Nella sua mirabile Lettera Enciclica Evangelium vitae già 30 anni fa San Giovanni Paolo II definiva l’aborto procurato un crimine abominevole in quanto eliminazione deliberata e diretta di un essere umano nella fase iniziale della sua esistenza, dal concepimento alla nascita. E ammoniva altresì come nella coscienza di molti si fosse offuscata la percezione della gravità di questo male, pure per un linguaggio ambiguo, come nell’espressione “interruzione della gravidanza”, volta a minimizzarne la gravità nella pubblica opinione.
Da allora possiamo dire che nulla sia cambiato, se non persino in peius. Si pone coerentemente in quest’alveo l’iniziativa assunta dal vescovo della Diocesi di Ventimiglia – Sanremo, di installare nella torretta di Villa Giovanna d’Arco a Sanremo una Campana della vita i cui rintocchi giornalieri delle ore 20, a partire dal 28 dicembre sono destinati a tenere viva la memoria dei bambini vittime dell’aborto e a risvegliare la coscienza di credenti e non, su tale abominio legalizzato.
Com’era prevedibile l’iniziativa adottata dal vescovo mons. Antonio Suetta, è stata accolta con alterni giudizi, promananti da visioni contrapposte, se non antitetiche, dell’identità stessa della vita umana.
Sul senso e il fine di tale invito alla memoria ci siamo intrattenuti proprio col vescovo Antonio Suetta.
Mons. Suetta, da dove promana l’ispirazione per la “Campana della vita” e a quali intenti vuole sottendere?
La campana è stata fusa in occasione della iniziativa 40 giorni per la vita 2021-2022 e benedetta il 5 febbraio del 2022 in occasione di una giornata di preghiera per la vita. La prima finalità è quella di promuovere e coltivare la vocazione alla preghiera. Perché la vita sia accolta e promossa. E perché i credenti, e comunque tutte le persone di buona volontà, possano avere sempre una visione adeguata e veritiera circa la piaga dell’aborto. In secondo luogo la destinazione della campana sottende lo scopo di risvegliare le coscienze sui principi del diritto naturale e quindi della dottrina cattolica.
Si può presumere non casuale la scelta del 28 dicembre in cui si venerano i santi innocenti martiri dell’eccidio di Erode, per accomunarlo a quello dei milioni di bimbi non nati, vittime di aborto?
In effetti la scelta di una data che interroga i credenti sulla violenza ai più piccoli e sin dal loro concepimento, è stata pensata e voluta appositamente. Poiché in diocesi tutti gli anni, in occasione di tale ricorrenza, è sempre promossa qualche iniziativa volta a riprendere e riproporre il tema della vita nascente e della sua difesa.
Ampliando il tema, de iure condendo, alla legge 194 del 1978, si fronteggiano tra i credenti due visioni: quella dell’accettazione del cosiddetto male minore, volta a possibili miglioramenti della norma; e quella della ferma censura per ogni modalità di accesso all’eliminazione di una vita già in atto.
Quale a suo dire la posizione più aderente alla Parola, oltre che al dettato del Magistero Papale?
Nel caso specifico di questa legge, ma anche più in generale, l’opzione del cosiddetto male minore non è compatibile con la dottrina cattolica. In quanto la legge deve tutelare il valore intangibile e inderogabile della vita. Non ci si trova dunque di fronte alla necessità di una plausibile scelta fra due mali da soppesare e confrontare, in quanto la vita deve essere protetta tout court, senza se e senza ma. Derogare a questo assunto facendo passare l’accesso all’aborto in qualche circostanza come un male minore, equivale a introdurre un vulnus letale in un principio assolutamente non negoziabile.
Nella prospettiva di assoluta e rigorosa fedeltà al Vangelo e alla Dottrina della Chiesa, quali passi, da muovere in un dibattito volto a indirizzare a una tale visione l’agone politico, può suggerire?
Innanzitutto occorre mettere meglio a fuoco la questione nella sua esattezza e completezza. Poichè il dibattito attuale è piuttosto sbilanciato sul versante della cosiddetta libertà e autodeterminazione della donna. Per riproporre la questione in una corretta disciplina normativa, oltre che deontologica, occorre promuovere a tutti i livelli la consapevolezza scientifica ed etica per cui nella pratica dell’aborto viene eliminato un essere umano nella sua identità, anche spirituale, e per giunta innocente e indifeso.
>Indi inammissibile mettere a confronto due valori irriducibili e incomparabili, come la sacralità della vita umana e il cosiddetto libero arbitrio della donna, adducendo speciosamente a ipotetiche difficoltà di varia natura.

Se il tema interroga la coscienza dei credenti e li induce all’impegno indefesso, talora sottotraccia affiora un sentore di scoraggiamento per l’entità delle forze economiche e politiche avverse. Come la Parola può rinvigorire e rinnovare l’impegno per la difesa della vita in ogni ambito?
Dobbiamo ritornare alle parole di Gesù che ha avvisato i suoi discepoli che avrebbero subito delle persecuzioni nel mondo. Ma ha continuato invitando loro a nutrire fiducia, avendo Egli vinto il mondo. Perciò questa buona battaglia a favore della vita non può essere ricompresa solo in una prospettiva terrena che potrebbe sembrare persino spropositata. Come Davide di fronte a Golia, il credente non deve arrendersi al cospetto di apparenti evidenze mondane. Ma deve riporre la propria fiducia in Dio che vuole la salvezza e la verità per tutti e così coltivare questo afflato sì che possa albergare nel suo cuore.
Ringraziando il vescovo, col nostro plauso formuliamo l’auspicio di tante adesioni pure in altre diocesi.
Giuseppe Longo
