“Parafrasando il titolo del famoso romanzo di Milan Kundera, L’insostenibile leggerezza dell’essere” (pubblicato per la prima volta nel 1984) mi soffermo a riflettere sulla questione del potere. La narrazione di Kundera parla del conflitto tra la leggerezza, cioè vivere senza vincoli, godendo del momento e il peso della responsabilità, dell’impegno e delle conseguenze delle proprie azioni.
In altri termini, contrappone libertà a obbedienza: sono libero se vivo senza vincoli, al contrario sono responsabile e non libero se obbedisco agli impegni presi.
Questa contrapposizione, il conflitto intrapreso, che spesso viviamo nelle scelte che compiamo quotidianamente, non ci aiuta a redimere la questione.
Sembra, però, che ultimamente ci sia una terza via, più “gettonata”, che in apparenza abbia risolto la disputa e cioè quella della pesantezza del potere, tradotto in altri termini dell’arroganza del potere. Questa visione si fonda sul fatto che la tensione tra leggerezza e peso, tra libertà e responsabilità non sussista e che l’unico parametro di riferimento sia il potere.
Il potere che può tutto
Quel potere che non si fa domande sulla responsabilità e tantomeno sulle conseguenze delle proprie scelte e che cerca essenzialmente il godimento personale o al massimo di pochi intimi. Ho il potere di farlo? Lo faccio! Perché preoccuparsi degli effetti?
Non serve: l’unica preoccupazione è quella di avere più potere affinché nessuno abbia la forza di contrapporsi e contestare.
Si azzera così la responsabilità al punto che tutto è possibile in barba a qualsiasi legge o diritto internazionale, la libertà si realizza pienamente come libertinaggio.
In questa prospettiva un ostacolo da delegittimare è la democrazia che fino ad oggi è l’unica possibilità che impedisce la bulimia del potere. Oppure lo screditare tutte quelle istituzioni che tentano di sostenere argomenti etici e morali.
Quando scrivo queste cose penso a quei personaggi che ricoprono cariche di potere, governo e che magari sono accusati di truffa, peculato, falso ideologico e corruzione per tangenti, e senza preoccupazioni, con spavalderia, continuano i loro “affari”.
L’arroganza del potere non ha limiti e senza pudore va dritto all’obbiettivo e cioè quello di incamerare sempre più potere e consenso. Ci sarebbero tanti esempi da fare di forme di esercizio di potere supponente travestito di “buona politica”. Ma per evitare inutili querele, infondate d’altronde, mi fermo qui e lascio a voi le riflessioni in tal senso.
Il potere come servizio
Ma il potere in sé è negativo? Cioè l’esercizio del potere è sempre prepotenza? Io penso di no, il darsi del potere può avere un’altra modalità e cioè quella del potere come servizio. Anzi vorrei scrivere un ossimoro per il nostro tempo: è come dire una curva dritta secondo la cultura dominante. Ma nonostante le resistenze penso che il potere sia servizio, altrimenti bisognerebbe chiamarlo violenza.
La terza via di cui scrivevo sopra ha la pretesa di cancellare tutto per imporre il potere come unico orizzonte di relazione: io ho il potere, quindi, decido la vita e la morte di tutti. La proposta del potere come servizio è esattamente l’opposto. Il mettersi al servizio dell’altro crea la possibilità di vita per tutti secondo i desideri di libertà e responsabilità di ognuno.
Il potere come possibilità di benessere per tutti
Qualcuno potrebbe obbiettare che questa storia del servizio è una bella scusa dei più deboli per limitare il “giusto” potere acquisito dai più forti. E io potrei rispondere di sì, che è un limite. Ma non per creare conflitto tra i più forti con i deboli, tra i ricchi e i poveri, ma come possibilità di benessere che genera spazio di relazioni libere per tutti e non di schiavitù e sudditanza. Mettersi al servizio di quella logica che sta al fondo dell’essere, cioè la relazione armoniosa e non il conflitto, è la possibilità di vita libera e responsabile che il potere arrogante cerca di cancellare.
Il potere supponente travestito da politica e spesse volte anche da religione tenta di creare una narrazione plausibile per giustificare l’unico suo fine. Cioè accumulare potere o consenso per esercitare forza e violenza insostenibile.
La questione del potere è molto articolata, complessa e mi rendo conto che non può essere trattata in poche battute. Il mio vorrebbe essere solo un piccolo contributo alla riflessione che faremo in questi ultimi giorni dell’anno per immaginare, pensare e costruire, una realtà libera dalla violenza e prepotenza del potere in tutte le sue forme. Buon anno a tutti e tutte!
Alfio Pennisi
