Un elenco di autori che rappresentano le “voci del dissenso nell’Italia repubblicana”, rivolto soprattutto ai contemporanei che di tali filosofi, artisti, giornalisti e scrittori (Attilio Mordini, Ugo Spirito, Tommaso Landolfi, Eugenio Corti, Cornelio Fabro, Guido Morselli, Sergio Cotta, Venanzo Crocetti e Pericle Fazzini, solo per citarne alcuni) hanno una conoscenza parziale o imprecisa.
Ecco il contenuto dell’ultimo libro del saggista, scrittore e giurista romano Italo Inglese La cultura scorretta. Voci del dissenso nell’Italia repubblicana. (Edizioni Solfanelli, Chieti 2026, pp. 236, euro 18). La presentazione di venticinque “sopravvissuti” all’egemonia culturale della sinistra che, dal secondo dopoguerra ad oggi, qualcuno tende ancora a negare o a minimizzare.
Ispirandosi alla strategia gramsciana di occupazione degli apparati culturali come condizione propedeutica alla conquista del potere, essa si è affermata in Italia anche grazie all’accondiscendenza delle forze moderate. E tuttora continua a imperare nei grandi mezzi di comunicazione, nell’editoria, nelle università, nel mondo dello spettacolo, dei Social Media e delle arti.
Un esempio? La vicenda del teologo e storico della filosofia padre Cornelio Fabro (1911-1995), uno dei più importanti filosofi neotomisti del 20° secolo. Al quale il nostro sistema superiore/universitario pubblico dedica davvero poco spazio.
La materia del libro di Inglese, comunque, non è l’apologia del dissenso come tale, bensì la legittimità. E, anzi, diremmo, la necessità del dissenso, senza il quale sfuma ogni differenza fra libertà reale e finta democrazia (anche culturale).
Inglese spiega comunque che l’emarginazione imposta dall’egemonia culturale ha avuto un difetto di prova, presupponendo che tutti gli emarginati mollassero. E invece non è andata sempre così e, quindi, alcuni fra di loro hanno tenuto duro e, seppur molto meno di quanto avrebbero meritato, si sono fatti conoscere agli italiani non culturalmente omologati.
Fra questi alcune delle “voci” cui sono dedicati altrettanti profili nel libro, dal poeta, scrittore e regista Pier Paolo Pasolini (1922-1975), che in vita ha avuto i grandi editori, anche al cinema, e la prima pagina dei giornali, al cantautore, drammaturgo e attore Giorgio Gaber (1939-2003), che ha riempito i teatri ed è apparso anche in RAI, per finire con il pianista e compositore di colonne sonore (ne ha scritte più di centocinquanta), tra i più influenti e prolifici della storia del cinema italiano Nino Rota (1911-1979). Nessuno di loro è stato censurato o espulso ma, tutti e tre e quelli come loro, sono stati tollerati, assorbiti. Ed è l’addomesticamento, più dell’esclusione, la forma più raffinata con cui una casta neutralizza ciò che la insidia, quando non ne può annullare in radice la eco.
Il sistema culturale non ha bisogno di tacere un autore. Gli basta scegliere quale metà ricordarne, e la scelta, come abbiamo assistito per oltre mezzo secolo, cade sempre sulla metà “meno scomoda”.
La mappa degli “scorretti” che Inglese disegna è vasta. Ai due estremi stanno le solitudini più pure: da una parte la metafisica dello scrittore, pittore e poeta “maledetto” Julius Evola (1898-1974) e del filosofo e storico delle religioni Elémire Zolla (1926-2002), per i quali la modernità è la vittoria del divenire sull’essere e la lenta cancellazione del sacro; dall’altra il ritiro degli scrittori appartati come ad esempio Tommaso Landolfi (1908-1979) e Guido Morselli (1912-1973), nei quali la cultura scorretta cessa di essere una posizione e diventa uno stile, la fedeltà a una forma, il rifiuto del brutto e del materialismo trattati come una questione d’intelligenza prima che di gusto.
Il valore di La cultura scorretta sta nella pazienza con cui il libro ricostruisce una lunga difficoltà italiana: ammettere che esista pensiero anche fuori dal recinto garantito della sinistra, e che non tutto ciò che sta fuori sia nostalgia, provocazione o folklore ideologico.
Inglese non scrive la storia dei perdenti, anzi. Scrive piuttosto la storia di chi l’establishment ha dovuto tenere ai margini o nascondere per continuare a credersi l’unica cultura possibile.
Il libro, quindi, costituisce una ulteriore prova che una rassegna, una biblioteca, una comunità di irregolari esiste ancora e continua ad essere tramandata. Così come l’idea di un’Italia migliore, più vitale e memore delle sue radici, culturali e religiose.
Giuseppe Brienza
