Festival del Cinema di Venezia / La Sicilia celebra lo zio di Brooklyn

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Festival del Cinema Di Venezia 2026

La Sicilia torna protagonista al Festival del Cinema di Venezia attraverso uno dei film più visionari e controversi del cinema italiano, come “Lo zio di Brooklyn”. Diretto da Daniele Ciprì e Franco Maresco, porta sulla scena una Palermo apocalittica, deformata e surreale, popolata da personaggi grotteschi e inquietanti. Un’opera che, a distanza di anni, conserva intatta la sua capacità di provocare e interrogare lo spettatore.

La Sicilia al Festival del Cinema di Venezia attraverso Palermo

In una Palermo che sembra essere sopravvissuta alla fine del mondo, la famiglia Gemelli riceve un incarico dal clan dei Nani: ospitare e nascondere lo zio di Brooklyn.L’uomo è un personaggio misterioso. Non parla, non dorme, non mangia. La sua presenza, apparentemente inspiegabile, diventa il centro attorno al quale ruota un’umanità altrettanto enigmatica.Attorno a lui si muovono figure deformate, corpi sfatti e personaggi che sembrano usciti da un universo parallelo. La città stessa perde la propria dimensione realistica e diventa un luogo sospeso, desolato, quasi lunare.È la Palermo già raccontata da Ciprì e Maresco negli anni di Cinico TV: una città lontana dalle immagini da cartolina, osservata attraverso le sue periferie, le sue contraddizioni e soprattutto attraverso un’umanità portata all’estremo.

Lo zio di Brooklyn”, il grottesco come chiave per raccontare la realtà

Il film non cerca il realismo. Al contrario, lo rifiuta. Ciprì e Maresco costruiscono un mondo nel quale il comico e il macabro convivono continuamente. Le situazioni sono talmente assurde da diventare inquietanti e ciò che dovrebbe far ridere finisce spesso per lasciare nello spettatore una sensazione di disagio.È proprio questo uno degli elementi più caratteristici del loro cinema: raccontare il tragico attraverso il comico e utilizzare l’assurdo per arrivare a una forma ancora più radicale di verità.I riferimenti cinematografici sono numerosi: dal neorealismo al gangster movie, passando per John Ford e Pier Paolo Pasolini. Ma tutto viene filtrato attraverso uno stile personale e volutamente anti-estetico.

Una Palermo apocalittica e la profezia di Pasolini

Guardando oggi Lo zio di Brooklyn, il riferimento a Pasolini appare particolarmente significativo.La Sicilia raccontata dal film sembra essere il risultato estremo di quella trasformazione antropologica che lo scrittore e regista aveva intuito e denunciato: la perdita progressiva delle identità, delle differenze culturali e della capacità di immaginare un’alternativa.La città siciliana di Ciprì e Maresco appare così come una terra in cui qualcosa si è già consumato.Non c’è una vera promessa di futuro. Ci sono invece macerie, periferie, corpi e personaggi che sembrano muoversi dentro una società ormai svuotata.Ed è proprio questa la lettura proposta da Goffredo Fofi nella sua riflessione sul film: non soltanto la fine di una classe sociale o di un certo modello culturale, ma una rappresentazione della fine dell’umanità, consumata attraverso l’abbrutimento e l’incapacità di proporre qualcosa di nuovo.

La Sicilia al Festival del Cinema di Venezia e il cinema di Ciprì e Maresco

Portare Lo zio di Brooklyn a Venezia significa anche riportare l’attenzione su una delle esperienze più radicali del cinema siciliano e italiano.Ciprì e Maresco hanno costruito un linguaggio difficilmente assimilabile alle categorie tradizionali. Il loro cinema non cerca di rassicurare lo spettatore e non offre una rappresentazione riconoscibile e ordinata della realtà.Persino un tramonto o un paesaggio apparentemente ordinario può diventare un’immagine metafisica. La città sembra schiacciata dal cielo e i suoi abitanti sembrano appartenere a un’umanità già arrivata al proprio epilogo.

Tra comicità e tragedia, un film ancora attuale

A distanza di anni dalla sua realizzazione, Lo zio di Brooklyn continua a colpire proprio perché non sembra appartenere completamente al passato.

Emerge una domanda ancora attuale: che cosa rimane di una società quando perde la capacità di interrogarsi, di creare e persino di immaginare un futuro? Forse è proprio per questo che il film continua a disturbare. Perché dietro le risate, dietro l’assurdo e dietro quei personaggi apparentemente impossibili, Ciprì e Maresco costruiscono una delle rappresentazioni più radicali di una società al limite. E così, da Palermo a Venezia, Lo zio di Brooklyn torna a ricordarci che il cinema può ancora essere scomodo, provocatorio e profondamente inquietante.

                                                                                                                                          Sveva Adele Scocco