La civiltà dell’amore e della compassione va difesa e non minata. Il monito rivolto da Leone XIV ai vescovi britannici e irlandesi nella Giornata per la Vita non può non estendersi pure al Parlamento Italiano, in cui a giorni dovrà riprendere l’iter legislativo sul fine vita.
Le cui concorrenti implicazioni su profili teologici, medici e giuridici si sono rivisitate a cura del Movimento Ecclesiastico d’Impegno Culturale, del Serra Club e del Movimento Lavoratori Azione Cattolica di Catania in un seminario tenutosi all’Istituto Teologico San Paolo di Catania il 9 gennaio, sul tema Questioni bioetiche e giuridiche connesse al fine vita.
Circostanza propizia per sollecitare una riflessione alla luce della Dottrina Sociale della Chiesa, proprio mentre il Senato si accinge a riprendere il dibattito sul disegno di legge per una normativa su una materia che dovrebbe interrogare la coscienza di ogni credente.
E che perciò dovrebbe indurre tutti a una presa di posizione coerente alla fede professata.
Relatori: don Antonino Sapuppo, direttore dell’Ist. Teol. San Paolo, per i profili teologici; il prof. Massimo Libra per i profili terapeutici; l’avv. Giuseppe Longo per i profili giuridici.
La relazione del prof. Libra
Nella sua trattazione, illustrata on line da remoto, il prof. Libra ha precisato che la fase che suole definirsi del fine vita può articolarsi in un processo anche piuttosto lungo. Per cui deve contemplarsi pure l’impossibilità di una guarigione.
In tale evenienza deve evitarsi qualsiasi accanimento terapeutico che poterebbe tradursi in una vera e propria violenza fisica e psicologica nei riguardi del malato. Bisogna invece adottare i più idonei interventi a tutela della sua dignità e del suo benessere. Non prolungare a qualunque costo la durata della sua vita, ma preoccuparsi della sua qualità. Guarire se possibile, curare sempre.
Come portato di esperienze professionali personali e condivise nell’Associazione dei Medici Cattolici deve chiarirsi come la reale istanza del malato non sia quella di morire. Ma di essere edotto della prevedibile aspettativa di vita, nel desiderio di essere accompagnato fino alla fine con una presenza di prossimità.
Per cui tutte le terapie di Buona Medicina, di concerto e con l’ausilio dei familiari, devono concretarsi nelle cure palliative. E, in ultima analisi, ove il dolore si sia reso intollerabile, nella sedazione palliativa. Bandita comunque qualsiasi modalità di induzione, assistenza o partecipazione, a eutanasia o suicidio.
La relazione dell’avv.Longo

Proprio da questo principio inderogabile e non negoziabile nella sua prolusione, l’avv. Longo ha illustrato il disegno di legge in itinere e le sentenze della Corte Costituzionale che lo hanno sollecitato. Evidenziando l’anomalia giuridica di un disegno di legge proposto in loro attuazione. In quanto in uno stato di diritto non è la legge a dover attuare sentenze, ma le sentenze a dover applicare la legge.
Ciò, oltre a rivelare il corto circuito giuridico in atto, sottende le forti pressioni economiche e politiche per una norma che sotto mentite spoglie di esimenti penali legittima definitamente il suicidio assistito. In controtendenza con la sentenza Karsai del 13.6.2024 con cui la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo ha sancito che la mancata legittimazione del suicido assistito non lede in sè alcun diritto dell’uomo. Pur nell’autonomia legislativa dei vari stati, la Cedu riafferma che la tutela della vita fino all’ultimo istante non può arrecare alcuna violazione ai diritti umani. Orientandone così in tal senso le normative.
Indi, i parlamentari credenti non sostengano il disegno di legge e il mondo cattolico, sin dalla CEI, non avalli la plausibilità di una quale legittimità al suicidio assistito, come compromesso per le cure palliative, già introdotte con legge del 2010. Riaffermi invece i principi assoluti di Diritto Naturale a tutela della vita.
La relazione di don Antonio Sapuppo
In abbrivio a un intervento mirato ai profili teologici don Antonio Sapuppo ha evidenziato il concetto di malattia quale condizione possibile della vita nelle sue dinamiche naturali.
Se la morte è un evento, il morire può essere vissuto come un percorso condotto nell’attesa di un esito più o meno imminente, ma inevitabile.
In tali frangenti l’accettazione della malattia può subentrare quando matura la consapevolezza di una non rispondenza della malattia stessa e del dolore, a un disvalore di ingiustizia.

Illuminanti quindi per un corretto approccio al fine vita i principi della Dottrina Sociale della Chiesa. Nel cui alveo si pone il testo Samaritanus Bonus del 2020, che suggerisce le modalità più consone di prossimità al mistero della sofferenza. Che può essere quanto meno lenita nella sua dimensione empatica, non solo fisica ma pure psicologica e soprattutto affettiva, col supporto delle cure palliative.
In tali momenti il malato può avviare una sintesi della sua vita, propedeutica all’incontro col Signore. Ed ecco che così quei giorni conclusivi possono assurgere a una prospettiva diversa, più edificante. Tale ottica deve essere acquisita dal legislatore e prima ancora nella coscienza di uomini d’ogni credo.
Orientare il legislatore verso norme a favore della vita
Se le relazioni hanno rassegnato lo stato degli atti alla data odierna, l’iniziativa vuole fungere da occasione di sensibilizzazione per i credenti, per un’assunzione di responsabilità attiva e consapevole. Ciò che è emerso anche dal successivo ricco dibattito, propositivo di un corale impegno informativo.
Se a oggi l’iter parlamentare è in fase istruttoria, esistono ancora margini temporali e sedi istituzionali per fare sentire la propria voce. E per orientare il legislatore verso norme realmente a favore della vita.
La Conferenza Episcopale Italiana, di cui è attesa un’ineludibile e ferma determinazione, non segua pedissequamente gli orientamenti della Consulta, ma il prezioso patrimonio dottrinario del Magistero.
L.V.
