Riflessione / La violenza tra alibi e giustificazioni

Riportiamo la riflessione del Prof Mariano Indelicato sul tema della violenza che dilaga, che si muove tra alibi e giustificazioni.

La violenza non è forza, ma debolezza, né mai può essere creatrice di cosa alcuna ma soltanto distruttrice” B. Croce

L’uccisione di un nigeriano, disabile che chiedeva l’elemosina, per mano di un italiano mette in primo piano il tema della violenza. Sebbene la torah inizia il suo racconto con l’uccisione di Abele da parte di suo fratello Caino non ci siamo abituati, e forse non ci abitueremo mai, al gesto efferato di un uomo che sopprime un altro individuo tra l’altro per futili motivi.

Riflessione / Violenza: tra alibi e giustificazioni

La violenza, la spirale di violenza che sembra aver pervaso la nostra società all’uscita dalla pandemia non è sicuramente un argomento nuovo. Indubbiamente, ogni giorno abbiamo assistito e assistiamo a scene violente che magari non hanno come risultato la morte. Quest’ultima tante volte è un incidente di percorso, come in questo caso. Egli ritornato dalla fidanzata, che aveva lasciato dentro un negozio, alla domanda di quest’ultima sui motivi per cui aveva la maglietta imbrattata di sangue risponde che aveva massacrato di botte una persona. Immerso com’era all’interno dei suoi intenti aggressivi non si era reso conto che, invece, lo aveva ammazzato.

Ecco perché dobbiamo spiegarci il fenomeno dell’aggressività che si trasforma in violenza e non concentrarci magari, come successo in questo caso, su altri aspetti. All’inizio, infatti, sui social si era gridato allo scandalo. Tutti ci eravamo indignati perché le persone che hanno assistito all’evento invece d’intervenire avevano ripreso la scena con lo smartphone. Poi subito dopo dai resoconti della polizia abbiamo appreso che le persone presenti sulla scena del crimine erano due anziani – marito e moglie –  e due donne oltre alla ragazza moldava che ha filmato il tutto mettendolo a disposizione dell’Autorità Giudiziaria.

Riflessione / Violenza: l’indifferenza che indigna

Eppure la stampa e i social si sono concentrati, non che non fosse importante, sull’indifferenza più che sulla vittima. Ancora una volta, per l’ennesima volta invece di affrontare un tema scottante come la violenza ci si concentra sul contorno. Siamo sicuri che la nostra indifferenza per la vittima sia tanto diverso da quello delle persone che hanno assistito al delitto? È come se di fronte alla violenza dobbiamo trovare alibi per poterci in qualche modo purificare e allontanarci dal problema vero. Chiaramente il mancato intervento delle persone presenti all’atto delittuoso va sottolineato. Siamo talmente abituati a vivere la realtà come un reality show che anche di fronte a violenze e delitti efferati stiamo a guardare come se fossimo davanti ad uno schermo.

Un’altra giustificazione che riscontriamo in tutti questi casi è la malattia mentale. In questo caso sembrerebbe che l’omicida avesse una diagnosi di disturbo bipolare per cui è ipotizzabile che abbia commesso il delitto durante una fase maniacale. Peccato che le ricerche e gli studi condotti in questo campo indicano che la stragrande maggioranza dei soggetti con disturbi mentali non commette reati. Per la verità i dati indicano che l’incidenza di comportamenti violenti è più alta, sebbene di poco, tra i soggetti affetti da un disturbo mentale grave rispetto alla popolazione generale. E ancora più alta tra i soggetti con disturbi psichiatrici che abusano di sostanze.

La schizofrenia è l’unica forma di psicopatologia, tra quelle dell’Asse I del DSM-IV-TR, per cui è legittimo sostenere una maggiore incidenza di comportamenti violenti. Al contrario, spesso i soggetti violenti non hanno nessun disturbo psichiatrico regolarmente diagnosticato. Infatti, uno dei limiti delle ricerche è che le diagnosi sono successive alla messa in atto del comportamento delittuoso.

Violenza / L’incidenza dei disturbi mentali

Swanson rilevando che i disturbi mentali gravi sono relativamente rari, il rischio di violenza, sebbene più alto, è comunque modesto e che il contributo da parte della malattia mentale al tasso di violenza della società è limitato. Eppure malgrado queste evidenze empiriche, la ricerca di alibi e giustificazioni per i comportamenti violenti sembra pervadere tutti i confronti di carattere sociale. Le credenze popolari, rinforzate anche dai mass media, sono focalizzate sull’idea che esista una forte connessione tra malattia mentale e crimini violenti.

La possibilità di commettere reati riguarda tanto le persone mentalmente sane quanto quelle affette da disturbi psichiatrici. Come evidenziato da Widiger, Sankis in un’autorevole rivista sugli aspetti nosologici della psicopatologia, i comportamenti aggressivi e violenti sono di importanza sostanziale tanto in ambito sociale quanto in ambito clinico. In effetti, è ben noto ai professionisti che operano nel campo della salute mentale che la malattia mentale grave è spesso associata a caratteristiche psicopatologiche. Ad esempio disregolazione o discontrollo di impulsività, rabbia, ostilità o aggressività, e a disordini comportamentali. Questi in alcuni casi, possono assumere i connotati di comportamenti violenti più o meno gravi.

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Riflessione / Violenza: tra alibi e giustificazioni

È altresì noto come alcuni soggetti durante un episodio psicotico acuto possano diventare violenti quando credono che qualcuno li stia minacciando o cerchi di danneggiarli. Oppure alcuni soggetti durante un episodio di eccitamento maniacale possano commettere un reato, perché incapaci di frenare un impulso irresistibile. O ancora diventare violenti, perché incapaci di controllare un aumento considerevole di irritabilità o di aggressività improvvisi. Anche i disturbi di personalità, soprattutto quelli antisociale, borderline, narcisistico, istrionico e paranoide, sembrano direttamente correlati ad alcune forme di comportamento criminoso.

Ma più di tutte le forme di psicopatologia, le droghe (in particolare cocaina, crack, allucinogeni) e soprattutto l’alcool sono direttamente responsabili di comportamenti criminosi, quasi sempre violenti. Il continuum tra sociale e clinico è costituito dalla violenza comportamentale che viene messa in atto da persone in apparenza senza nessun problema di carattere psicopatologico. Nella prospettiva socio-ambientale la messa in atto di comportamenti violenti è strettamente correlata alla bassa classe sociale, al basso quoziente intellettivo, al basso livello d’istruzione, all’instabilità lavorativa e alla precarietà della sistemazione abitativa.

Violenza / Tra alibi e giustificazioni

La violenza, infatti, è fondamentalmente un modo di pensare, sentire, mettersi in rapporto con gli altri. I comportamenti violenti non nascono in un vuoto psicologico. Derivano invece da pensieri, sentimenti, atteggiamenti, desideri violenti. Nel 1986 un gruppo di studiosi di varie discipline scientifiche (psicologi, psichiatri, etologi, neurobiologi, antropologi e sociologi) si è riunito presso l’Università di Siviglia. Dopo tre anni produssero un documento scientifico  – intitolato Dichiarazione di Siviglia sulla Violenza – fatto proprio nel 1989 dall’UNESCO che ha creato una rete internazionale per la sua diffusione.

Nella suddetta dichiarazione, criticando le teorie che avevano messo al centro l’istinto come base della violenza, individuano le cause in fattori socioculturali. Essi partono dalla considerazione, su basi di carattere neuro cognitivo, che nel nostro cervello ci sono strutture che, se attivate da determinati tipi di stimolazioni, portano a reazioni aggressive. Ma queste reazioni non sono automatiche. Le parti più evolute della nostra corteccia cerebrale sono in grado di analizzare le stimolazioni e decidere se dare oppure non dare una risposta aggressiva.

Riflessione / Violenza: l’incidenza del contesto

Il contesto, quindi, svolge una funzione essenziale. La violenza è una conseguenza del nostro sviluppo psicologico e delle condizioni socioculturali che lo hanno influenzato, in primo luogo dell’educazione. Numerose ricerche hanno dimostrato l’influenza di esperienze dirette o indirette di violenza durante l’infanzia sulla formazione di personalità aggressive. L’essere esposti a scene di violenza o l’aver subito violenza durante l’infanzia sia all’interno dell’ambiente familiare che nell’ambiente di vita costituiscono un predittore dell’instaurarsi di una personalità violenta.

Importanti sono anche gli stili di educazione familiare. Sia un’educazione autoritaria sia un’educazione permissiva tendono a produrre personalità aggressive. Nel primo caso il livello di frustrazioni sarà talmente alto che il bambino imparerà a reagire con aggressività. Nel secondo caso, invece, l’evitargli le frustrazioni da parte dei genitori non permetterà al bambino di trovare le giuste risposte adattative.

Riflessione / La violenza tra alibi e giustificazioni

L’importanza del contesto nello strutturarsi di personalità aggressive, inoltre, è stato messo in risalto da Zimbardo attraverso un esperimento – esperimento carcerario di Stanford – teso a scoprire come le persone improvvisamente diventano cattive. A tal fine sono stati selezionati 24 studenti senza nessun precedente di carattere psicopatologico e che non avevano commesso crimini ed è stata ricreata la tipica situazione carceraria. Infatti, a dodici studenti fu data la consegna di svolgere il ruolo di guardia e al resto di prigionieri.

L’esperimento doveva durare 14 giorni, ma Zimbardo è stato costretto ad interromperlo dopo una settimana poiché le guardie carcerarie iniziarono a mostrare segni di violenza nei confronti dei detenuti. Questo effetto denominato, dagli stessi ricercatori,  “Lucifero” spiega come persone apparentemente equilibrate possono oltrepassare il confine che separa il bene dal male. In particolare, l’esperimento è servito a dimostrare che quando una persona assume un determinato ruolo in una situazione specifica, finisce per trasformarsi in quel ruolo che diventa poi la sua stessa identità.

Riflessione / La violenza tra alibi e giustificazioni

Zimbardo ritiene che la causa della trasformazione delle persone da buone a cattive sia quindi il sistema in cui si trovano e la loro relazione con il potere. In una società competitiva come la nostra, gli esclusi, gli emarginati possono scegliere la violenza come forma di ribellione verso il potere costituito. Così come, al contrario, al fine di detenere il potere si utilizzano forme di violenza fisica e verbale. Pensiamo per un attimo alla violenza di genere, alla violenza sui luoghi di lavoro, alla violenza nei confronti degli anziani, nei confronti dei disabili, etc. Il denominatore comune in tutti questi casi è: “forti con i deboli e deboli con i forti”.

Ecco i motivi che spingono alla ricerca di alibi: la violenza mette in crisi l’intero sistema sociale e personale. Una riflessione seria comporterebbe una profonda revisione del nostro sistema educativo e delle modalità di relazione. È più semplice etichettare la persona violenta come un razzista, un malato di mente, un poveretto piuttosto che prendere coscienza e mettere in discussione il nostro sistema di vita e le norme sociali. Il problema è che fin quando non lo faremo saremo costretti a leggere notizie come quella della barbara uccisione del povero nigeriano.

mariano indelicato

Mariano Indelicato*

Psicologo Psicoterapeuta; Docente a.c. Psicometria delle Neuroscienze Cognitive Università degli Studi di Messina

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