“La Partigiana Sicula” di Angelo Russo, presentato a Milo, è un romanzo arrivato alla sua seconda edizione riveduta e integrata. Si tratta di una interessante ed intrigante ricostruzione della Sicilia preunitaria, della società, dell’economia, della politica. E, al contempo, una delicata storia d’amore che diventa il pretesto narrativo per raccontare le tensioni politiche legate al separatismo siciliano.
Sullo sfondo, l’Isola tra Otto e Novecento, dalla gloria del Regno di Sicilia al tramonto borbonico, passando per il separatismo del secondo dopoguerra e le lotte d’identità.
Il romanzo, definito da Paolo Sessa che durante l’incontro ha dialogato con l’autore, un ‘Bildungsroman’, racconta il percorso di crescita di Tina, una giovane donna la cui esistenza è stravolta e trasformata dall’incontro con Nino, sullo sfondo drammatico del caos bellico, tra gli ideali del Movimento Indipendentista Siciliano e le contraddizioni di una Terra da sempre combattuta tra sogni di autonomia e abbandono politico.

Al centro della narrazione, Milo, un piccolo paese etneo, diventa un crocevia di sfollati, idee rivoluzionarie e memorie familiari. Mentre personaggi come Concetto Gallo e Salvatore Giuliano emergono dalla pagina letteraria per ricordare una stagione spesso taciuta dalla storiografia ufficiale.
La partigiana sicula / Scelta la forma romanzesca per far parlare la storia
L’autore, evitando il saggio storico, ha scelto la forma romanzesca per “far parlare” la storia: ecco il didascalismo voluto, consapevole, necessario. Il romanzo diventa così un atto di resistenza culturale, per ridare voce a una Sicilia dimenticata e restituirle il posto che merita nella storia del Mediterraneo.
Dopo la Seconda Guerra Mondiale, in Sicilia, si fece strada un’idea potente: quella di diventare uno Stato indipendente. Un sogno che univa studenti, intellettuali, contadini e giovani militanti. Ma la storia del separatismo siciliano è tutt’altro che semplice. Alcuni sostengono che dietro a quel movimento si celassero anche interessi stranieri, in particolare da parte di inglesi e americani che volevano ostacolare la formazione di un’Italia unita e forte nel Mediterraneo. Gli Alleati, infatti, sfruttarono l’idea dell’indipendenza come strumento politico, minacciando di appoggiare la Sicilia separatista se il governo Badoglio non avesse firmato l’armistizio. Una volta ottenuto, però, il separatismo non era più opportuno.
Uno dei momenti più controversi fu l’accordo con Salvatore Giuliano, il noto e temuto bandito di Montelepre. Per rafforzare la resistenza armata, lo nominarono colonnello dell’Evis, l’esercito indipendentista. Una scelta che continua a suscitare dibattito: Giuliano è associato alla strage di Portella della Ginestra, dove persero la vita dei lavoratori durante una manifestazione del Primo Maggio.
Le indagini parlarono di possibili coinvolgimenti di alti livelli, forse addirittura dello Stato, ma la sua reputazione rimane compromessa.
La partigiana sicula / Il Separatismo siciliano
Un altro evento cruciale fu l’agguato di Murazzo rotto nel 1945, dove rimase ucciso Antonio Canepa, il carismatico leader del Movimento, insieme a quattro compagni. Due sopravvissuti riuscirono a scappare trovando rifugio a Milo grazie all’aiuto di una donna del posto. Quell’episodio, invece di spegnere il Separatismo, lo radicalizzò ulteriormente. Ma la sua durata fu breve. Dopo nuove battaglie e arresti, il movimento fu sconfitto. Niente indipendenza. In cambio arrivò lo Statuto Speciale, un compromesso che, per molti, ha lasciato un retrogusto amaro. Oggi, l’idea del Separatismo Siciliano è quasi dimenticata nella memoria collettiva.

Quella fase storica, che nel secondo dopoguerra accese gli animi sull’Isola, non trova spazio nei programmi scolastici, né nei libri o nei media. Solo gli anziani ne portano il ricordo, mentre le nuove generazioni, sempre più immerse in un mondo globale, sanno poco o nulla di quell’esperienza. Eppure, qualcosa di significativo è rimasto: lo Statuto Speciale di Autonomia, approvato nel 1946, che conferiva alla Sicilia poteri molto ampi, simili a quelli di uno Stato autonomo. Redatto da siciliani per i siciliani, lo Stato italiano lo approvò senza alcuna modifica.
Uno Statuto mai applicato completamente
Qual è il problema? Questo Statuto non ha mai avuto una completa applicazione. Lo Stato ha sempre richiesto che la Sicilia rispettasse tutti gli obblighi, ma non ha mai attivato le disposizioni che permetterebbero all’Isola di avere risorse economiche adeguate (gli articoli 36, 37 e 38). Inoltre, nel corso del tempo, molte leggi e sentenze hanno ridotto il valore dello Statuto, nonostante sia una legge di rango costituzionale.
Alcuni presidenti regionali hanno cercato di far valere i diritti della Sicilia, ma spesso sono stati isolati o ostacolati. Eppure, se lo Statuto venisse rispettato davvero, la Sicilia avrebbe gli strumenti per crescere autonomamente, senza dover chiedere l’indipendenza. Perché l’autonomia, quando è autentica, rappresenta una forma di libertà.
Caterina Maria Torrisi
