Troppi migranti muoiono nel nostro mare, ma vince l’indifferenza

Nell’Italia, settima potenza più industrializzata, ancora in emergenza pandemica, si percepisce l’indifferenza nei confronti dei migranti che, quasi ogni giorno, muoiono in mare. Papa Francesco continua a ripetere che siamo tutti fratelli, con qualunque colore della pelle, e che senza l’altro non siamo niente. Purtroppo, non sempre ce ne ricordiamo. Molto spesso ci siamo ritrovati a riflettere sul tema della migrazione e sul modo di comunicarla, e come ho avuto già modo di scrivere in una ricerca, il rischio è confondere i due piani. La comunicazione mediata attraverso i mezzi di comunicazione, e quella tra individui. Due piani che non possono essere separati. Ma possono agire in modo autonomo e condurre a rappresentazioni dell’individuo, anche in contrasto l’una con l’altra.

Il linguaggio e la sua influenza sulla percezione di un fenomeno

La questione dunque non investe semplicemente il modo in cui i media rappresentano il fenomeno. Piuttosto il modo in cui questa rappresentazione viene costruita contribuisce in modo sostanziale alla formazione della cultura degli individui. Il linguaggio, le definizioni stesse che sono utilizzate in riferimento a migrazione e globalizzazione evidenziano come vi sia, molto spesso, un approccio superficiale e fuorviante. Un approccio che rischia di generare conseguenze gravi sul piano del modello stesso di società e dunque di democrazia applicata. Continuamente si fa riferimento al multiculturalismo come strumento per realizzare una società inclusiva e capace di accettare l’altro, il diverso.

Le migrazioni in numeri

Un articolo de La Stampa, firmato da Leonardo Di Paco, riporta il numero dei migranti morti in mare nei primi sei mesi del 2021. In particolare si fa riferimento a un rapporto dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (Oim), in cui si evidenzia che:

tra gennaio e giugno sono morte almeno 1.146 persone, mentre nello stesso periodo del 2020 i morti erano stati 513. Secondo l’agenzia delle Nazioni Unite, il numero dei migranti che attraverso le rotte marittime ha cercato di raggiungere l’Europa è aumentato del 56%. La rotta del Mediterraneo centrale tra Libia e Italia è stata la più mortale, con 741 vittime accertate. La seconda più pericolosa è stata la rotta nell’Atlantico tra l’Africa occidentale e le Isole Canarie, dove sono morte almeno 250 persone. Altre 149 persone sono morte sulla rotta del Mediterraneo occidentale verso la Spagna ed almeno sei sulla rotta del Mediterraneo orientale verso la Grecia”.

Il soccorso dei migranti in mare e gli effetti della globalizzazione

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L’Oim avverte che i numeri potrebbero essere più alti, perché molti uomini non vengono trovati o identificati. Le Ong hanno denunciato l’assenza di navi di ricerca e di soccorso governative, nel Mediterraneo centrale, che rappresenta un vero problema. I governi europei stanno cercando di aiutare i Paesi nordafricani per coordinare le ricerche dei dispersi. “La Tunisia – continua il rapporto – ha aumentato tali operazioni del 90% nei primi sei mesi del 2021. Mentre le autorità libiche hanno intercettato più di 15mila persone dirette in Europa, tre volte in più rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso”.

La globalizzazione ha dato vita a questa società liquida nella quale i punti di riferimento naturali sono perduti. Assistiamo allo svilupparsi di una società fortemente individualista. E l’esplosione stessa di nuovi modelli relazionali come quelli che si stanno creando all’interno dei social network, ne è un esempio. Ma queste relazioni che nascono in un ambiente apparentemente senza confini e tendono a realizzarsi tra simili, che contributo possono fornire alla costruzione di una relazione con individui che giungono nel nostro paese da immigrati e spesso da clandestini?

I media e la televisione

L’avvento dei nuovi media e dell’affermarsi di nuove relazionalità porta ciò che caratterizza la contrapposizione tra “l’élite predominante” che vive nel mondo globale e quella parte che rimane ancorata ai propri luoghi e che anela unirsi a quell’élite. Una contrapposizione che si manifesta attraverso il mezzo più diffuso ancora oggi, la televisione. La maggior parte degli spettatori televisivi sono dolorosamente consapevoli del fatto che è stato sbarrato loro l’ingresso alle feste planetarie «policulturali». Viviamo nell’illusione di un’effimera condivisione. Un’identità fragile, che allevia il senso di solitudine che la distanza tra noi e loro crea. In questo contesto si innestano gli altri, i migranti, che in qualche modo tentano di usurpare quella fragile identità, con i quali appare inverosimile dover condividere lo stesso sentire globale.

Il ruolo dell’informazione

Siamo tutti diventati potenziali citizen reporters. E’ sufficiente essere dotati di uno smartphone, ed è possibile registrare e immediatamente inviare nelle reti globali qualsiasi illecito compiuto da chiunque, in qualsiasi luogo. Il mondo dell’informazione esercita esso stesso un potere che può venire messo in discussione, verificato e controllato da ognuno di noi. L’analisi proposta evidenzia come le nuove tecnologie non abbiano di per sé modificato il modo di fare informazione sul fenomeno dell’immigrazione. Così come non sono in quanto tali esse stesse fattore di cambiamento sociale. Lo diventano nella misura in cui ognuno di noi riesce ad assumere un ruolo attivo. E riesce ad espandere il proprio universo relazionale innescando un processo di comunicazione che crea consapevolezza e ascolto, attivando quei comportamenti che originano una nuova cultura partecipata.

La paura del diverso

accoglienzaMa questa rappresenta una visione prospettica, la realtà mostra ancora troppe luci ed ombre. Individualismo e sensazionalismo prevalgono su condivisione e ascolto. Le urla del razzismo e del rifiuto sono la colonna sonora del nostro quotidiano. Il fenomeno non è governato, lavoriamo sull’emergenza e non sulla progettazione.

Viviamo all’insegna della paura dell’altro e non dell’accettazione. Ma se non comprendiamo la necessità del cambiamento, la società in rete costituirà isole invece di uno spazio comune. Zygmunt Bauman, ha spesso parlato dell’odio affermando che la paura e l’odio si nutrono dello stesso cibo: “La paura deve per forza cercare, inventare e costruire gli obiettivi su cui scaricare l’odio mentre l’odio ha bisogno della spaventosità dei suoi obiettivi come ragion d’essere”. Noi non possiamo più permettere che esistano persecuzioni di genere o razziali sulle quali scaricare le nostre frustrazioni.

Troppi migranti muoiono nel nostro mare, ma vince l’indifferenza

Ha scritto bene Marcel Proust: “Il vero viaggio di scoperta non consiste nel trovare nuovi territori, ma nel possedere altri occhi, vedere l’universo attraverso gli occhi di un altro, di centinaia d’altri: di osservare il centinaio di universi che ciascuno di loro osserva, che ciascuno di loro è”. Fermiamoci a riflettere e trasmettiamo ai più piccoli, agli adolescenti, l’amore per gli altri, in quest’epoca in cui poco si avverte il senso di solidarietà e di carità cristiana di cui siamo sempre stati grandi promotori.

Francesco PiraFrancesco Pira Nuove paure quanto è importante la fiducia

Delegato del Rettore alla Comunicazione all’Università di Messina, dove insegna comunicazione e giornalismo ed è coordinatore didattico del master in social media manager del Dipartimento di Civiltà antiche e moderne. Delegato DICAM Job Placement, da metà Febbraio 2021 è membro del pool di esperti del Reserch and Education Center of Security dell’Università di Wroclaw (Polonia) e del comitato scientifico del Centro italiano per lo studio della cultura africana e mediterranea. 

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