«Spes non confundit», la speranza non delude. (Rm. 5,5). Nell’esortazione di San Paolo alle prime comunità cristiane di Roma, ma estensibile a tutti noi, il core del Giubileo della Speranza. Accolto con entusiastica partecipazione, in un afflato di rigenerazione diffuso in tutto il mondo. Segnato in questi mesi non solo dalle copiose presenze nelle Basiliche, ma pure dalle iniziative di preghiera e meditazione comunitaria indette in ogni diocesi, in sintonia ai vari temi trattati. Vissute in una solarità che, sola, può rischiarare un mondo sempre più votato al buio della notte.
Mentre nel dipanarsi dei vari eventi in calendario l’anno giubilare si avvia a conclusione, quale occasione più propizia per chiedere a mons. Antonino Raspanti, presidente della Conferenza Episcopale di Sicilia e Vescovo della diocesi di Acireale, di condividere le sue impressioni.
Eccellenza, in tempi travagliati il primo moto di speranza non può che essere l’auspicio di pace. Non solo tra i popoli, ma prima ancora nei cuori di tutti. Come i cristiani, mossi dallo Spirito, devono tradurla in impegno fattivo, individuale ad intra, e comunitario, ad extra?
Papa Francesco, nella bolla di indizione del Giubileo, la Spes non confundit, tra i “segni” della speranza metteva al primo posto proprio la pace. Il defunto pontefice così scriveva: “Il primo segno di speranza si traduca in pace per il mondo, che ancora una volta si trova immerso nella tragedia della guerra. Immemore dei drammi del passato, l’umanità è sottoposta a una nuova e difficile prova che vede tante popolazioni oppresse dalla brutalità della violenza.
Cosa manca ancora a questi popoli che già non abbiano subito? Com’è possibile che il loro grido disperato di aiuto non spinga i responsabili delle Nazioni a voler porre fine ai troppi conflitti regionali, consapevoli delle conseguenze che ne possono derivare a livello mondiale? È troppo sognare che le armi tacciano e smettano di portare distruzione e morte? Il Giubileo ricordi che quanti si fanno «operatori di pace saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9). L’esigenza della pace interpella tutti e impone di perseguire progetti concreti” (n.8).
“La pace – ci ricorda il Concilio Vaticano II– non è la semplice assenza della guerra, né può ridursi unicamente a rendere stabile l’equilibrio delle forze avverse; essa non è effetto di una dispotica dominazione …” (Gaudium et spes, 78), la pace nasce da un cuore nuovo, da un cuore riconciliato, da un cuore che si è incontrato con Cristo.
Il Giubileo è stata la semina della pace, anche perché coinciso con terribili guerre; auspichiamo che essa possa essere la cultura e l’impegno dominante del post-giubileo.
Luogo comune fin troppo aduso, persino dai credenti, il refrain della crisi della fede. Eppure, il portato del Giubileo svela tanti segni di una vivacità che va riguardata al di là e ben oltre i meri dati statistici. Come veicolarla come uno strumento di evangelizzazione?
Non possiamo lasciarci condizionare dalle statistiche, anche se servono. Quando si lavora per il Regno di Dio, si lavora sempre a lunga scadenza. San Paolo scrive: “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma è Dio che ha fatto crescere. Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere” (1Cor, 3, 6-7). Il Giubileo è stato un evento di semina, i suoi frutti germoglieranno nel tempo. È innegabile, però, che nella apparente scristianizzazione del mondo, il Giubileo ha riproposto in maniera forte il messaggio di Cristo e della speranza, facendo affluire a Roma circa 30 milioni di pellegrini, e dando alle diocesi – con le varie celebrazioni – la possibilità di raggiungere un numero considerevole di fedeli.

Occasione di profonda gioia, rumorosa e contagiosa per citare San Giovanni Paolo II, il Giubileo dei giovani, a cui ha partecipato la folta delegazione diocesana da Lei guidata. Come devono attivarsi le comunità locali a che tale gioia possa essere nutrita e coltivata?
I Giovani sanno dare sempre il meglio di sé. Nonostante le precarie condizioni sono partiti con entusiasmo e hanno vissuto intensi giorni di preghiera, fraternità, esperienza che hanno trovato il culmine, come nel Giubileo del 2000, nell’incontro con il Santo Padre a Tor Vergata. Papa Leone ha fatto loro una consegna ardua: “Aspirate a cose grandi, alla santità, ovunque siate. Non accontentatevi di meno” (Omelia, 3 agosto 2025).
Tocca adesso al servizio di pastorale giovanile di ogni diocesi, alle parrocchie, ai gruppi e ai movimenti, portare avanti tutto questo. Perché non resti un episodio isolato ma un trampolino di lancio per un progetto nuovo a servizio dei giovani.

Essenza ontologica del Giubileo è l’esperienza vissuta, del perdono domandato e ricevuto. Che introduce alla relazione più intima con Dio. Memorabili le pagine dell’Enciclica Dives in Misericordia. Quale potrà essere il retaggio del Giubileo per una cultura del perdono?
Nella Spes non confundit, a tal proposito, Papa Francesco scriveva: “l’esperienza piena di perdono non può che aprire il cuore e la mente a perdonare. Perdonare non cambia il passato, non può modificare ciò che è già avvenuto; e, tuttavia, il perdono può permettere di cambiare il futuro e di vivere in modo diverso, senza rancore, livore e vendetta. Il futuro rischiarato dal perdono consente di leggere il passato con occhi diversi, più sereni, seppure ancora solcati da lacrime” (n. 23).
Credo che bisogna insistere tanto su questo aspetto, sia per quanto riguarda il sacramento della Penitenza (oggi notevolmente in crisi), sia per quanto riguarda una cultura e una prassi di perdono, come realtà umana. Ricordiamoci sempre, come scriveva San Francesco d’Assisi nella preghiera semplice che: “solo perdonando si è perdonati”.
Per un vecchio adagio finché c’è vita c’è speranza e la prima speranza di vita è ai nascituri. La Cesi ha più volte assunto posizione chiara e risoluta, pure nei riguardi delle istituzioni. Può dirsi che sulla difesa di questa speranza si gioca la coerenza e credibilità dei credenti?
La CESi si è fatta portatrice di quelle bellissime parole che Papa Francesco aveva scritto , a tal proposito, nella Bolla di indizione del Giubileo,: “L’apertura alla vita con una maternità e paternità responsabile è il progetto che il Creatore ha inscritto nel cuore e nel corpo degli uomini e delle donne, una missione che il Signore affida agli sposi e al loro amore. È urgente che, oltre all’impegno legislativo degli Stati, non venga a mancare il sostegno convinto delle comunità credenti e dell’intera comunità civile in tutte le sue componenti, perché il desiderio dei giovani di generare nuovi figli e figlie, come frutto della fecondità del loro amore, dà futuro ad ogni società ed è questione di speranza: dipende dalla speranza e genera speranza” (n.9).
Anche la CEI, nell’annuale giornata in difesa della vita (1 domenica di febbraio), dal 1978 porta avanti, con dedizione e impegno, l’annuncio del Vangelo della vita. Il continente europeo invecchia sempre più, anche da noi ormai sono più il numero dei funerali che quelli dei battesimi a prevalere. È urgente, prioritario l’annuncio di tutto questo, supportato dalle Istituzioni che difendano e promuovano la vita dal nascere al morire.
Ringraziamo mons. Raspanti per gli ulteriori spunti di riflessione e conversione suggeriti. Corroborati e rinfrancati nell’animo; infatti, La speranza poi non delude, perché l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato (Rm 5,1-2.5).
Giuseppe Longo
