Da otto secoli la tradizione del presepe vivente inaugurata da San Francesco nella grotta di Greccio, nei dintorni di Rieti, con la rappresentazione della Sacra Famiglia e le Celebrazione Eucaristica nella notte di Natale del 1223, ci rapisce e ci introduce con gioia e semplicità al Mistero dell’Incarnazione.
Evento che nell’immagine di San Giovanni Paolo II “è il punto di convergenza in cui si intersecano l’amore di Dio e il destino dell’uomo. Nella grotta di Betlemme il cielo e la terra si toccano, l’infinito è entrato nel mondo e si spalancano per l’umanità le porte dell’eterna eredità divina”. 
Da allora la visione del presepe, dal latino praesepium, mangiatoia, ci avvolge nel silenzio, ci commuove e ci manifesta la tenerezza di Dio. Dal 1997 a Riposto, al Cenacolo di Gerusalemme, aperto alla preghiera comunitaria, prende vita un presepe vivente che nella suggestione dell’ambientazione scenica accoglie in visita tante famiglie. Per le prossime festività si realizzerà nei giorni di 26 e 28 dicembre e 6 gennaio con la cavalcata dei Re Magi. Con apertura dalle ore 17 alle ore 20 e chiusura con la Santa Messa.
Sul senso di questa esperienza ci siamo intrattenuti con il direttore del Cenacolo, don Angelo Pennisi.
Don Angelo da dove promana l’ispirazione di dare vita al presepe vivente e quali intenti sottende?
Il Cenacolo di Gerusalemme può rappresentarsi come una città al cui centro vivono i consacrati. E intorno a essa le tante famiglie della comunità urbana in cui è inserito e a cui esse possono accedere. Ciò poichè il carisma del Cenacolo si incentra sulle famiglie e sulle loro esigenze, spirituali e educative, e si realizza nell’incontro con esse. Il presepe vivente, come rappresentazione virtuale della Sacra Famiglia, può divenire così luogo di prossimità e occasione di relazione reale con tanti nuclei familiari.
Il Cenacolo di Gerusalemme è un luogo non solo fisico, ma dello spirito, di accoglienza e invito alla preghiera comunitaria. Come si inquadra in tale contesto l’esperienza del presepe vivente? Essa è volta a coinvolgere nella rappresentazione del presepe quanti in qualche modo siano già stati introdotti all’esperienza comunitaria del Cenacolo. Per l’adesione a delle giornate di ritiro spirituale; o per la partecipazione all’Adorazione Eucaristica del giorno 25 del mese, in occasione dei messaggi della Gospa a Medjugorie. O per visite di comunità parrocchiali, e così toccati dalla nostra spiritualità.

In quali termini può ritenersi che, come negli auspici di San Francesco, il presepe vivente ancora oggi così presente in tutta la Cristianità, può realizzare una grande opera di evangelizzazione?
C’è bisogno di umanizzare il nostro rapporto col divino. Che non può essere restaurato altrimenti che con il contatto diretto con le famiglie; animato anche, nella circostanza, dalla presenza degli animali. Ciò aiuta i visitatori a vivere un’immersione nella natura e quindi in definitiva, in tale contesto, a poter accedere, o ritornare, con una condivisione familiare, a una dimensione più umana e quindi più vera.
Negli sguardi dei più piccoli si coglie tutto lo stupore dinanzi alla rappresentazione dell’Evento. Non è forse questo l’approccio più corretto per accostarsi al Mistero, che rischiamo di perdere?
Nella sala della Sacra Famiglia trova posto ogni anno un quaderno su cui i visitatori possono condividere per iscritto le impressioni o riflessioni evocate dalla visita al presepe vivente. Di solito le frasi dei piccoli si rivelano le più toccanti. Ora circoscritte a intenzioni di preghiera per i loro familiari, ora di respiro più ampio su temi come la pace tra i popoli o la tutela del creato. Frutto e fonte di stupore!

Secondo il racconto lucano, la nascita di Gesù Bambino in una mangiatoia dipese pure dalla sua mancata accoglienza da parte della comunità di Betlemme. Questo rifiuto della Vita nascente non riecheggia ancor oggi nell’immane flagello dell’aborto, prima causa di morte nel mondo? Un diffuso individualismo induce a considerare sempre più faticoso e impegnativo, accogliere la vita nascente o accompagnarla fino al tramonto, nella custodia della dignità di ogni persona umana. Il senso dell’esistenza, invece, è vita; è amore: è dono; frutto della volontà e della capacità di spendersi per gli altri. Il ripiegamento su sè stessi è in sostanza il nostro rifiuto della vita e così la nostra stessa morte.
Ringrazio don Angelo e preso da lui commiato mi sovviene la chiosa di Papa Francesco alla Lettera Apostolica Admirabile Segnum: “Il presepe fa parte del dolce ed esigente processo di trasmissione della fede. A partire dall’infanzia e poi in ogni età della vita, ci educa a contemplare Gesù, a sentire l’amore di Dio per noi, a sentire e credere che Dio è con noi e noi siamo con Lui, tutti figli e fratelli grazie a quel Bambino Figlio di Dio e della Vergine Maria. E a sentire che in questo sta la felicità”. Buon Natale
Giuseppe Longo
