Economia / Guerra ai furbi mai dichiarata. Il caso dell’Isee dimostra che se i controlli fossero costanti e rigorosi…

A parole, tutti – ma proprio tutti – vogliamo una burocrazia snella ed efficiente, uno Stato capace e presente, unatassep-268x179 lotta agli evasori fiscali, agli esportatori di capitali, ai falsi invalidi, ai tantissimi furbetti che in Italia non diminuiscono mai. A parole.
Poi leggiamo di un’Inps che, per bocca del suo presidente, s’indigna per i tagli “alla spesa pubblica” che in buona sostanza consisterebbero nell’impoverire le sue dotazioni informatiche, proprio ora che si comincia a far rete tra le varie entità dello Stato per chiudere tutte le maglie in cui s’infilano i furbetti di cui sopra. E si riscopre che – anno 2015, almeno trenta dalla diffusione dei primi computer – che appunto l’ente X non sa quel che fa l’ente Y; che molte amministrazioni pubbliche (peggio ancora: quelle che dovrebbero fare i famosi “controlli”) hanno mezzi informatici che potrebbero finire immediatamente in qualche mercatino di modernariato vintage.
Ma questo lo sapevamo già: quante volte ci siano recati negli “uffici preposti” a sbrigare una delle mille pratiche burocratiche che intasano la nostra vita (quelle sulla casa in primis), scoprendo che l’impiegato di fronte a noi sta smanettando su un Pc di cui avevamo perso la memoria della sua esistenza. Quante volte dobbiamo allegare – ad una pratica anagrafica, ad esempio – fotocopie su fotocopie sul fatto che noi siamo noi, che siamo nati proprio lì e proprio quel giorno, e che addirittura abbiamo un codice fiscale che l’amministrazione pubblica conosce benissimo, visto che ce l’ha assegnato lei… ma ce lo chiede.
Chiaramente, chi sa che le uniche dichiarazioni fiscali meticolosamente controllate sono quelle dei lavoratori dipendenti (non sia mai che gli scontrini delle farmacie siano “non congrui”); che gli accertamenti fiscali negli altri casi sono più rari della neve nel Salento; che in queste lentezze, mancanze, buchi è facilissimo infilare ad esempio false cooperative di lavoro che vincono appalti a prezzi stracciati (valà?), per poi sottopagare i lavoratori, non versare i contributi Inps e Inail, far vedere allo Stato italiano due euro di Irpef e Iva e poi stop, chiudere nel momento giusto e riaprire sotto altre vesti ma con lo stesso scopo… Insomma chi sa, ci va a nozze con questa situazione.
Se poi lo Stato decide finalmente di fare veri controlli su quanto decide a livello di legge – vedi l’Isee che permette agevolazioni varie, dalle rette degli asili all’università fino agli alloggi pubblici –, scopre che buona parte degli italiani racconta un sacco di panzane, in sede di estensione della dichiarazione. E anche questo non l’avremmo mai sospettato, mai…
Ma fino ad oggi non l’aveva minimamente insospettito il fatto che la stragrande maggioranza di chi presenta la dichiarazione Isee, affermasse di non avere un euro in conto corrente; macché euro: nemmeno il conto corrente. Mentre, facendo un controllo meno ridicolo del solito, adesso ha scoperto che i conti correnti c’erano eccome, e pure i soldini dei falsi indigenti.
Il fatto che questi ultimi non siano due o tre, ma in certe Regioni quasi la metà dei dichiaranti, fa anche capire una cosa: noi italiani da sempre dobbiamo difenderci da un simile Stato, ma pure lo Stato deve difendersi da sempre da molti italiani. Un cortocircuito che dobbiamo eliminare dando risorse al vaccino dell’anti-furbizia, non togliendone. Diventerebbe un’epidemia.

Nicola Salvagnin

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