Finanza / Banca Etica sul caso Francesca Albanese, rischi di sanzioni e sfida alla pace

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Banca Etica Pignatti

Quando si parla di banche, la mente corre subito a profitti, speculazioni e potere. Ma esistono anche realtà che hanno scelto un’altra strada. Banca Etica, nelle parole della sua presidente del Comitato etico Martina Pignatti, che desideriamo diffondere, prova ogni giorno a esercitare quella che lei definisce “finanza di pace”. Una scelta che diventa sempre più complessa in un mercato che trae vantaggio perfino dalle guerre e dai conflitti. Ma sulla quale anche la Voce dell’Jonio esprime la sua linea, in piano appoggio di Banca Etica e del suo impegno per la pace e la trasparenza finanziaria.

Il caso più recente riguarda la Relatrice speciale delle Nazioni Unite, Francesca Albanese, impegnata a denunciare le violazioni dei diritti umani nei Territori palestinesi. Per il suo lavoro, l’amministrazione statunitense l’ha inserita nella lista delle sanzioni dell’Ofac, la stessa che di solito accoglie narcotrafficanti o presunti terroristi.

La richiesta di Francesca Albanese

Albanese ha contattato Banca Etica per aprire un conto corrente. L’obiettivo era chiaro: verificare se fosse possibile operare nonostante le sanzioni, con la massima trasparenza e attraverso i controlli previsti dall’antiriciclaggio. Per due settimane dieci persone tra ufficio legale, funzione antiriciclaggio e direzione hanno lavorato sul caso. Tutti volevano trovare una strada percorribile. Il risultato, però, è stato negativo. Le regole imposte dagli Stati Uniti prevedono che qualunque banca che offra servizi a persone nelle liste Ofac rischi multe enormi, confisca dei fondi e perfino il blocco dell’operatività in dollari. Non solo per il cliente segnalato, ma per l’intero istituto e quindi per tutti i correntisti. Il tema non è nuovo. Negli ultimi anni varie banche europee hanno pagato caro per aver violato, anche indirettamente, i vincoli Ofac.

BNP Paribas ha subito una multa da 8,9 miliardi di dollari per transazioni con Sudan, Cuba e Iran. Deutsche Bank, Unicredit, Swedbank Latvia ed Efg International hanno dovuto affrontare multe e restrizioni simili. Banca Etica, racconta Pignatti, era persino disposta a rischiare multe salate pur di garantire ad Albanese un servizio bancario non discriminatorio. Ma il problema più grave era un altro: la possibile perdita della capacità di effettuare operazioni in dollari. Un blocco che avrebbe colpito duramente anche le Ong che operano con fondi internazionali e che devono inviare risorse in Afghanistan, Iraq, Siria e altre zone fragili. Il precedente di Commerzbank in Germania è emblematico. Dopo aver pagato 1,45 miliardi di dollari per operazioni con Sudan e Iran, la banca tedesca si è ritrovata sotto monitoraggio esterno e con forti limitazioni nell’uso dei conti in dollari.

Una linea di rigore e coerenza

Il caso Albanese non è isolato. A volte Banca Etica si è trovata di fronte a clienti segnalati da altri Paesi per motivi politici. In alcune circostanze, dopo verifiche indipendenti e raccolta di informazioni da Ong fidate o istituzioni internazionali, la banca ha accettato quei clienti, riconoscendo che si trattava di vittime di discriminazione. Ma la regola è chiara: nessuno, nemmeno il direttore o il consiglio di amministrazione, può esercitare pressioni sulle funzioni di controllo. Lo impone la normativa di vigilanza (circolare n. 285 del 17 dicembre 2013). Questa indipendenza è garanzia di serietà e tutela dell’istituto.

Un altro vincolo riguarda le banche corrispondenti, senza le quali Banca Etica non potrebbe operare a livello internazionale. Istituti come Intesa Sanpaolo, che hanno filiali in tutto il mondo, devono rispettare le regole globali. E se una di queste banche decide che un’operazione non è conforme, può bloccarla o addirittura inserire Banca Etica nella lista dei clienti indesiderati. Con conseguenze devastanti, anche sulle operazioni in euro.

Martina Pignatti e Banca Etica: Impegno sul fronte palestinese

Se aprire un conto a Francesca Albanese si è rivelato impossibile, questo non significa che Banca Etica resti ferma. Anzi, continua a sostenere iniziative di microcredito per le organizzazioni palestinesi e progetti umanitari a Gaza. Ha escluso dai propri fondi etici le aziende segnalate da Nazioni Unite e società civile come complici dell’occupazione. Dialoga con le imprese socie per spingerle a interrompere legami con il sistema coloniale e con l’apartheid. La banca ha inoltre intensificato i rapporti con gli attivisti che portano avanti la campagna Bds (Boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele), chiedendo il rispetto delle risoluzioni Onu e la fine delle violazioni sistematiche dei diritti umani.

Il problema, sottolinea Pignatti, non può essere lasciato solo alle banche. Serve una presa di posizione chiara da parte della politica. L’appello va al Parlamento italiano, perché si faccia promotore presso il governo e l’Unione Europea di una richiesta ufficiale: l’esclusione immediata di Francesca Albanese dalle liste Usa e l’avvio di un meccanismo che protegga le banche europee da vincoli arbitrari imposti da potenze extraeuropee. “Restiamo umani ma soprattutto restiamo uniti”, scrive Pignatti, in un appello che la nostra redazione rilancia a fa suo. La resistenza al genocidio non è solo una questione politica o diplomatica, ma un dovere etico che richiede coraggio, onestà e la volontà di costruire insieme una pace giusta.

Arianna Carbonaro