Mondo / La ripresa economica americana e gli errori dei democratici proiettano il presidente Trump verso la rielezione

I primi, iniziali, successi – la campagna per le Primarie america­ne del 2020 è infatti entrata nel vivo delle operazioni di sele­zione dei vari aspiranti alla Casa Bianca, in lizza per entrambi i Partiti – i ”Caucus” nello lowa, le ”Primarie” del New Hampshire ed il primo super-martedì di marzo, lasciano filtrare il chiaro convincimento dell’opinione pubblica, come dei commentatori politi­ci, che il presidente Trump sia  tra tutti i competitori l’uomo in possesso del maggior numero di titoli, per succedere a sé stesso nelle elezioni generali di novembre di quest’anno.
Questa opinione, generalmente accettata, fonda i suoi presupposti sui risultati positivi della ricetta economica applicata dalla Casa Bianca nel corso del quadriennio 2017 – 2020, e sul valore politico dell’archiviazione dello impeachment, ad opera del Sena­to degli Stati Uniti, atto politico che ha messo in evidenza il fumus persecutionis con cui il Partito Democratico americano ha in realtà avversato l’Amministrazione repubblicana fin dal suo ingresso in carica, con accuse discutibili che, alla resa dei conti, si sono rivelate di scarso o di nessun rilievo penale, e che in ogni caso non hanno coinvolto il Presidente, come è sembrato a tutti evidente.
Questo modo di far politica alla fine sta favorendo Donald Trump perché gli ame­ricani guardano ai risultati ottenuti in questi primi quattro anni dall’Amministrazione in carica e valutano con severità l’opposizione preconcetta e poco costruttiva, messa in atto dal Partito dell’Asinello con petulante ipercritica. Vediamo allora analiticamente i due importanti aspetti che risulteranno certamente determinanti per l’elezione del nuovo Presidente nel prossimo novembre.

Il 4 febbraio, Donald Trump ha illustrato di fronte alle Camere riunite lo stato della Nazione, dopo tre anni di “cura” repubblicana, rivendicando con orgoglio alcuni risultati positivi che hanno avuto il merito di risollevare il Paese, dopo l’incerta guida, in materia economica, del democratico Barack Obama. A tal proposito ha fatto riferimento proprio alla ”sconfitta del declino dell’America”.
L’analisi pre­sidenziale è esatta: sono difficilmente revocabili la rivitalizzazione dei mercati azionari, (”saliti dalla mia elezione del 70%”, secondo le pa­role esatte del Presidente), la ripresa dell’economia con la disoccupazione ai minimi storici, dagli ultimi 70 anni, con sette milioni di nuovi posti di lavoro, la riforma fiscale, che ha aumentato il reddito a disposizione del ceto medio, l’aumento dei salari, i tassi d’interesse minimi, l’inflazione sotto controllo, l’accordo commerciale ”di primo livello” con Pechino e le conseguenti ristabilite ottime relazioni con la Cina popolare, pur senza il risparmio di qual­che velenosa frecciata al suo immediato predecessore, come quella “delle stanche banalità, scuse costanti per il saccheggio della ricchezza e del potere e prestigio americani”.
In effetti, nonostante l’ottimismo manifestato dal Presidente di fronte al Congresso riunito per l’occasione, c’è ancora molto lavoro da spendere prima che i dati sull’economia siano tutti positivi, come in realtà il Presidente si augura e si sta impegnando ad operare perché ciò si avveri.
Se la disoccupazione è real­mente scesa dal 4,7% del gennaio 2017 al 3,6% del 7 febbraio 2020, il deficit della bilancia commerciale non si è, in effetti, ancora arrestato negli ultimi 4 an­ni, ed il debito pubblico è a sua volta aumentato dal 73,8 del 2016 al 78,8 del 2019.
Quindi, nonostante l’impegno profuso fino ad oggi dall’Amministrazione al­tri ulteriori interventi dovranno essere messi in conto nel secondo quadriennio della Presidenza Trump.
Per quanto concerne il debito pubblico, dovrà es­sere presa in considerazione la necessità di dar corso alla forbice per le spese superflue o improduttive. Per il deficit della bilancia con l’Estero­, l’Amministrazione negozierà probabilmente con l’Europa un riequilibrio delle partite di scambio, così come avvenuto con la Cina popolare.
Nel corso dell’enunciazione dello stesso messaggio – che indirettamente
ha posto le basi per un futuro programma presidenziale, nel caso di un nuovo mandato del corpo elettorale all’Amministrazione, a novembre di quest’an­no – il Presidente Trump ha altresì fatto riferimento, significativo ed im­portante, ad altri due interessanti elementi di discontinuità con la precedente Amministrazione: sulle missioni nello spazio, il Capo della Casa Bianca, sulla base dell’esempio del suo illustre predecessore John Kennedy, il quale come noto, nel 1961, lanciò di fronte alle Camere riunite il program­ma Apollo e Saturno per la conquista della Luna, ha chiesto al Congresso il finanziamento del progetto Artemis, in modo che “sia la bandiera americana la prima ad essere piantata su Marte”, con una rilevante attenzione verso l’industria aerospaziale, settore trainante dell’economia nazionale.  Poi ha di nuovo insistito sul delicato tema dell’Afghanistan, con l’affermazio­ne di voler lavorare “per porre fine alla guerra più lunga dell’America e per riportare le nostre truppe a casa …non funziona servire come poli­ziotti di altre nazioni”, anche in questo passaggio riecheggiando inevita­bilmente il realismo del Presidente della “Nuova Frontiera”, sulla constatazione di allora – del 1963 – che gli Stati Uniti “non potevano correggere tutti i mali del Mondo”.
Il passaggio che probabilmente non ha trovato nel messaggio sullo Stato dell’Unione il suo approfondito spazio, come ci si sarebbe potuto attendere, è stato il riferimento all’urgente necessità che anche gli Stati Uniti possano fare di più e meglio per la tutela ambientale e per un più equilibrato rispetto dell’ecosistema, in questo differenziandosi nettamente dal suo illustre predecessore.
Il tema è quanto mai attuale oggi. Ritornano in mente le esortazio­ni del ’63 del grande Presidente dalla Tribuna dell’ONU: “La terra, il mare e l’aria sono oggetto d’interesse per ogni nazione… Un programma di con­servazione delle risorse di portata mondiale potrebbe assicurare la tutela del patrimonio forestale e della fauna attualmente in pericolo di estinzio­ne, migliorare i sistemi per ottenere risorse alimentari dagli oceani ed im­pedire la contaminazione dell’aria e dell’acqua a causa dell’inquinamento industriale oltre che nucleare”.
Oggi il problema dell’inquinamento ambien­tale che richiama l’evidenza di urgenti interventi con la dedica ad esso di un’importante Enciclica papale, per gli Stati Uniti continua a far riferi­mento al messaggio di John Kennedy, che rimane nella storia di quella Nazione il Presidente più di tutti sensibile a questo importante argomento.
II delicato tema dello impeachment – che ha visto una seconda e nuova ar­chiviazione d’inchiesta per infondatezza, dopo la prima del procuratore fede­rale Mueller – riporta ad un secondo errore storico, commesso dai democratici che hanno dimostrato di voler perseverare nell’attacco a carattere giudiziario contro l’Amministrazione repubblicana, invece di volersi dedicare a proporre agli Americani un’alternativa piattaforma programmatica, rispetto a quella indicata dall’Amministrazione uscente e quindi capace di attirare consensi e voti a novembre. La perseveranza nell’errore diviene allora il boomerang che allontana le approvazioni ed i risultati sperati.
Il tema del “Kievgate” era, infatti, quanto mai controverso: basti pensare che si fronteggiavano due punti di vista diame­tralmente opposti, da un lato sarebbe stato Joe Biden a far pressioni per si­lurare un procuratore ucraino che stava trattando un fascicolo d’inchiesta su un’azienda in cui prestava la sua opera il figlio dell’ex vicepresiden­te democratico americano, dall’altro lato, sarebbe stato addirittura Trump a fare pressioni sul presidente ucraino Zelensky, affinché aprisse una inchie­sta su Joe Biden e su suo figlio. Non doveva essere quello il metodo da usare – da parte democratica – per contrastare politicamente l’Amministrazione uscente. La Costituzione degli Stati Uniti sanziona la rimozione del Presidente per fatti gravi ed inequivocabili. Per la Costituzione americana di Filadelfia del 1787, i crimini principali e più gravi che comportano la ri­mozione dalla carica del Presidente degli Stati Uniti, sono il reato di tradimento (treason), quello di corruzione (bribeary) ed altri gravi crimini e misfatti (high crimes and misdemeanours). Su quest’ultima affermazione – assai ge­nerica – sono sorte le maggiori controversie e la prassi in­terpretativa. Il diritto penale americano è stato sempre animato dalla contrapposizione di due differenti interpretazioni: quella restrittiva e quella estensiva. Secondo la prima interpretazione- che è poi quella che ha prevalso nella funzione applicativa della difesa – il soggetto passi­vo può essere condannato solo se il comportamento illecito è previsto da qualche norma (anche non scritta, secondo il diritto anglosassone, ma esisten­te) -. Per la seconda interpretazione, invece, qualunque abuso di potere può essere sanzionabile dal Parlamento, anche senza essere definito da qualsia­si norma (amministrativa o giuridica). Più che di responsabilità penale, si dovrebbe parlare allora, secondo questa interpretazione, di responsabilità politi­ca dell’Esecutivo. Ma è stata questa l’interpretazione, accettata, applicata, nei precedenti casi dì imputazioni, elevati a carico di altri Presidenti? La Camera dei Rappresentanti, nel procedere al rinvio al giudizio del Se­nato, per il Presidente in carica ha applicato l’interpretazione estensiva dell’illecito sanzionabile, ma il Senato, a sua volta, nel procedere all’archiviazione della notizia criminis, ha voluto far riferimento all’interpretazione restrittiva dell’il­lecito sanzionabile. Così è stato, infatti, per i Presidenti, sottoposti pri­ma di Trump, nella storia americana, a questa procedura: il Senato non votò (per un solo suffragio, 35 contro 19, mentre sarebbero stati necessari 36 voti contro 19) 1’impeachment contro il presidente Andrew Johnson (che era stato il successore costituzionale di Abraham Lincoln, dopo l’attentato mor­tale al Teatro Ford di Washington), imputato di violazioni di legge ed abusi di potere, secondo una parte almeno del Parlamento americano.

Bill Clinton

Così avvenne pure per Bill Clinton, nel 1999, con esito della votazione ancora più favorevole per il presidente in carica, archiviato dal Senato per i due capi d’imputazione, respinti senza che nessuno ottenesse neppure la maggioranza assoluta, per non parlare dei due terzi dei voti necessari richiesti dalla Costituzione per destituire il Presidente.
Nella prima im­putazione per falsa testimonianza, dieci senatori repubblicani si riuniro­no ai 45 democratici per assolvere nettamente Clinton, con 55 voti a favore contro 45. Sul secondo capo d’accusa (intralcio alla giustizia) il Senato si spaccò esattamente a metà con 50 voti a favore e 50 contro, mentre ne sa­rebbero serviti 67 per allontanare dalla carica William Jefferson Clinton. Allora, nel 1999, come pure oggi, l’andamento favorevole dell’economia aiutò certamente il Capo dell’Esecutivo. Nel caso di Trump, così come fu per Clinton, l’accusa principale di abuso di potere è stata. archiviata con 52 voti a favore contro 48, mentre l’altra imputazione di ostruzione al Con­gresso, è stata invece chiusa con 53 voti favorevoli, contro 47, entrambe le votazioni ben lontane dal quorum richiesto dei 2/3 del Senato.

Richard Nixon

 Non si può sul piano tecnico parlare d’impeachment per Richard Nixon, in quanto l’al­lora Capo della Casa Bianca si dimise dalla carica prima della pronuncia del Senato sui capi d’imputazione richiesti. La storia degli Stati Uniti dimostra il rigore metodologico con cui il Senato ha valutato in passato il peso giuridico del processo a lui trasmesso dalla Camera dei Rappresentanti e l’interpretazione esatta degli articoli di legge che i Padri Costituenti della Costituzione Americana posero, intendendo con essa in senso positivo lo spirito conservativo dell’istituto della Presidenza e dei poteri del Presidente americano secondo quella che è stata esattamente definita come la Costituzione vivente.
L’ impeachment non può essere confuso con una sfiducia politica sull’operato del Presidente, sfiducia che può essere concessa solo dal corpo elettorale (e non dal Congresso) al momento dell’espressione del voto per il rinnovo (o il non rinnovo) del mandato al Presidente degli Stati Uniti. Per tal motivo il Capo dell’Esecutivo ameri­cano non può essere valutato dal Congresso con una sorta di sfiducia politi­ca (costruttiva o meno) tipica della democrazia parlamentare e non di quella presidenziale speciale (e specifica) come nel caso degli Stati Uniti. Per tal motivo è esatta e condivisibile in tutto l’opinione tecnica esposta nell’in­tervista al Corriere della Sera (1) dall’avv. Alan Dershowitz, che ha difeso il Presidente Trump nel procedimento d’impeachment, definito con la completa archiviazione delle due imputazioni proposte. Tutto questo atteggiamento precon­cetto, assunto dall’opposizione contro il Presidente, con fumus persecutionis e via dicendo, al momento del voto di novembre, punirà comunque i democratici, e non impedirà probabilmente la rielezione del Presidente e la continuazione del la­voro che egli ha intrapreso per curare e riequilibrare l’economia degli Stati Uniti.

Sebastiano Catalano

(1) IL CORRIERE DELLA SERA, 6 Febbraio 2020

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