Congo / Il dramma di 200 persone uccise da una frana in una miniera di coltan

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Congo bimbo miniera
200 persone morte in Congo uccise da una frana improvvisa in un miniera di coltan

Sono morte più di 200 persone il 28 gennaio da una improvvisa frana di una miniera di coltan a Rubaya, Congo, la “capitale mondiale del Coltan“. Rubaya è una città situata nella regione del Kivu Nord, Nella Repubblica Democratica del Congo, molto vicino al confine con il Ruanda. La frana improvvisa è dovuta al crollo del terreno indebolito da abbondanti piogge dei giorni precedenti. Sono morti seppelliti diversi minatori che erano all’interno e fuori dai tunnel, si contano anche bambini e donne. Le ragioni di una simile catastrofe sono legate a diversi fattori.

Il lavoro nelle miniere dell’est della Repubblica Democratica del Congo è misero e indigente. I minatori guadagnano in media circa un dollaro al giorno, operano con metodi rudimentali, senza alcuna formazione qualificata e con strumenti di fortuna. In molti casi, sono costretti a scavare con le mani, esponendosi a rischi enormi e continui. La sicurezza è praticamente inesistente.

La frana di una miniera di Coltan in Congo / L’assenza di confini

A complicare ulteriormente il quadro c’è la mancanza di un confine reale e riconoscibile tra Congo e Ruanda. Anche se esistono confini ufficiali, sul terreno non ci sono linee tracciate né segni visibili che permettano di distinguere con chiarezza dove finisca uno Stato e inizi l’altro. La popolazione locale, così come le milizie armate, attraversa quotidianamente queste zone senza alcun controllo, alimentando tensioni costanti tra gruppi armati e Stato congolese.

Dov’è situata la città di Rubaya. La parte arancione rappresenta lo Stato del Ruanda.

La frana di una miniera di Coltan / Le ragioni della improvvisa espansione degli ettari di lavoro

Le miniere e la regione del Rubaya sono occupate dal gruppo militare M23 e PARECO dal 2024. In questo contesto instabile la città è considerata la “capitale mondiale del coltan”, e ospita quella che viene descritta come la miniera di coltan più ricca del pianeta. Dal 2012, le principali aree di estrazione – che allora coprivano circa 10 ettari – si sono espanse in modo impressionante, arrivando a coprire circa 180 ettari, quasi venti volte tanto. Le miniere e la regione del Rubaya sono occupate dal gruppo militare M23 e PARECO dal 2024.

Questa espansione non è casuale, ed è anche legato alle strane esportazioni di Coltan del vicino Ruanda, pur tuttavia non possedendo abbastanza miniere. È Direttamente collegata alla crescente domanda globale di coltan, un minerale fondamentale per l’industria tecnologica, in particolare per telefoni cellulari, computer, lavatrici e altri dispositivi elettronici. Secondo l’ISPI, è un mercato in continua espansione che genera milioni di dollari al mese per chi controlla le catene di approvvigionamento.

Congo espansione miniera Coltan
Immagine satellitare di google earth, l’espansione degli ettari di lavoro delle miniere di Rubaya

La frana di una miniera di Coltan in Congo

Le responsabilità dell’accaduto

Tra le vittime della frana ci sono anche donne e bambini, impiegati nelle attività minerarie o presenti nelle aree di scavo. Ricostruire le responsabilità dirette della catastrofe è estremamente complesso, ma non è raro che a est della RD del Congo si assistano ad aventi che riguardino soprattutto gli incidenti nelle miniere. E questo è principalmente dovuto a standard di controllo e sicurezza, non ché di tutela del lavoratore, praticamente inesistenti. Una grande opportunità di profitto dato dall’alta domanda del minerale che continua ad aumentare, diventando motivo di scontro tra i gruppi militari stranieri.

L’assenza di misure di sicurezza efficaci è il risultato di una combinazione di fattori: da un lato, l’inefficienza della pubblica amministrazione congolese, dall’altro le altissime tensioni dovute alla presenza massiccia di gruppi armati nell’est del Paese. Milizie che, in molti casi, hanno imposto un clima di terrore costante sulla popolazione civile.

Di particolare rilievo è la vicenda di un gruppo armato affiliato allo Stato islamico, responsabile dell’uccisione di 52 persone, tra cui neonati e bambini, incendiato il villaggio, l’ospedale e la chiesa locale, nei territori di Beni e Lubero, sempre nella provincia del Nord Kivu. Un episodio che dimostra come, in questa regione al nord-est della RD del Congo, la violenza non si limiti allo sfruttamento economico, ma colpisca indiscriminatamente anche i luoghi che dovrebbero essere simbolo di pace. La frana che ha sepolto oltre 200 persone non è quindi solo una tragedia naturale. È il risultato di povertà strutturale, sfruttamento sistematico, assenza di controllo statale e grandi interessi economici, che continuano a prosperare sulla pelle dei più vulnerabili.

Giorgio Trombetta