Venerdì 22 maggio, all’interno del programma Maggio dei Libri 2026 del Comune di Catania, il professore Davide Bennato ha presentato alla comunità studentesca e cittadina il suo nuovo libro “Amanti Sintetici. Sesso, relazioni e intimità nell’epoca dell’intelligenza artificiale”. Nel corso dell’evento sono emerse le grandi contraddizioni di un’IA affettiva che si comporta come un pharmakon: un mezzo tecnologico capace di alleviare la solitudine ma, talvolta, anche di esasperarla.
Abbiamo rivolto alcune domande all’autore per capire come l’antropomorfizzazione delle macchine stia cambiando non solo il mondo del lavoro, ma anche la nostra sfera emotiva.
Oltre ad essere l’autore di “Amanti Sintetici”, chi è Davide Bennato?
Sono Davide Bennato. Insegno Sociologia dei media digitali all’Università di Catania e Sociologia digitale. Sono un esperto di sociologia dei processi culturali e comunicativi. Oltre a essere docente nel corso di laurea di Scienze e lingue per la comunicazione, ne sono anche il presidente. Quindi, è mio interesse far sì che alcune tematiche molto moderne e contemporanee possano incontrare l’interesse dei miei studenti.
L’IA sta davvero sostituendo il calore umano o sta solo colmando un vuoto emotivo che la società moderna aveva già creato?
L’intelligenza artificiale sta diventando, per certi versi, un pharmakon: sia problema che soluzione. È soluzione perché sicuramente la società contemporanea è una società sempre più in isolamento. Lo dicono le statistiche sui rapporti di coppia e quelle sulla vita degli anziani, quindi sicuramente la nostra società sta radicalizzando l’isolamento sociale.
Però, in questo tipo di meccanismo, l’intelligenza artificiale può avere un duplice ruolo. Troviamo l’intelligenza artificiale di tipo emotivo, i cosiddetti chatbot emotivi e relazionali, cosiddetti AI companion. Da un lato possono essere sostitutivi, quindi possono dare un temporaneo meccanismo di soddisfazione e di soluzione di questa problematica dell’isolamento. Dall’altro, però, bisogna stare attenti che, se questo non viene integrato con altre relazioni sociali, potrebbe portare a un ulteriore isolamento. Quindi sicuramente va valutato l’impatto.
Lei studia da sempre il modo in cui i media digitali si pongono tra le nostre relazioni. Qual è il rischio più grande che corriamo nel momento in cui iniziamo a vedere l’intelligenza artificiale come un vero e proprio uomo e a proiettare su di essa i nostri bisogni affettivi?
L’umanizzazione dell’intelligenza artificiale, o più correttamente l’antropomorfizzazione dell’intelligenza artificiale, ha delle conseguenze sicuramente utili. Intanto, permettono di sdoganare queste tecnologie all’interno dei contesti lavorativi e professionali. Quindi sapere che noi possiamo utilizzare l’intelligenza artificiale come se fosse un partner professionale, quindi un assistente, è sicuramente un grande vantaggio.
Nel momento in cui invece si innescano dinamiche relazionali, ovviamente bisogna tenere molto il “freno schiacciato” sulla possibilità di come queste relazioni possano colonizzare la nostra dimensione relazionale ed emotiva. Quindi sicuramente, come spesso capita, l’intelligenza artificiale è un’opportunità, sia dal punto di vista professionale che dal punto di vista relazionale. Ciò a patto di utilizzarla come un’opportunità. Ma soprattutto a condizione che non sia sostitutiva né di alcune competenze professionali che sono importanti – penso per esempio alle soft skills o anche a tante altre competenze specifiche – né dal punto di vista relazionale.
Se un domani i robot o i compagni virtuali diventassero indistinguibili dagli esseri umani, secondo lei dovremo o potremmo trovarci ad accettare l’idea che si possa davvero amare un’intelligenza artificiale?
Allora, secondo me la questione del fatto che noi ci possiamo affezionare o comunque instaurare relazioni con l’intelligenza artificiale è un terzo modo per esercitare la nostra emotività, la nostra affettività.
Il primo modo, quello essenziale, a cui siamo abituati, è sicuramente il rapporto con le persone. Il secondo modo è il rapporto con gli animali, perché ognuno di noi che ha un animale domestico sa che esercita l’affettività anche nei suoi confronti. Un terzo modo, secondo me, potrebbe essere sicuramente questo dell’intelligenza artificiale.
Che diventino esclusive, secondo me non c’è lo spazio. Cioè, secondo me siamo ancora antropologicamente attrezzati per far sì che siano sostitutive, ma siano integrative delle relazioni. Sicuramente bisogna essere educati in questo senso, cioè bisogna capire che le relazioni umane hanno delle cose positive e delle cose negative, degli impegni… E allo stesso modo lo hanno anche le intelligenze artificiali. Anche se sono sicuramente degli aspetti che andranno a esplorare dimensioni diverse del nostro orizzonte emotivo e relazionale.
L’incontro al Monastero dei Benedettini si conclude lasciando la consapevolezza che l’intelligenza artificiale, per restare un’opportunità, ha sempre bisogno di una guida profondamente umana. Al professore Davide Bennato auguriamo che la sua analisi lucida, mostrata ancora una volta in “Amanti Sintetici”, continui a stimolare le menti dei giovani e a tracciare nuove strade per comprendere la sociologia dell’oggi e del domani.
Sabrina Levatino

