Il 20 gennaio ricorre la solennità di san Sebastiano. E nella città di Aci e Galatea, come ogni anno, s’imbandiscono festeggiamenti, fuochi d’artificio e ogni sorta di esternazioni “religiose”. La pietà popolare è così forte che masse di fedeli, armate di saio e cieco spirito di sacrificio, trasportano la vara dell’amatissimo rizzareddu per tutte le vie della città. E con l’aggravante dello spietato gelo di gennaio.
Ma questo folclore o, meglio, sensazionalismo ipocrita e vuoto che preferisce il sentimentalismo sguaiato ed egoista alla matura e profonda riflessione religiosa, non sarà oggetto di queste pagine. Infatti qui e oggi non parleremo di questo Sebastiano, bensì di quello storico e della figura così viva nell’arte. 
Su questo aspetto nell’antichissima chiesa di sant’Antonio da Padova, la sera del 15 gennaio, si è tenuta una dissertazione storica, ad opera dell’archeologo Vincenzo Serra, volta a capire quanto c’è di vero nell’agiografia del nostro venerando.
“La figura di san Sebastiano è avvolta nella leggenda: in bilico fra mito e storia. Come prima appurazione del martirio di San Sebastiano – ha esordito il relatore – abbiamo la descrizione del luogo: le catacombe a Roma dove è stato seppellito. E in particolare, il sarcofago dentro la cripta è sempre interessantissimo per gli studiosi.
Il martirio con le frecce è avvolto dalla leggenda, in quanto nei primi dipinti cristiani esso avviene tramite frustazione.
Molti studiosi autorevoli hanno messo non solo in dubbio la veridicità del suo sacrificio, ma perfino della sua esistenza. L ‘unico testo che sfata questi dubbi è una passio – ha sottolineato Serra – scritta, con ogni probabilità da Sant’Ambrogio, che, raccontando la sua disobbedienza e ribellione verso Diocleziano, fuga gli eventuali dubbi di queste illazioni”.
Finito l’edificante monologo, poniamo all’autore qualche domanda.
Lei, da studioso dell’iconologia di San Sebastiano, può dirci com’è cambiata la sua raffigurazione nel corso della storia dell’arte?
Il primo affresco risale alle catacombe, poi ai mosaici ravennati di sant’Apollinare, e lì non v’è traccia delle frecce sul costato. E’ solo dal XIII secolo che il santo inizia ad essere raffigurato coi simboli classici del martirio.
Dunque il dubbio che non sia mai esistito non è peregrino
Sebastiano deriva da sebastos che in greco vuole dire venerabile, ma è una semplice coincidenza.
La realtà ha più influenzato il mito o il mito la realtà?
Un pò entrambe.
Forse sono le sanguinose frecce a muovere la pietà popolare a maggior pietà e compassione empatizzando col suo dolore? Non resta che auspicare, con cristiana speranza, che il povero Sebastiano, nella beatitudine dei celestissimi cieli, possa fare altrettanto coi suoi devoti.
Giosuè Consoli
