Intervista / Pina Di Bella ha illustrato l’antologia di poesie “Non vedo l’ora”: “L’arte è la cura dell’anima”

L’antologia di poesie “Non vedo l’ora”, pubblicata da “La Voce dell’Jonio” su idea lanciata durante i primi giorni di emergenza per la pandemia da coronavirus, è illustrata dalla professoressa Pina Di Bella, insegnante in pensione di materie artistiche di origine santantonese. L’abbiamo intervistata in un luogo d’arte naturale, la scogliera di Acitrezza. Ad una donna non si dovrebbe mai chiedere l’età, ma in questo caso il dato anagrafico potrebbe essere un elemento chiave per definire una sensibilità nella quale si riconoscono, allo stesso tempo, la freschezza dello sguardo e la saggezza della maturità. Ci vuole svelare quanti anni ha?

Una delle illustrazioni dell’antologia

Ho 83 anni, ma non me li sento affatto: a mantenere il cuore giovane ci pensa l’arte. Non ho mai abbandonato i colori e i pennelli che mi hanno consentito di esprimere sempre emozioni e stati d’animo. Ha sempre amato l’arte? Ho cominciato ad insegnare educazione artistica a 21 anni. Ma ho iniziato a dialogare con l’arte appena dopo la scuola media. Ho avuto la fortuna che, proprio in quegli anni a Catania, nasceva l’Istituto d’Arte e io mi sono iscritta senza sapere bene dove mi avrebbe portata, solo per l’attrazione per quelle materie. I miei insegnanti sono stati i più grandi nomi dell’epoca, punti di riferimento nella scena dell’espressione artistica non solo per Catania. Da allieva ho assistito alle fasi della preparazione e della realizzazione dei quattro lampioni di piazza Università e della grande statua che domina sul prospetto del Palazzo di Giustizia, opera del grande professore Lazzaro. Erano anni di profonda trasformazione per Catania, gli anni del risveglio post bellico e l’arte finalmente finiva di essere apprezzata soltanto se copia fedele della realtà e stava diventando un potente strumento di comunicazione. Cos’è stata l’arte nella sua vita? Innanzitutto il mezzo per realizzarmi. Come insegnante, nell’epoca in cui la scuola media è diventata obbligatoria per tutti, ho avuto la possibilità non soltanto di far scoprire a centinaia di adolescenti l’uso delle tecniche, quanto piuttosto di far capire loro che è possibile esprimere un sentimento o un’emozione anche attraverso semplici segni e colori. Il mio obiettivo è stato quello di spingere i ragazzini all’osservazione, per fare sviluppare in loro la creatività e il pensiero autonomo. Ma lei non ha mai fatto mostre? Non le ho mai cercate. Non mi interessava. Avevo anche una famiglia a cui pensare…. Ma ho sempre frequentato l’ambiente degli artisti, senza mai fare distinzioni tra le firme quotate e gli sconosciuti. Ho sempre visitato gallerie, scambiato opinioni con gli artisti, cercando di capire il loro mondo, il loro messaggio soprattutto. Sospendendo il giudizio o valutando in privato se e quanto quell’artista mi avesse colpito. Era la pena della sua famiglia… Lo riconosco, i miei figli, da piccoli soprattutto, mi hanno accompagnata spesso malvolentieri nelle mie frequenti visite alle gallerie. Ma penso che alla fine abbia fatto bene anche a loro… Lei ha mai esposto le sue opere? Qualche volta sì, ma solo per fini specifici. Una volta, ad esempio, dopo tantissimi anni, ho rivisto due vecchi compagni di studio e ci è venuta in mente l’idea di celebrare l’evento con una collettiva d’arte: è stato emozionante. Un’altra volta ho incontrato il dolore di una coppia che aveva perso un figlio in una disgrazia: volevano sublimare la perdita nell’arte e questo messaggio mi piaceva così tanto che ho partecipato a diverse edizioni del loro concorso con la sorpresa di vincere. Mi serve una motivazione forte per esporre le mie opere che invece mi piace regalare agli amici o conservare. E, stavolta per “Non vedo l’ora”, qual è stata la sua molla? Stavolta la reclusione mi stava facendo appassire in casa ma, come sempre, l’arte mi ha aiutata. La sollecitazione di questa iniziativa editoriale mi ha permesso di reagire, di concentrarmi nel messaggio positivo, nella luce al di là del tunnel e quindi mi sono tuffata. A volte, quando avevo un’ispirazione, non vedevo neanche che le lancette dell’orologio avevano fatto tanti giri e qualche volta dimenticavo persino di cenare. Io dico sempre che l’Arte cura. Prima lei ha detto che l’arte non può più essere la riproduzione della realtà, adesso dice che è uno strumento di cura dell’anima: pensa che dipingere possa essere un modo per sublimare tensioni? A volte è un mezzo per sfogarsi. Ma quel genere di arte, se non ha la forza di comunicare qualcosa agli altri, non serve se non a chi la produce. La vera arte, invece, dialoga con il pubblico. Quello che comunica però non è un concetto razionale, un’idea che si potrebbe esprimere con la scrittura o con la fotografia, ma invece un’emozione, qualcosa di molto più sottile e universale. Nelle tavole che fanno parte di questo libro anche concetti astratti, come la paura e la gratitudine, si trasformano, diventano personaggi, hanno un volto e un’espressione. E’ così? Mi piace rappresentare ciò che avrebbe bisogno di intere pagine per essere spiegato. La mia arte è sintesi, ma è anche ironia. L’ironia è una chiave che lei usa spesso? L’ho sviluppata forse di più con l’età, ma ricordo che connotava anche alcune delle mie prime opere. E’ una chiave molto potente, ma non è l’unica. Anche il segno drammatico aiuta a concentrare l’attenzione di chi osserva. Se dobbiamo trovare una regola generale per sintetizzare l’efficacia nell’arte, potrei dire che è una lente che amplifica le emozioni. Un’altra caratteristica comune in questi suoi disegni sembra il disprezzo per la precisione: il colore un po’ deborda, il contorno non si chiude. E’ un effetto ricercato? Nel tratto libero, nel segno che sgorga di getto dalla mia matita o dal mio pennello, c’è tutta la tensione e l’energia della vita. Questa per me è l’arte.

L.V.