Società / Il Secondo Welfare è un poliedro. Integrativo del Primo, conta anche sul contributo delle realtà ecclesiali

Le politiche sociali si diversificano. Sotto i colpi di crisi economica e sociale e delle strategie di austerity il welfarewelfare-268x194 state tradizionale è indebolito e meno in grado di rispondere a tutte le esigenze dei cittadini. Prima veniva accusato di essere burocratico e rigido per intervenire sui mutevoli bisogni e le variegate aspettative dei cittadini, dopo la riduzione delle spese pubbliche ci si accorge che la sua debolezza incide sugli strati più deboli della popolazione anche se si aggiungono le critiche alla scarsa agilità ed efficacia nell’intervenire sulle emergenze.
Per sostenere azioni di aiuto e di promozione sociale cresce un secondo welfare che si affianca e integra il primo. Lo afferma il Nuovo Rapporto sul Secondo Welfare. Un nome che cerca di indicare e identificare la totalità di azioni che sorgono dal basso. Segnala Maurizio Ferrera, curatore del Rapporto con Franca Maino, che il Secondo welfare non è sostitutivo del primo (il Welfare State) ma integrativo e complementare, perché solo lo Stato ha strumenti e forza per intervenire su determinati ambiti: si pensi alla possibile introduzione di una misura contro la povertà, piuttosto che garantire un sistema di salute pubblica. Ci sono alcuni campi dove il contributo di realtà diverse può essere un’efficace risposta ai problemi dei cittadini.
La costellazione che caratterizza il Secondo welfare è variegata e assume una forma poliedrica. Un lato unisce le assicurazioni sanitarie e i fondi pensioni integrativi; un altro lato mette insieme il welfare aziendale nato dalla contrattazione di secondo livello (quella svolta tra aziende e sindacati sui luoghi di lavoro) che ha portato a servizi sulla formazione, sulla conciliazione famiglia-lavoro come la flessibilizzazione dell’orario, sulla sicurezza; un altro lato vede le imprese no profit che si impegnano nei servizi di prossimità, come asili nido; un altro lato ancora unisce le iniziative contro la povertà come gli empori della solidarietà: 25 aperti solo nel 2013. Tra le esperienze, nel rapporto si contano le risposte attivate dalle realtà ecclesiali: 1169 progetti anti crisi proposti dalle diocesi italiane. Un fenomeno interessante rilevato dalla ricerca, è la forte crescita di raccolta fondi attraverso piattaforme di crowfunding: nel 2014 c’erano 54 piattaforme in Italia e ospitavano oltre 50mila progetti sociale, di essi circa il 35% è stato realmente finanziato. A livello internazionale questa forma di raccolta fondi ha raccolto, solo nel 2013, oltre 5 miliardi di dollari.
In conclusione, il Rapporto evidenzia che per la realizzazione dei progetti sociali, un elemento di forza è stato “un incastro virtuoso tra il primo e secondo welfare, fra livelli di governo, tra l’arena dello Stato, del mercato, del Terzo Settore e della società civile, tra settori e competenze di policy tra territori”. Serve un integrazione sostenibile sostengono i ricercatori: un elemento vincente è stata una nuova logica che guida l’azione sul territorio dove i diversi soggetti producono insieme interventi e servizi diretti a dare forza ai più deboli e sostenere i soggetti che si attivano nella comunità locale.

Andrea Casavecchia

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