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L’analisi / Parole, parole, parole. In campagna elettorale certi vocaboli vengono ripetuti fino alla nausea

In campagna elettorale certi vocaboli vengono ripetuti fino alla nausea, e talvolta si ha il sospetto che si stiano svuotando di significato, o che vengano usati, guarda caso, in senso populistico.

Una cosa è certa: le parole parlano sempre e comunque di noi: che sia populismo, o democrazia, la base è sempre quella, il popolo. In campagna elettorale questi vocaboli vengono ripetuti fino alla nausea, e talvolta si ha il sospetto che si stiano svuotando di significato, o che vengano usati, guarda caso, in senso populistico.

E il termine populismo è – linguisticamente parlando – la prima sorpresa, perché come parola in uso attuale, non deriva direttamente dal latino o dal greco, ma dalla “mediazione” russa: è stato infatti un movimento sviluppatosi lì tra fine Ottocento e primi del Novecento, nello stesso periodo in cui in Occidente andavano nascendo i partiti socialisti.

I populisti avevano un vero e proprio culto dei contadini e dei lavoratori e volevano offrire loro gli strumenti per migliorare la loro cultura – anche quella politica – al fine di compiere una rivoluzione, che però diventava sempre più utopistica. Non è un caso che

i primi a parlare di populismo in senso negativo furono proprio i “colleghi” bolscevichi e i marxisti in genere,

che lo usavano con il significato deteriore di utopista, sognatore, lontano dalla realtà e da una visione scientifica del mondo. Oggi lo si usa in relazione alle forze politiche anti-sistema e al corteggiamento delle tendenze più diffuse (la cosiddetta “pancia”) tra la gente, come la paura dello straniero e l’ostilità verso l’Europa.

Il termine che quasi sempre ha avuto connotazioni positive è quello di democrazia, vale a dire, con termini greci, potere del popolo. Essa nasce probabilmente per motivi economici, con la necessità da parte dei lavoratori ateniesi del sesto secolo avanti Cristo di contare di più nelle decisioni politiche, ma attenzione, anche qui la realtà è più restrittiva rispetto al significato della parola: solo i liberi potevano partecipare alla vita politica, erano quindi esclusi schiavi e quegli stranieri che non avevano il diritto di cittadinanza.

Le donne erano considerate un mondo a parte, estraneo a questa dimensione tipicamente patriarcale, come in genere accadeva nelle antiche società indoeuropee. D’altronde il termine chiesa viene da ecclesìa, riunione plenaria di adulti maschi, alla quale venivano sottoposte le proposte che venivano da un consiglio più ristretto, formato dalle famiglie, o tribù, in cui era diviso il territorio della polis.

C’è da dire che molti filosofi antichi –primo tra tutti Platone- non la vedevano di buon occhio, perché era interpretata come diritto di governare solo grazie al numero, e non alla qualità delle persone. Chi la considerava positivamente, come Rousseau, venne spesso attaccato dai suoi “colleghi” illuministi, che non vedevano di buon occhio un popolo ignorante al governo. Poi, però, Rousseau venne tenuto in gran conto dall’ala sinistra dei rivoluzionari francesi, i giacobini, che in suo nome fecero stragi senza processo dando inizio ad un periodo tristemente ricordato come il Terrore.

Come si vede, non è tutto oro quel che riluce, e sulle parole della politica andrebbe fatta molta chiarezza: molti intellettuali ritenuti padri della modernità erano fieramente anti-progressisti (altra parola che sta perdendo le sue origini). Pirandello aderì al fascismo, come Heidegger al nazismo, Verga pure, soprattutto nell’ultimo periodo della sua vita, non aveva idee avanzate, eppure la sua pietas per i ceti più poveri emerge chiaramente nel suo capolavoro, “I Malavoglia”.

Le parole perdono il loro significato originario, alcune rimangono nell’uso comune, ma si adattano ai tempi, assumendo nuove sfumature e soprattutto nuove modalità persuasive.

Marco Testi

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