Un grande incendio ha distrutto, nella serata di martedi 11 novembre, il celebre teatro ricordato con il nome de “Il Ciotolone“, ideato dall’architetto Giacomo Leone, punto d’incontro ormai da anni per spettacoli, convegni ed eventi, del centro fieristico “Le Ciminiere” del comune di Catania. Vedremo nei prossimi paragrafi il punto di vista del figlio dell’architetto, Raffaele Leone.
Incendio alle Ciminiere di Catania / Raffaele Leone: il dolore su quanto distrutto, ideato da suo padre
Raffaele Leone, figlio dell’architetto Giacomo Leone, scrive un lungo sfogo pubblicato sui social network il giorno stesso dell’incendio. Per esprimere la sua frustrazione, Raffaele ha voluto ricondividere un suo articolo scritto quasi dieci anni fa, un mese dopo la scomparsa del padre. Quell’articolo criticava aspramente chi “(mal)governa questa città da anni.” L’autore ha riproposto il testo perchè “questo incendio devastante sta distruggendo uno dei progetti che segna più di tutti urbanisticamente la città”. Questo scritto risuona con drammatica attualità. Se l’architetto fosse stato vivo, l’autore immagina che sarebbe “morto stasera” per il dolore di vedere la sua opera incenerita dall’incuria.
Nel suo post, Raffaele ha ricordato l’intenzione del padre di recuperare le antiche fabbriche di zolfo (affacciate sul mare, accanto alla stazione ferroviaria). Voleva farne un centro fieristico, sì, ma inteso come un enorme spazio pubblico dove passeggiare, ospitare eventi, musei e mostre. “Il teatro da duemila posti da cui è partito l’incendio, il Ciotolone, era una meravigliosa intuizione architettonica”, ha aggiunto Raffaele. Il padre lo aveva pensato come un enorme “ciotolo nero” di quelli che si trovano sulle coste intorno all’Etna (cutulisciu in dialetto), tipico delle coste etnee, poggiato sulle rocce di pietra lavica nera. Raffaele si rammarica: un lavoro condotto magnificamente dal padre è andato distrutto in pochi minuti. La causa: scarsa manutenzione e lavori di riqualifica mai iniziati.
Oltre l’incendio alle Ciminiere di Catania / Leone: “Una città che uccide le sue creature migliori”
La delusione e la rabbia di Raffaele Leone si concentrano sulla critica alla città di Catania e alle sue istituzioni. Parlando delle Ciminiere, scrive che “Qualunque città avrebbe fatto di quel Centro il suo fiore all’occhiello, un motore culturale della città e chiunque vi capiti senza conoscerlo rimane a bocca aperta. Catania no, Catania uccide le sue creature migliori”, aggiunge , citando “l’incuria, la cattiva gestione, la dabbenaggine, l’incompetenza, i quaquaraqua, l’atavica incapacità politica, amministrativa e – senza offesa – civica”. Questa dinamica, afferma, si ripete da decenni, indipendentemente dal colore politico delle amministrazioni.
La morte e le ultime parole dell’architetto Giacomo Leone
Ci sono modi infiniti di morire, e ognuno sembra trovare quello che più gli appartiene. Raffaele Leone ha osservato questo nel padre, l’architetto Giacomo Leone, poco prima che morisse un mese prima della pubblicazione dell’articolo. Giacomo Leone è morto ripetendo le cose che avevano scandito la sua intera esistenza. L’ultima notte, ormai semincosciente, il padre bisbigliava: “Librino.. più spazi.. verde.. servizi..“. Il pomeriggio precedente, affaticato da un devastante tumore ai polmoni, chiese un foglio e una penna ai figli, scrivendo a occhi chiusi frasi confuse ma leggibili: “Corso sicilia, l’urbanistica di Bianco“, “i Benedettini fallimento, isolati dal resto della città”, “la raffineria di viale Africa lasciata bruciare”. L’architetto se n’è andato pensando, parlando e immaginando Catania.
L’assenza delle istituzioni e il silenzio assordante
Un figlio che parla del proprio padre può essere sospettato di agiografia. L’autore chiarisce subito che il suo intento non è elogiare il padre. Vuole denunciare l’assenza di chi rappresenta la città a cui il padre ha dedicato la vita. Alla morte di Giacomo Leone, le autorità pubbliche non hanno quasi reagito: “Solo silenzio, che è il modo più rumoroso di snobbare“. L’autore si chiede perché nessuna istituzione, il Comune in primis, ma anche l’Università, gli intellettuali e gli ordini professionali; nessuno ha speso una parola per ricordarlo. L’allora sindaco di Catania Enzo Bianco conosceva bene le battaglie di Leone e il suo ruolo di “pungolo” culturale.
L’architetto fu un critico spietato delle amministrazioni, inclusa quella di Bianco. Raffaele Leone insiste che la sua scomparsa meritava almeno un cenno, un’analisi del suo operato. Non voleva una commemorazione formale, ma un dibattito sulla sostanza delle sue idee per la città. Sarebbe piaciuto al figlio anche un breve ricordo critico di suo padre dell’ex sindaco: “Caro architetto Leone, grazie per aver cercato di migliorare la città, ma le dico perchè aveva torto”. L’appello era per un confronto di idee contro idee, visioni contro visioni. Giacomo Leone aveva messo in discussione l’urbanistica cittadina su punti cruciali, tra cui Corso Sicilia, la cementificazione della Plaja, il destino di Librino.
Giacomo Leone trattato come un sopravvissuto
In uno degli ultimi passaggi dell’articolo, l’autore definisce suo padre come un sopravvissuto negli ultimi anni di vita. Venne tollerato come un rompiscatole fuori dai giochi, per questo motivo, sulla sua morte non si spese alcuna parola. Per molti, l’architetto era già morto e sepolto. Lo stesso architetto avvertiva questa indifferenza ma non si fermò. Riuscì ad incattivirsi affermando: “non interessa più a nessuno quel che dico, non sanno che farsene”.
Come ricorda il figlio, Giacomo non si arrendeva, egli “bussava alle porte dietro le quali pensava che dovessero ascoltarlo, scriveva lettere e invettive”. Aveva più volte avvisato che l’ultima ciminiera per cui erano stati spesi soldi pubblici, sarebbe finita male, lasciata in abbandono . Si trovarono per caso insieme l’estate scorsa nel fumo di viale Africa a guardare quella sua ultima incompiuta finire in cenere. L’architetto disse a suo figlio: “E’ simbolico tutto questo, per me è come una parabola”.
L’eredità non raccolta e l’appello all’arcivescovo
Il figlio di Giacomo racconta ad un dibattito sul libro “Catania bene” del giudice Sebastiano Ardita, quando ad un certo punto si avvicinò un dirigente di polizia dicendo all’architetto: “Architetto vorrei ringraziarla per tutte le battaglie che ha fatto per questa città”. Subito dopo l’architetto si girò verso il figlio e gli disse: “Vedi? Anche solo per questo ne valeva la pena”. Purtroppo, non c’è stata neanche una parola di cordoglio istituzionale per la sua morte. La sensazione più desolante , è che le sue idee siano morte con lui. Piuttosto,” che non ci siano affatto idee da contrapporre alle sue”. Scrive Raffaele.
Che infine aggiunge un amaro post scriptum sul crocifisso deforme in ferro che il padre aveva progettato quando ancora era uno studente per l’altare della chiesa di Sant’Euplio. Considerato scandaloso e sacrilego più di cinquant’anni fa, fu rimosso dalla Curia e giace nascosto nel retro. L’autore interroga l’Arcivescovo: “Monsignore, non ci regali anche Lei un silenzio assordante, ci dica se quel Cristo potrà mai tornare nel posto per cui è stato pensato”.
Davide Zagami
