Interviste siciliane -52 / Il dott Salvatore Garozzo visse la medicina come servizio

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Accademia degli Zelanti

Il medico che seppe unire scienza e umanità, rigore professionale e sensibilità spirituale: una figura storica della sanità acese e dell’Accademia degli Zelanti e dei Dafnici.
Oggi abbiamo l’onore di ripercorrere la vita e il pensiero del dottor Salvatore Garozzo (Puntalazzo, 2 febbraio 1916 – Acireale, 28 gennaio 2006), protagonista silenzioso ma fondamentale della medicina e della cultura del Novecento siciliano.

Bentornato, dottor Garozzo. Prima di parlare della vostra professione, chi era il Garozzo uomo?

Sono sempre stato un uomo sorretto da una fede cristiana profonda, non esibita ma vissuta quotidianamente, che orientava ogni mia scelta, personale e professionale. Alla famiglia, all’amicizia, ai colleghi e soprattutto al prossimo sofferente ho cercato di offrire la stessa dedizione, senza distinzione. Ho vissuto la medicina come una vera vocazione: non un mestiere, ma un servizio. Ogni gesto clinico era per me inscindibile dal rispetto del codice deontologico, dalla solidarietà umana e dall’ascolto della persona nella sua interezza.

Partiamo dalle vostre radici. Dove nasce il vostro percorso umano e professionale?

Sono nato a Puntalazzo, una frazione di Mascali, nel 1916. La mia infanzia fu segnata da una perdita precoce: rimasi orfano di mio padre quando ero ancora molto giovane. Questa assenza fu in parte colmata dalla presenza attenta e affettuosa di uno zio sacerdote, che ebbe un ruolo decisivo nella mia formazione morale e culturale.
Studiai inizialmente presso il Collegio San Basilio di Randazzo e successivamente al Collegio di Monte Sora, a Frascati.  Ambienti che contribuirono a rafforzare in me disciplina, curiosità intellettuale e senso del dovere.

Vecchio ospedale Acireale
Il vecchio ospedale di Acireale

Mi iscrissi alla Facoltà di Medicina a Catania, ma conseguii la laurea a Napoli nel 1939, alla vigilia di anni difficili per il Paese. Dopo la guerra sentii il bisogno di approfondire ulteriormente le mie competenze. Nel 1946 mi specializzai a Pavia nelle malattie dell’apparato digerente e del sangue. Nel 1952 ottenni una seconda specializzazione a Catania in patologia cardiovascolare. Lo studio continuo è sempre stato, per me, una forma di rispetto verso i pazienti.

Siete noto soprattutto per il vostro lungo servizio all’Ospedale Santa Marta e Santa Venera di Acireale.

Nel 1955 divenni primario di Medicina generale e rimasi in quel ruolo fino al 1977. Furono anni intensi, segnati da grandi responsabilità ma anche da profonde soddisfazioni umane. Tuttavia, la pensione non segnò mai una fine: continuai a curare gratuitamente numerosi pazienti e a prestare assistenza alla comunità di “Casa Mia” delle Piccole Suore dei Poveri. Ritenevo che la cura non potesse avere un limite temporale né economico quando nasce da una vocazione autentica.

Quale fu il vostro contributo all’Accademia Zelantea?

All'Accademia degli Zelanti il dott Garozzo ricoprì diversi incarichi
All’Accademia degli Zelanti il dott. Garozzo ricoprì diversi incarichi

Entrai a far parte dell’Accademia come socio effettivo nel 1957. Fu per me una seconda casa intellettuale. Ricoprii diversi incarichi, tra cui quello di segretario dal 1965 al 1973, e dedicai all’istituzione una parte rilevante della mia attività di studioso. La mia produzione scientifica è molto ampia: oltre seicento pagine pubblicate in Memorie e Rendiconti.
Molti di questi lavori sono vere e proprie monografie, in particolare di storia della medicina.

Amavo consultare testi del XVI secolo, decifrarne il linguaggio e restituirne il senso alla luce della medicina moderna. Ho sempre sostenuto che «nessuna semeiotica strumentale può sostituire la sensibilità del medico». La tecnologia è uno strumento prezioso, ma la cura autentica nasce dall’incontro tra due esseri umani e deve coinvolgere insieme corpo e anima.

Vi sono stati attribuiti numerosi riconoscimenti.

Nel 1982 ricevetti il Premio Lions “per aver tenuto alto il nome della città come medico e come uomo”. Mi furono inoltre conferiti il titolo di Primario Emerito e il premio “Bontà Samaritana”. Più che onorificenze, li ho sempre considerati segni di stima e di affetto da parte della comunità, e questo per me ha avuto un valore inestimabile.

Avevate un legame personale con Giuseppe La Malfa. C’è un ricordo che vi è rimasto particolarmente nel cuore?


Due episodi. Il primo risale al 1983, quando Giuseppe mi chiese un parere sulla terapia per la sua cardiopatia. Gli dissi che stavo proprio preparando uno studio sulla coronaropatia, che presentai poi in Accademia nel 1985. Fu un dialogo tra amicizia e scienza, come spesso accadeva tra noi.

Il secondo ricordo è più intimo e commovente. Negli ultimi anni della mia vita, nonostante le difficoltà di salute, chiedevo a Giuseppe di accompagnarmi alle riunioni dell’Accademia. Era un gesto d’amore verso l’istituzione e verso la cultura. L’ultima volta che mi fece visita ero costretto a letto, ma volli comunque conoscere nei dettagli i programmi futuri e raccomandai di riferirli al professor Cristoforo Cosentini, mio carissimo amico. Solo allora seppi che Cosentini era già scomparso. Fu un momento di profonda tristezza, che porto ancora nel cuore e che non ho mai dimenticato.

 

Marcello Proietto