Intervista / Giulio Battiato e la rinascita di Giarre, capitale delle incompiute

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Per decenni, il nome di Giarre è stato indissolubilmente legato a “capitale delle opere incompiute”, un’eredità pesante che l’architetto Giulio Battiato propone di guardare sotto una luce radicalmente nuova. E’ un’etichetta che ha trasformato lo skyline della città in un museo a cielo aperto dello spreco cementizio. Ma se quegli stessi scheletri, oggi silenti e grigi, nascondessero il seme per una rigenerazione senza precedenti?

Se lo è chiesto l’architetto Giulio Battiato, esperto in sostenibilità e profondo conoscitore delle dinamiche urbane del territorio catanese. Battiato ha recentemente portato questa visione sul palco del TEDxGiarre 2026, scuotendo la platea con una provocazione necessaria: e se l’incompiuto non fosse una fine, ma un nuovo inizio?

In questa intervista, cerchiamo di capire come la sostenibilità non sia solo una questione di pannelli solari, ma di coraggio progettuale. Con Giulio Battiato esploriamo la possibilità di trasformare le ferite urbane di Giarre in un modello di resilienza per l’intera area mediterranea.

Chi è Giulio Battiato e perchè il suo nome è associato a Giarre come capitale delle opere incompiute?

Sono un architetto. Mi sono laureato in architettura per la sostenibilità al Politecnico di Torino, in cui ho acquisito competenze che vanno dalla progettazione bioclimatica, la riqualificazione energetica, l’efficientamento delle costruzioni con un focus specifico sull’utilizzo di materiali a basso impatto ambientale. Sono tutti dei temi che poi ho deciso di approfondire attraverso un master universitario di secondo livello al Politecnico di Milano, Sustainability and Energy Management in Construction Works. Nello specifico ho approfondito i temi della gestione energetica e dei protocolli di sostenibilità applicati quindi ai processi costruttivi. 

Oggi lavoro nel settore pubblico, in cui mi occupo di progetti strategici legati allo sviluppo territoriale, supportando iniziative connesse alle zone economiche speciali, con l’attuazione di programmi di investimento e trasformazione. Al contempo, continuo a portare avanti una ricerca personale sul tema delle incompiute. Le considero, soprattutto in Sicilia, una delle sfide più urgenti e allo stesso tempo interessanti per il futuro delle nostre città.

Per anni Giarre è stata definita la ‘capitale delle opere pubbliche incompiute’. Dal tuo osservatorio dell’architetto Giulio Battiato come viene percepito questo caso studio fuori dalla Sicilia?

Fuori dalla Sicilia, soprattutto da chi conosce e ha approfondito il tema delle incompiute pubbliche, Giarre viene citata come un caso emblematico di cattiva gestione delle risorse pubbliche. Quindi proprio un simbolo dello spreco. Questa è la percezione sicuramente più immediata, anche mediatica, che ha avuto. Anche la BBC o il New York Times hanno trattato il tema delle incompiute e proprio di Giarre nello specifico.

Per quanto riguarda l’ambito accademico-progettuale, sicuramente si ha una lettura diversa che è anche più complessa. I progettisti si mettono nell’ottica delle potenzialità di un territorio e delle incompiute che ci sono. In questo caso Giarre viene vista invece come un laboratorio estremo. È un luogo che diventa un terreno fertile per sperimentare approcci innovativi, legati soprattutto al riuso, alla trasformazione e quindi alla sostenibilità. Siamo in un momento storico in cui costruire ex novo è sempre meno sostenibile. Quindi, avere un patrimonio così vasto di strutture esistenti rappresenta paradossalmente una grande opportunità progettuale.

Giulio Battiato al TEDx Giarre 2026 ha parlato della capitale delle opere incompiute e di come lo spazio influenzi la comunità. Che effetto fa a una città crescere circondata da ‘scheletri’ mai nati? Cosa ti hanno trasmesso i cittadini di Giarre con cui ti sei interfacciato?

Crescere in un contesto che è segnato da opere incompiute significa interiorizzare, spesso in modo inconsapevole, l’idea che le cose possono restare a metà e questa non è solo una questione estetica, urbana, ma culturale. Gli scheletri di cemento diventano parte del paesaggio quotidiano e quindi, come ho detto durante il talk, si smette quasi di notarli. Questo però non significa che smettano di avere un impatto: continuano comunque a influenzare il modo in cui si percepisce lo spazio.

Parlando con i cittadini e in particolare con i più giovani è emersa una normalizzazione del non funzionamento. Era normale che questa situazione sia così, che questi posti non funzionino. Però allo stesso tempo dalle interviste che ho fatto è emersa anche una forte voglia di riscatto e anche di partecipazione. Persone che darebbero la propria disponibilità a partecipare anche all’organizzazione di eventi, seppur temporanei, all’interno delle incompiute.

Molti dicono: ‘Abbattiamo tutto’. Ma perché recuperare uno scheletro di cemento è meglio che raderlo al suolo?

Demolire e ricostruire comporta un impatto ambientale enorme, soprattutto per quanto riguarda le emissioni di CO2 legate alla produzione di nuovi materiali, soprattutto il cemento, ma anche allo smaltimento. Ogni edificio incorpora una quantità significativa di energia e di risorse che sono state già spese nel momento in cui è stato costruito; quindi, demolirlo significa disperdere completamente questo valore. Recuperare una struttura esistente invece permette di lavorare su ciò che c’è già, riducendo drasticamente il consumo di nuove risorse e limitando ovviamente le emissioni.

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Non è solo una questione ambientale, è anche una scelta culturale e progettuale. Significa riconoscere il valore di un edificio che non sta solo nella forma finita che potenzialmente potrebbe avere, ma proprio nella possibilità di essere trasformato nel tempo. In questo senso la rigenerazione è un atto più maturo rispetto alla sostituzione.

Sul palco del TEDx hai lanciato dei semi di cambiamento per la Piscina Regionale e il Centro Polifunzionale. Qual è l’opera incompiuta di Giarre che ti ‘affascina’ di più dal punto di vista del potenziale di trasformazione?

Allora, il Centro Polifunzionale è probabilmente l’opera che più mi interessa dal punto di vista del potenziale, sia per dimensioni, posizione, configurazione. Potrebbe diventare un luogo davvero strategico per la città. Uno spazio dedicato al lavoro, alla formazione, all’innovazione. Ma al contempo, aperto alla comunità durante la sera. Avrebbe dunque una doppia funzionalità.

L’architettura da sola non basta. Di cosa ha bisogno Giarre per passare dai progetti su carta ai cantieri di rigenerazione? È un problema di fondi, di visione o di burocrazia?

Direi una combinazione di fattori. Molto spesso manca una visione condivisa e un ascolto reale del territorio, delle esigenze delle persone che vivono quei luoghi. Molto spesso si fa un errore importante che è proprio quello di creare dei progetti che nascono senza coinvolgere la comunità e che che rischiano di non essere accettati dalle persone, di essere malvisti. Quindi poi alla fine rimangono spazi vandalizzati, che sono magari esteticamente piacevoli ma che perdono di funzione. Quando c’è un allineamento tra l’amministrazione, i cittadini e i progettisti, sicuramente i progetti diventano più solidi.

Se Giarre tra dieci anni non fosse più la capitale delle opere incompiute, cosa piacerebbe a Giulio Battiato che diventasse? Quale ‘nuovo aggettivo’ meriterebbe questa città?

A me piacerebbe che Giarre venisse ricordata per “Melior de cinere surgo”, la rinascita delle sue incompiute. Si parla di scheletri di una città che sognava di diventare tale, che sognava infrastrutture e tutta una serie di servizi che mancavano e che avrebbero dato uno slancio a Giarre come città vivibile, attrattiva. Poi in realtà è stato il contrario. Per questo il mio sogno è che diventasse un laboratorio di rigenerazione urbana. Una città capace di trasformare le proprie fragilità e risorse, di sperimentare nuovi modi di abitare e di utilizzare quindi lo spazio pubblico. Vorrei che diventasse proprio questo: l’emblema di una città italiana che può dare l’esempio a un contesto internazionale, di come effettivamente il costruito si possa trasformare con progetti innovativi e sostenibili.

Se dovessi scegliere un aggettivo direi consapevole, cioè una città che effettivamente conosce e ha conosciuto i propri limiti, ma anche allo stesso tempo il proprio potenziale.

Sabrina Levatino