasporta il simulacro del Santo. Questo movimento unitario crea un senso di appartenenza che attraversa diverse età e culture. E unisce la popolazione in un sentire comune che va oltre la semplice religiosità popolare o il folklore.
La festa di San Sebastiano ad Acireale evidenzia che il sacro ha bisogno della carne, del sudore e del contatto fisico per manifestarsi appieno. Quando però interponiamo un filtro digitale tra noi e l’evento, rischiamo di perdere quella scintilla che trasforma un’immagine in un’emozione profonda.
Questa riflessione non nasce dal desiderio di demonizzare la tecnologia, che rimane uno strumento straordinario di condivisione e memoria. Ma nasce dalla necessità di comprendere come la mediazione digitale stia cambiando il cuore pulsante dell’esperienza religiosa.
Alla ricerca dello scatto perfetto
Il rischio fondamentale è che l’atto del “vedere” subisca una mutazione genetica. In origine lo sguardo rivolto al simulacro di San Sebastiano era un’azione capace di scuotere l’interiorità e connettere l’individuo al mistero. Oggi questo sguardo che cerca ossessivamente la “visuale perfetta” per uno scatto da pubblicare sui social, sposta l’attenzione dal “sentire” al “documentare”. In questo passaggio, l’emozione (sentimento religioso) viene sacrificata sull’altare della visibilità digitale.
L’esperienza religiosa richiede una presenza totale — fisica, mentale e spirituale — che mal si concilia con la distrazione tecnologica. Il “movimento unitario” di una folla che si riconosce intorno al fercolo rischia di frantumarsi in migliaia di individui isolati. Ognuno impegnato a produrre il proprio contenuto multimediale anziché vivere il momento misterico della festa.
Lo smartphone è come un isolante termico
In definitiva, la tecnologia depotenzia l’esperienza non perché sia intrinsecamente negativa, ma perché agisce come un isolante termico. Ci permette di vedere la “luce” dell’evento, ma ci impedisce di sentirne il “calore” trasformativo.
Per visualizzare meglio questo concetto, potremmo pensare all’esperienza di ascoltare un concerto dal vivo rispetto al guardarne una registrazione sul telefono. La registrazione cattura le note e le immagini, ma svuota l’evento di quella vibrazione fisica che si sente nel petto e di quel senso di comunione profonda con chi ci sta accanto, trasformando un evento partecipativo in un consumo passivo di immagini.
Alfio Pennisi
Teologo ambientalista
