Esiste un crinale sottile, quasi invisibile, in cui la verità cessa di essere un sollievo per trasfigurarsi in un fardello etico insostenibile. Cosa succede quando la memoria diventa un peso insostenibile? È questa faglia identitaria de La Firma, l’ultima opera drammaturgica scritta e diretta da Claudio Fava. L’opera che debutta al Piccolo Teatro della città di Catania, si configura come un’indagine necessaria sulle ombre della coscienza umana.
Tra identità negata e memoria necessaria: i primi passi di storia
Claudio Fava, giornalista professionista dal 1982 e già storico inviato speciale in teatri di guerra come la Somalia, il Libano e il Salvador, porta nel teatro la stessa urgenza civile che ha segnato la sua carriera politica e autorale. Figlio di Giuseppe Fava — il giornalista ucciso dalla mafia nel 1984 di cui Claudio raccolse l’eredità alla direzione de I Siciliani — l’autore di capolavori come la sceneggiatura de I cento passi (vincitrice del David di Donatello e del Nastro d’Argento) torna a scavare nel concetto di eredità negata e giustizia.
Attraverso un’intervista esclusiva al regista, abbiamo esplorato i meandri di uno spettacolo che non si accontenta di narrare una ferita del passato, ma sceglie di interrogare frontalmente lo spettatore, trascinandolo in quell’antico conflitto tra la fredda ragione della norma e l’inestricabile complessità dei legami affettivi. Un’indagine, prodotta in sinergia tra il Teatro della Città e Marche Teatro.
L’eco di Sofocle: l’empatia oltre l’inganno
Incastonato nella cornice della dittatura argentina, il dramma intimo e politico, trascende la cronaca storica per farsi tragedia universale. La trama ruota attorno a una donna di 35 anni che scopre come la sua vita è costruita su una menzogna. L’uomo che l’ha cresciuta e amata non è suo padre, ma un ex militare protagonista della dittatura; i suoi veri genitori sono i desaparecidos, uccisi dopo che lei è nata in una galera clandestina. Il tribunale le chiede una firma per disconoscere quell’uomo, un atto che il regista definisce carico di dualismo:
«La firma è una necessità giuridica, un passaggio quasi necessario per arrivare a una condanna, cioè una verità che si invera anche nell’atto di giustizia».
Fava sottolinea come il dramma richiami il conflitto classico di Sofocle: la lotta tra la ragione della norma, della razionalità, della verità storica e giuridica e le ragioni del cuore (l’affetto profondo che ancora la lega al suo carnefice).
«E quando qualcuno ti dice: sai, lui è stato tutto un inganno, quell’uomo non è tuo padre, i tuoi genitori erano altri, sono stati ammazzati, tu non sei tu. La firma è un suggello per rinunciare alla propria storia, alla propria identità e accettarne un’altra, una storia in eredità che lei non ha vissuto».

Il male riesce a mimetizzarsi e indossa la maschera della quotidianità
Un’evidente rimescolanza di amore, pacatezza e il senso di prossimità del male. Un uomo, che pur essendo stato protagonista degli orrori della dettatura, si presenta agli occhi della figlia come un genitore che potremmo definire quasi “perfetto”. Un dialogo tra padre e figlia che diviene specchio e laboratorio collettivo, dove la memoria deve sempre combattere contro un silenzio complice, che cerca di cancellare le offese del tempo.
«Il male riesce a mimetizzarsi, a celarsi, a non mostrarsi. Questo ci riporta ai processi contro Eichmann: il male si manifesta nella sua banalità, nella sua prossimità. Non c’è niente di epico; è vicino, quotidiano, presente nelle nostre vite».
“La firma” / Dialogo con il drammaturgo Claudio Fava
Nella sua opera lei cita spesso il “non detto” e l’inganno. Come ha lavorato sulla tensione del silenzio e come è riuscito a trarre la verità?
«Beh, non è propriamente un “non detto”, è un’omissione. Quest’uomo, questo padre, ha omesso la verità: non ha mai parlato alla figlia di ciò che era davvero accaduto in quegli anni.
L’omissione e il silenzio sono spesso le forme di tutela del male; sono il modo in cui il male riesce a confortarsi, a ripararsi, cercando rifugio in una “terra di mezzo” dove si spera che il tempo lavi via i ricordi e le offese».

Il cuore de La Firma risiede anche nella sua capacità di colpire visivamente lo spettatore con un’essenzialità brutale. La scenografia non concede distrazioni, focalizzando l’intera tensione drammatica sul confronto tra i due protagonisti. Il vuoto non è assenza, ma un amplificatore del dolore e della colpa. I volti entrano nella pièce per fare compagnia al racconto.
Spostandoci sull’aspetto scenico, come ha lavorato sulla costruzione dello spazio? Quali elementi ha scelto di mettere in evidenza per raccontare questa storia?
«La scena è claustrofobica: è il parlatorio di un carcere, un tavolo e due sedie. Non c’era bisogno di altro…sullo sfondo appaiono progressivamente delle foto autentiche di desaparecidos. Protagonista della storia non sono soltanto un uomo, una donna, un padre, una figlia. Il racconto è il loro inganno, un inganno che è una realtà. Io volevo che questa realtà, fosse una scena completamente scabra, sobria, essenziale, presente».

Quelle facce sono reali, non è una storia di fantasia, raccontano tortura e morte e rimangono lì, come presenze imminenti”.
Parola e tensione psicologica
Claudio Fava punta sul duo attoriale formato da Ninni Bruschetta e Federica De Benedittis. Il legame tra Fava e Bruschetta è profondo e radicato in oltre venticinque anni di collaborazione professionale. Per il regista, Ninni Bruschetta non è stato solo una scelta, ma la naturale incarnazione del protagonista maschile: un ruolo “disegnato addosso” come un vestito.
Volto messinese, acclamato dal grande pubblico per la sua partecipazione a serie cult come Boris (dove interpreta lo storico direttore della fotografia Duccio Patanè) e fiction di successo come Don Matteo e L’Invisibile, porta in scena una complessità inquietante. Bruschetta ha il compito di dare vita a un ex militare della dittatura che, nonostante le atrocità del passato, si presenta come un genitore premuroso.
Acconto a lui, l’attrice romana Federica De Benedittis, nota al pubblico televisivo per il ruolo di Roberta Pellegrino ne Il paradiso delle Signore e protagonista della prossima fiction Mediaset Alex Bravo. Vivono in lei quei tratti di ingenuità e trasparenza necessari a interpretare una vittima ignara, travolta da una storia familiare atroce che non aveva mai sospettato.

Messaggio per i giovani, oltre la superficie
Cosa vuole che i giovani “rùbino” da questo spettacolo? Cosa dovremmo portare via con noi dopo aver assistito a questo intenso confronto?
«Il bene e il male non sono due momenti assoluti, definiti o facilmente comprensibili. Esiste una complessità nel racconto umano che ci impedisce di tagliare queste categorie a colpi di scure, come spesso si cerca di fare per eccessiva semplicità. In questo lavoro i ruoli spesso si sovvertano: il carnefice può diventare vittima e viceversa…coraggio di entrare dentro gli eventi, affrontare le radici umane e farci carico».
Una sfida lanciata nel cuore della città catanese
Che rapporto ha con la città catanese e perché sceglie di portare un’opera grande, a tratti complessa in una città come Catania?
«Catania è una parte della tournée». Esordisce Fava, spiegando la necessità fisiologica legata ai produttori. Ci si sposta su un altro piano «Catania che Catania è anche una città adatta a raccogliere la sfida della complessità, una città che nella sua storia, nella sua vicenda collettiva ha sempre cercato di semplificare, di minimizzare».
Il regista continua ancora, analizzando come la città catanese tenda a nascondere le proprie ferite dietro un’apparente normalità.
«Penso, ai dati di cronaca alla morte di Nitto Santapaola: abbiamo sepolto il mare. Santapaola è il prodotto di una città complessa e un sistema di potere nel quale accanto al capo mafia c’erano imprenditori, politici, giornalisti, un mondo che contava e che comandava».
Conclude la sua riflessione, evidenziando la resistenza culturale
«Spesso questa città ha difficoltà ad accettare il tema della complessità, preferisce giocare a scacchi, a separare, a tenere lontano, c’è il bene e c’è il male, non c’è niente di mezzo».
Rossella Liliana Laudani
