Intervista / Ascoltare per guarire: il cammino umano e professionale del dottor Salvo Noè

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Salvo Noè

Empatia, ascolto e parole che diventano cura. Il dottor Salvo Noè, psicologo e psicoterapeuta catanese, è da anni un punto di riferimento per chi attraversa momenti di fragilità e cerca non solo un sostegno clinico, ma una presenza autentica e profondamente umana. Il suo percorso nasce da una forte vocazione all’aiuto e si costruisce nel tempo tra studio, esperienza sul campo e un costante dialogo con le persone, nelle scuole, nelle comunità, nelle famiglie e nei contesti sociali più diversi.

Conferenziere, autore e divulgatore, Noè ha scelto di portare la psicologia fuori dagli studi, rendendola accessibile a tutti, trasformando temi complessi in parole semplici e concrete. Anche le collaborazioni con realtà istituzionali e religiose, tra cui il suo impegno accanto a Papa Francesco, raccontano una storia fatta di fiducia, servizio e attenzione verso l’altro

In questa intervista ripercorriamo la sua vita, le scelte che lo hanno guidato verso questa missione e la visione che oggi orienta il suo lavoro: aiutare le persone a riconoscere le proprie ferite per trasformarle in risorse e ricominciare con maggiore consapevolezza.

Dottor Salvo Noè, lei sostiene spesso che il benessere non è un traguardo ma un allenamento quotidiano: qual è l’errore più comune che facciamo quando pensiamo di “stare bene”? 

L’errore più grande è confondere il benessere con la tranquillità permanente. Pensiamo di stare bene solo quando tutto è sotto controllo, quando non proviamo ansia, rabbia o tristezza. Ma la vita non funziona così. Stare bene non significa non cadere, significa imparare a rialzarsi senza perdere fiducia in sé stessi. Il benessere è un processo dinamico, fatto di ascolto, di scelte quotidiane, di responsabilità emotiva. Quando smettiamo di considerarci “sbagliati” perché stiamo male, iniziamo davvero a prenderci cura di noi.Salvo Noè psicoterapeuta

Viviamo in un’epoca iperconnessa ma emotivamente fragile: secondo lei, cosa ci sta rendendo più stanchi dentro, pur avendo “tutto”?

Siamo stanchi perché siamo sovraesposti e sotto-nutriti emotivamente. Riceviamo stimoli continui, informazioni, richieste, ma non ci concediamo il tempo di sentire davvero cosa ci succede dentro. Viviamo di confronto, di paragoni, di immagini ideali che ci allontanano dalla nostra verità. Abbiamo “tutto” fuori, ma spesso ci manca una relazione autentica con noi stessi. Questa distanza interiore genera una stanchezza profonda, che nessun Social può lenire. Ci vuole una riconnessione con lo sguardo che guarda, con le braccia che abbracciano e con la voglia di incontrarsi per amarsi.

Nei suoi libri invita a smettere di lamentarsi e ad accendere l’entusiasmo. Ma nei momenti bui, da dove si comincia davvero per rialzarsi?

Si comincia dal riconoscere il dolore, non dal negarlo. La lamentela diventa sterile quando è una fuga dalla responsabilità, ma il dolore ha bisogno di essere accolto. Nei momenti bui non servono frasi motivazionali, serve verità. Rialzarsi significa fare pace con la propria fragilità e chiedersi: “Cosa posso fare oggi, anche di molto piccolo, per prendermi cura di me?” L’entusiasmo non è euforia, è fiducia.

La parola entusiasmo viene dal greco (enthousiasmós), significa letteralmente “avere un dio dentro” (en = dentro, theós = dio). Nell’antica Grecia l’entusiasmo indicava uno stato profondo di ispirazione, in cui la persona si sentiva attraversata da una forza vitale, da un senso, da qualcosa di più grande di sé. Era la condizione del poeta, del filosofo, di chi sentiva la vita “abitata”. In questo senso, entusiasmo non è fare di più, ma sentire di più.

Lei lavora da anni con persone, famiglie e istituzioni: c’è una ferita emotiva che accomuna oggi adulti e giovani più di tutte le altre?

Sì, ed è il senso di inadeguatezza. Giovani e adulti vivono con la paura di non essere abbastanza: abbastanza capaci, abbastanza forti, abbastanza interessanti. Questa ferita nasce da una società che misura il valore in base ai risultati e non alla dignità della persona. Quando non ci sentiamo visti per ciò che siamo, ma solo per ciò che facciamo, perdiamo il contatto con il nostro valore profondo.

La sua collaborazione con Papa Francesco ha incuriosito e toccato molte persone: com’è nato questo incontro tra psicologia e spiritualità?

Questo incontro è nato in modo molto semplice, quasi quotidiano. Tutto è cominciato dal cartello “Vietato lamentarsi”, che avevo pensato come uno strumento psicologico, ironico ma profondamente serio, per aiutare le persone a diventare più consapevoli del proprio atteggiamento interiore. Quel messaggio ha colpito Papa Francesco, al punto che ha deciso di metterlo davanti alla porta del suo studio.

Da lì è nato un dialogo autentico, fatto di stima reciproca e di un sentire comune: l’attenzione alla fragilità umana e alla responsabilità che ciascuno ha nel modo in cui guarda la vita. Nel tempo questo dialogo si è trasformato in collaborazione e poi in amicizia, che ha portato alla scrittura di tre libri con la sua prefazione e infine a un libro scritto insieme, La paura come dono. 

dottor Salvo NoèPapa Francesco mostrava sempre una straordinaria attenzione per la fragilità umana e per le cosiddette periferie esistenziali. La psicologia, quando è autentica, fa esattamente la stessa cosa: non giudica, non etichetta, ma accompagna. Per questo il nostro incontro è stato del tutto naturale: entrambi credevamo che prendersi cura di qualcuno significhi prima di tutto ascoltare profondamente e rispettare la storia unica di ciascuno. 

Dottore Salvo Noè, cosa l’ha spinta, come psicoterapeuta, a dialogare con il Papa e a portare il suo lavoro su un piano così profondamente umano e universale? 

Mi ha spinto il desiderio di dare voce a chi soffre in silenzio. La sofferenza non è mai solo individuale, è sempre anche sociale. Portare il dialogo su un piano universale significa riconoscere che il dolore non è una colpa e che prendersene cura è una responsabilità condivisa. Come terapeuta sentivo il bisogno di uscire dai confini di una stanza per parlare al cuore delle persone.

In quel dialogo con Papa Francesco, c’è una riflessione o una frase che ha cambiato anche il suo modo di guardare l’essere umano?

Sì, l’idea che la fragilità non sia un difetto da correggere, ma un luogo di incontro. Questo ha rafforzato in me la convinzione che non dobbiamo “aggiustare” le persone, ma accompagnarle a riconoscere la loro bellezza, anche nelle ferite. Ogni essere umano ha una dignità che non dipende dalla sua forza, ma dalla sua esistenza.

Credo che Dio, alla fine, non ci domanderà se siamo stati perfetti, ma se abbiamo abitato la nostra vita con gioia, anche dentro le ferite. Se abbiamo vissuto la nostra vita come un dono.

Psicologia e fede vengono spesso viste come mondi distanti: secondo lei, dove si incontrano davvero?

Si incontrano nella cura, nel rispetto, nella compassione. Entrambe, quando sono autentiche, aiutano la persona a dare senso alla propria storia. La psicologia lavora sul funzionamento emotivo, la fede sul significato profondo dell’esistenza. Ma entrambe cercano la stessa cosa: aiutare l’essere umano a non sentirsi solo nel suo dolore.

Nella tradizione biblica, Dio crea l’uomo soffiando sulla polvere (Genesi 2:7): “E Dio formò l’uomo dalla polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita; l’uomo divenne un essere vivente”. Quel “soffio” non è solo metafora della vita fisica: indica anche la presenza di uno spirito, di un soffio divino dentro l’essere umano, l’energia vitale che ci anima.

La parola psiche in greco antico significa letteralmente “respiro”. Nel pensiero greco, ciò che anima l’essere umano, la mente e l’anima, è intimamente legato al respiro: senza respiro non c’è vita, senza psiche non c’è esperienza, emozione, coscienza.

Ecco il ponte: così come Dio dà vita con il soffio, la psiche è il nostro “soffio interiore” che collega corpo, mente e anima. Respirare consapevolmente significa sentire il proprio essere vivo, percepire la connessione con qualcosa di più grande e riconoscere le emozioni, i pensieri e le intuizioni che ci attraversano.

Se Salvo Noè dovesse lasciare un messaggio semplice ma potente a chi oggi si sente perso, stanco o inadeguato, quale sarebbe?

Direi questo: fermati. Respira. Non sei in ritardo sulla tua vita. Non devi dimostrare nulla per meritare amore. Anche se ora ti senti smarrito, sei ancora degno, ancora prezioso. La vita non ti chiede di essere perfetto, ti chiede di essere vero.

Dopo aver ascoltato e accompagnato per anni le emozioni degli altri, cosa ama fare il dottor Salvo Noè nel suo tempo libero per ricaricarsi e stare bene con sé stesso?

 Amo la semplicità. Camminare, ascoltare musica, stare con la mia famiglia e anche abbracciare il  silenzio. Amo le relazioni autentiche, quelle in cui posso essere semplicemente me stesso. Prendermi cura di me significa ricordarmi che non sono solo un professionista, ma una persona con bisogni, limiti e desideri. Ed è proprio questo che mi permette di continuare a prendermi cura degli altri.

E mentre l’intervista si chiude, resta la sensazione di aver incontrato non solo un professionista preparato, ma una persona capace di accogliere, ascoltare e lasciare un segno autentico nel cuore di chi gli sta accanto. Il dottor Salvo Noè ci ricorda che prendersi cura degli altri è, prima di tutto, un gesto d’amore e di responsabilità verso l’umanità.

A lui va il nostro grazie più sincero, per il tempo donato, per le parole condivise e per il lavoro silenzioso e prezioso che ogni giorno svolge al servizio delle persone. Perché, a volte, basta qualcuno che sappia davvero ascoltare per cambiare una vita.

 

Federica Leonardi