Rileggere, dopo 33 anni, La terra del tramonto. Saggio sulla transizione, Edizioni Cultura della Pace, S. Domenico di Fiesole (FI) 1992, potrebbe considerarsi un’ operazione del tutto fuori tempo. Ma il sottotitolo, Saggio sulla transizione, può sollecitare e rappresentare uno stimolo per una lettura del presente alle prese con una continua e liquida transizione verso un futuro che ci appare, giorno dopo giorno, sempre più complesso, nebuloso e poco chiaro nei suoi contorni e nella sua essenza.
Lo stesso anno di pubblicazione dell’opera pone in maniera disarmante il momento di trapasso dell’autore, vittima di un incidente automobilistico, mentre ritornava da un intervento all’interno di un convegno.
La vita di Ernesto Balducci, nato nel 1922, è stata sempre, d’altronde, all’insegna di un susseguirsi di risoluzioni e di proposte concrete per permettere a lettori o ad ascoltatori di leggere l’incalzante presente con l’ausilio dello studio del passato, a 360 gradi. Senza mai cadere in un acritico assolutismo di idee e senza mai debordare dalla ricerca della verità, in particolare la verità evangelica. Egli è stato sempre pronto, semmai, ad accogliere stimoli provenienti da altre culture, anche religiose, e sottoporli all’analisi approfondita del valore del libero arbitrio. Senza forzature acritiche e con libertà di pensiero.
A noi piace pensare padre Ernesto Balducci come un uomo profetico liminare, che abita il confine, consapevole d’appartenere, sin dalla sua nascita a Santa Fiora in provincia di Grosseto, ad una periferia, a una zona fragile e marginale, che lui considerava però una frontiera. Finisterre, incrocio da cui proiettarsi e sconfinare nel mondo e oltrepassarsi e oltrepassare il cerchio della propria esistenza.
I punti fermi del pensiero di don Ernesto Balducci
La base, i punti fermi del suo pensiero, erano pochi ed irrinunciabili come ha messo in evidenza Gian Giacomo Migone nella rivista “L’indice” del 1992. “Democrazia e libertà come valori formali e sostanziali, uno sviluppo economico sottoposto ai valori umani e, per l’appunto, la pace fondata sulla giustizia, in primo luogo attraverso un riequilibrio dei rapporti tra il mondo industrializzato e i paesi in via di sviluppo”.
Potremo finire qui il nostro intervento di rilettura, ma la transizione messa in evidenza da Balducci urge senza dare respiro ad altro o a quiete considerazioni. Se nella Quaresima del 1491, ecco l’incipit introduttivo del libro, prende le mosse, secondo padre Balducci, grazie a Pico della Mirandola in compagnia di Angelo Poliziano, l’idea di “coniugare il messaggio evangelico, sottratto al monopolio claustrale, e la paideia degli antichi”, ciò suggerisce la formula ideale della nuova immagine dell’uomo rinascimentale fondata, però, sull’intreccio tra cultura e potere per arrivare ad una “alleanza che avrebbe dato un volto all’Europa postmedievale e avrebbe facilitato il trapasso dalla casta ideologica dei clerici alla casta degli intellettuali, dei clercs moderni”.
E’ questo il momento in cui si gettano le basi per quella esaltazione dell’uomo rinascimentale e della libertà umana, per quel “germe faustiano dell’uomo creatore di se stesso” che porta allo sviluppo economico dell’Europa, alle scoperte scientifiche, alla summa poi dello sviluppo industriale e tecnologico.
Don Ernesto Balducci chiede di costruire un nuovo modello sapienziale
Ora, afferma perentoriamente Balducci ne La terra del tramonto, “quell’ordine oggettivo che dispone gli esseri in una scala gerarchica, da Dio ai bruti, i due confini invalicabili dell’estro autocreativo, non c’è più, il caos ha inghiottito il cosmo e con il cosmo anche l’uomo microcosmo. Eppure quell’ordine è l’archetipo che segretamente ci governa e che si è impresso fin nel mondo fisico in cui abitiamo, sicuramente in quello che io abito”.
Che cosa ci chiede padre Ernesto Balducci rispetto all’assunto che nel “De dignitate hominis” di Pico della Mirandola proclama la libertà assoluta dell’uomo moderno?
Ci invita oggi ad aprirci alla nuova inquietante novità della incertezza e frammentazione odierna per costruire e accogliere un nuovo modello sapienziale, che metta l’uomo di oggi nella condizione di cominciare un nuovo cammino, abbandonando “l’impulso preumano del dominio e aprendosi a tutte le attese del cosmo per svilupparle secondo la dinamica della vita e per unificarle, senza violenza, nel progetto unitario della specie finalmente uscita dalla preistoria”.

C’è una sorta di preveggenza del Balducci nei confronti degli assunti odierni che vedono la storia dell’Occidente come unica e possibile storia del mondo, che ha incarnato il mito della modernità a tutti i costi come espressione di libertà per tutti: da un lato l’affermazione dei principi della dignità e dei diritti inalienabili dell’uomo e dall’altro il riconoscimento indiscusso e acritico della centralità della civiltà occidentale.
Il mondo deve considerarsi una parte del tutto
Da qui per Balducci “la teocrazia secolarizzata dell’uomo moderno che non seppe cogliere le possibilità di crescita umana implicite nel confronto con le diversità e scelse le vie della distruzione o della integrazione. Oggi queste vie non sono più percorribili, oggi il mondo moderno è chiamato a considerarsi non il tutto, ma una parte del tutto, e a collocare l’orizzonte della totalità umana al di là della propria particolarità”. Riflessione che trova un riscontro anche nel recente saggio dello psicoanalista Massimo Recalcati “La legge del desiderio. Radici bibliche della psicoanalisi” del 2024.
Conveniamo sulla simmetria che l’incanto del 21 luglio 1969 dell’uomo che passeggia sul suolo lunare sia diventato un mero disincanto rispetto ai continui pronostici della catastrofe nucleare e al perdurare di guerre, alcune eufemisticamente (ma anche enfaticamente) considerate oggi “operazioni speciali” o “necessità impellenti di sicurezza” dei confini identitari di uno Stato.
Diventa per noi evidente il fatto che gli stessi scienziati, un tempo profeti di sviluppo senza fine, ora tacciono o continuano a perpetuare atteggiamenti di subalternità ai centri di potere in deroga ai loro principi pistemologici.
Per don Ernesto Balducci l’uomo deve farsi artefice della propria genesi
Si è d’accordo con Balducci che la transizione chieda ed esiga “un dispendio aggiuntivo di libertà creativa e implica una rottura di continuità che potrà darsi solo se sul peso di inerzia che ancora governa il moto della storia prevarranno le risorse latenti in seno alla specie. Se l’uomo si farà per la prima volta nella sua storia, artefice della propria genesi”.
E non a caso, direbbe Martin Heidegger, “ormai solo un Dio ci può salvare”.
Ma non lo direbbe forse, come allora ed oggi, padre Ernesto Balducci, di fronte a un laissez faire laissez passer, di fronte all’indolenza e alla noncuranza dei poteri civili e religiosi che tacciono sulla desertificazione degli uomini di oggi o se ne parlano semplicemente come inevitabili cambiamenti epocali, ma senza alcuna assunzione di responsabilità e senza il peso di un’analisi approfondita dei problemi. E per ciò disposti a rimettere la ragione o il pensiero critico sapienziale come strumento capace di rimettere costantemente in questione se stesso.
C’è bisogno di un percorso di rinsavimento
Oggi ci permettiamo di ribadire che non sia più un problema di prospettiva di apocalisse nucleare, come pensava allora padre Balducci. Oggi a noi sembra che ci sia estremo bisogno di una nuova apocalisse/rivelazione che faccia scorgere un percorso di rinsavimento rispetto alle indolenti e miracolistiche visioni della società digitale alle prese con i problemi dell’indifferenza generale. In particolare con le nuove prospettive dell’uso dell’intelligenza artificiale, da qualcuno vista come toccasana di qualsiasi problema
Se è vero che ormai siamo usciti dall’età moderna e post-moderna e dalla cieca fede nel progresso illimitato, è anche vero che dobbiamo necessariamente pensare ad una alternativa, ad un nuovo paradigma che ci faccia leggere nelle pluralità delle esigenze dei popoli il senso del nostro esistere.
Ora, non è più un problema di welfare, di politica di interdipendenza, di politiche di destra o di sinistra, di conservazione a tutti i costi della identità nazionale o sovranazionale, di riarmo o di disarmo, di bando delle armi di distruzione di massa.
Ora c’è bisogno di qualcosa d’altro e di più pregnante e non serve un semplice ritorno al passato se ciò ci ha portato a quest’oggi di violenza e di sopraffazione, di paura continua nei confronti degli altri, al ritorno alle case turrite ma insicure e che hanno necessità di continui sensori di sicurezza, al bisogno di affidarci all’uomo forte, difensore della nostra falsa sicurezza e risolutore delle nostre complesse vicende quotidiane.
Cosa pensare per il futuro?
Che cosa allora pensare per il nostro futuro? Una risposta potrebbe essere la ricerca di un nuovo cammino umano sulla scorta del guardarci dentro e in profondità, in quell’uomo inedito di padre Balducci che, con Mircea Eliade, conduca l’uomo di oggi oltre “la stanchezza cosmica e il desiderio del riposo finale” e possa trovare una uscita di sicurezza: “noi che sappiamo ingannevole il nostro linguaggio, che non abbiamo mai risparmiato sforzi per raggiungere la patria del vero linguaggio, la dimora degli dei, la Terra senza il Male, dove mai sarà ospitato un dio che sia solamente dio, né un uomo che sia solamente uomo, perché nulla di ciò che esiste può essere detto secondo l’Uno”. È questo l’uomo inedito, l’homo absconditus, che per padre Balducci dà “la possibilità del Regno di Dio, il confine ultimo della sfera, il perfetto corrispettivo, ex parte obiecti, del postulato iscritto nel soggetto uomo”.
Non è mera coincidenza la pubblicazione di un recente libro di Gianfilippo Giustozzi dal titolo “Pierre Teilhard de Chardin. Un Dio per un mondo che sta iniziando”, Edizioni Studium di Roma, 30 maggio 2025. Lo studioso mette in evidenza il pensiero del grande gesuita, altro uomo liminare, morto nel 1955, come strumento per leggere la contemporaneità e soprattutto il futuro che ci aspetta “attraverso lo sguardo di un cristianesimo che non stia seduto immobile sulla propria dottrina”.
Una nuova visione del credo religioso
Come già per padre Ernesto Balducci, emerge l’odierna transizione “in una umanità sempre più unificata e potenziata dalle pratiche della tecnoscienza verso l’Ultraumano”, vale a dire “una neoformazione della “vita pensante” nella quale l’esperienza religiosa, per poter giocare un ruolo significativo, deve misurarsi con le complesse problematiche imposte dall’avvento di una collettività umana che è giunta a disporre di risorse cognitive e operative che le consentono di aprire una nuova fase di evoluzione”.
Qualcuno potrebbe obiettare che la prospettiva balducciana del Regno di Dio rischia di riportare all’assolutismo religioso, assolutismo combattuto da padre Balducci per tutta la vita. C’è in lui, invece, una visione nuova del credo religioso, che vede “nel fervore solidale per un’opera comune di significato collettivo” uno strumento di salvezza dell’uomo, lontano anni luce dai fondamentalismi in atto e in pieno sviluppo.
Guardarsi dentro, vedere le risorse immense dell’uomo e cominciare ad intuire la coincidenza tra “uomo possibile e uomo reale”, che va, anche per le religioni compresa quella cristiana, oltre la consolidata memoria storica.
E’ il momento di una nuova responsabilità, di una nuova soglia/metamorfosi dell’evoluzione umana, che possa avvertire secondo Balducci in prima istanza il riconoscimento di sé e dell’altro e in seconda istanza l’adozione etica, che veda” l’io plurale e la necessità della comunione. E propugni il sogno di una cosa, che sradichi le antinomie delle politica e stimoli l’uomo di oggi a riappropriarsi della sua sovranità originaria e non la sottomissione ad una sola autorità planetaria, attraverso l’unione spontanea tra i popoli ed una umanità in grado di rivelare risorse creative” affinché si eviti che l’uomo del futuro scelga definitivamente di stare “ai piedi del faro dove non c’è luce”. Come affermava Ernst Bloch, ne “Il principio speranza”, riprendendo un antico proverbio cinese.
Zygmunt Bauman
La stessa idea di transizione di Zygmunt Bauman di richiamare gli uomini di fine anni ’90 del secolo scorso alla prospettiva della universalizzazione contro la globalizzazione imperante in quegli anni riporta al pensiero e alla struttura di un ordine statale globale, insito all’idea della libertà assoluta dell’uomo moderno che crea oggi dinamiche incontrollate e caos e frantumazione sociale. Vale a dire quella “giungla costruita” di Anthony Giddens ne “Le conseguenze della modernità”, dove mette in evidenza come le vecchie istituzioni statali siano diventate oggi deboli e impotenti e il più delle volte indifferenti al caos sociale e geopolitico.
La (ri)lettura de La terra del tramonto ci sembra, pertanto, l’occasione per distaccarci definitivamente dal mondo della “preistoria”, quella che secondo padre Balducci fino ad ora abbiamo in maniera semplicistica e sconsiderata chiamato “storia”, e ci faccia intraprendere un cammino verso una nuova vera storia dell’uomo: l’Uno non è possibile continuare a pensarlo con gli occhi dell’uomo integralista ed assiomatico, ma come uomo lontano dai dogmi irrefutabili e indiscutibili e con gli occhi della verità evangelica della trascendenza, in cui la tematica della libertà umana rimane possibile hic et nunc: libertà umana che, secondo un articolo di Anna Collina su “Doppio zero” Tolstoi considerava “il respiro di una volontà originariamente libera”. E che Dostoevskij vede possibile realizzarsi “nella libertà in Cristo e con Dio, come la salvezza, il paradiso già a partire dalla terra”.
Salvatore Licciardello
