Dovrebbe essere un terreno di conflitto simbolico, di elaborazione del dissenso, di costruzione di immaginari alternativi. Invece, viene ricondotta a funzione accessoria e decorativa. Come se il suo compito fosse armonizzare, non interrogare. Accompagnare il presente, non metterlo in discussione. Questa dinamica non isola solo chi produce cultura, ma impoverisce l’intero orizzonte civile e simbolico del Paese. Pira denuncia: la cultura tace.
Negli ultimi mesi, l’Italia sembra attraversare una fase di silenziosa ma profonda trasformazione nel modo in cui la cultura viene prodotta, selezionata e legittimata. Un processo “discreto”, che non si manifesta con censure ufficiali, ma con segnali, criteri, esclusioni. Si parla sempre più spesso di cultura, ma in realtà si va verso una sua progressiva domesticazione.
Francesco Pira, la cultura tace: l’analisi di Boccia Artieri
È in questo scenario che si inserisce l’interessante contributo del professor Giovanni Boccia Artieri, Ordinario di Sociologia dei Processi Culturali e Comunicativi dell’Università di Urbino, pubblicato sul n. 43 del magazine PUBBLICO della Fondazione Feltrinelli, dal titolo “Cultura sotto pressione. La minaccia dell’autocensura in tempi di riscrittura del presente”.
Nel suo articolo, il sociologo Boccia Artieri parte da un caso emblematico: la nota inviata dal Ministro dell’Istruzione Giuseppe Valditara all’Associazione Italiana Editori. Essa segnalava il presunto carattere ideologico di un manuale scolastico, Trame del tempo. La nota non chiedeva esplicitamente la rimozione del testo, ma generava un effetto preciso. Come scrive l’autore, “nessuna richiesta esplicita di ritiro. Nessun atto formale. Ma l’effetto – e forse l’intento – è quello di generare attenzione, sorveglianza, e quindi pressione”.
Quello descritto da Boccia Artieri è un fenomeno ormai diffuso in molti ambiti culturali: non più censura diretta, ma autocensura indotta. Non più divieto, ma suggerimento sottile. Non più controllo autoritario, ma un clima di allusione e incertezza normativa. Questo clima spinge chi produce cultura a trattenersi, a moderarsi, a non esporsi. “Non serve la censura per ottenere il silenzio. Basta evocare un confine, indicare ciò che sta ‘oltre’, generare l’idea che certe letture o prospettive siano rischiose, o quanto meno controproducenti”.
Dal gesto espressivo a quello difensivo
Questo clima produce un effetto potente: trasforma il gesto culturale da atto espressivo a atto difensivo. L’autore lo sintetizza con efficacia: “la cultura, invece di aprire spazi di confronto e discontinuità, rischia di rifugiarsi in una zona protetta fatta di prudenza e conformismo”. Il pensiero critico, quindi, non viene formalmente vietato, ma viene spinto fuori dal campo visibile. Si genera così una cultura che si autocondiziona per paura di apparire divisiva, faziosa, squilibrata.
Il problema, come sottolinea Boccia Artieri, non si limita all’editoria scolastica. Riguarda l’intero ecosistema culturale italiano, incluso il mondo dello spettacolo dal vivo. Un esempio recente è rappresentato dal bando triennale 2025-2027 del Fondo Nazionale per lo Spettacolo dal Vivo. Ha penalizzato numerose realtà consolidate della scena contemporanea, in particolare quelle che operano nel teatro sperimentale, nella danza d’avanguardia, nelle pratiche multidisciplinari. “Alcune esperienze non andranno in scena, estromesse da un sistema di valutazione che privilegia parametri produttivi ed estetiche riconcilianti rispetto alla spinta critica e sperimentale”, scrive.
Si tratta, in altri termini, di una selezione culturale silenziosa, mediata da criteri burocratici che si presentano come neutri. In realtà, però, veicolano un’idea di cultura addomesticata, non disturbante, compatibile con una narrazione ufficiale del presente. “Nessun divieto. Solo la definizione, burocratica e ‘neutrale’, di una griglia che orienta progressivamente il campo culturale verso forme meno disturbanti, più concilianti”. Questo tipo di meccanismo rende difficile per le forme culturali critiche, sperimentali, dissonanti trovare spazio, finanziamento, legittimità.
Un esempio virtuoso: il Santarcangelo Festival
In questo senso, risulta altamente simbolico il fatto che il Santarcangelo Festival – uno dei pochi spazi in Italia che da oltre mezzo secolo promuove pratiche artistiche radicali – sia riuscito a svolgersi anche quest’anno. L’autore lo descrive così: “La cultura non era ‘servizio’, non era ‘decoro’, non era ‘racconto armonico’. Era tensione, desiderio, domanda”. Un esempio virtuoso di cultura che non ha paura di disturbare, di assumere una posizione, di confrontarsi con il presente senza mediatori.
L’obiettivo non è preservare un’idea idealizzata o residuale di cultura, ma riconoscerne il ruolo fondativo all’interno del sistema democratico. Quando – come denuncia Boccia Artieri – “l’istituzione culturale diventa un terreno dove si riscrive il passato per legittimare il presente”, quando la pluralità delle letture viene ridotta a “distorsione ideologica”, il pericolo è quello di un appiattimento del pensiero, di un depotenziamento della critica, di una normalizzazione della memoria. E, di conseguenza, di una società meno consapevole e meno libera.
La posta in gioco, in ultima analisi, è la funzione pubblica della cultura. “Oggi, più che mai, serve affermare che la cultura non è un esercizio di equidistanza. È un luogo in cui si prende posizione, si elaborano conflitti, si costruiscono letture alternative del mondo”. L’autocensura, in questo contesto, non è solo un meccanismo difensivo: è la spia di una più ampia trasformazione del modo in cui viene gestito il dissenso.
Francesco Pira, la cultura tace: responsabilità collettiva
La riflessione del professor Boccia Artieri non si limita ai mondi della formazione o della produzione culturale: interpella l’intera società. Difendere la cultura come luogo di confronto, tensione e pluralità, aperto all’alterità non è solo un compito per intellettuali o artisti, ma una responsabilità condivisa. “Difendere la cultura come spazio di libertà significa rifiutare che venga misurata sulla base della sua compatibilità con l’agenda di governo […] Significa rivendicare che la cultura possa essere anche parziale, sbilanciata, scomoda”. Solo quando la cultura si mostra in tutta la sua complessità e non si piega a facili compromessi, può davvero svolgere il ruolo cruciale di motore di una democrazia autentica.
Francesco Pira
Delegato del Rettore alla Comunicazione all’Università di Messina, dove insegna comunicazione e giornalismo ed è coordinatore didattico del master in social media.
