Mondo / Cosa sta succedendo tra gli Stati Uniti e l’Iran

Nessuno, tra i due contendenti, vuole la guerra. Ma ciò non significa che non possa scoppiare. I limiti (e i rischi) della strategia di massima pressione portata avanti dall’amministrazione americana.

Il presidente iraniano Rohani e il suo omologo statunitense Trump

Le sirene di una nuova guerra in Medio Oriente possono acquietarsi, per il momento. L’allarme relativo a uno scontro tra gli Stati Uniti e l’Iran è parzialmente rientrato, infatti, con l’annullamento di un attacco americano già pronto contro obiettivi della Repubblica Islamica. Ma oggi il presidente americano Trump, artefice del ripensamento, parla solo di una “sospensione” dell’attacco. Facendo intendere che Washington è pronta a riprendere in ogni momento l’ascia di guerra.

Ma come si è arrivati a tutto questo?

Andando alle cause immediate, basta seguire la cronaca degli ultimi giorni. Gli iraniani hanno abbattuto un costoso drone statunitense, non è ben chiaro ancora se nel proprio aereo o sopra le acque internazionali del Golfo Persico. L’attacco annunciato da Trump avrebbe dovuto quindi costituire, in teoria, una mera rappresaglia, limitata negli obiettivi e negli strumenti. Ma com’è facile da intuire, l’azione avrebbe potuto portare a un’escalation di violenza e di reazioni incontrollabili da ambo le parti.

Resta tuttavia poco chiaro come si sia arrivati a simili eventi senza spiegare il contesto più ampio in cui stanno accadendo. L’abbattimento del drone americano e la conseguente minaccia di rappresaglia sono stati solo il culmine (o se vogliamo, il momento mediaticamente più visibile) di un crescendo di tensioni che va avanti ormai da anni, praticamente dall’elezione del presidente Trump.

Deciso a cancellare ogni traccia della precedente amministrazione Obama, Trump ha portato alle estreme conseguenze la sua volontà, ribaltando (tra le altre cose) la politica estera del suo predecessore in Medio Oriente. La strategia dell’equilibrio di potenza di Obama era tesa ad evitare l’emergere di uno Stato egemone nella regione, lasciando di fatto un certo spazio alle azioni dell’Iran – parallelamente riabilitato grazie alla stipula dell’accordo sul nucleare, noto con la sigla JCPOA (Joint Comprehensive Plan of Action).

Una mossa inaccettabile per i tradizionali rivali geopolitici di Teheran, ovvero l’Arabia Saudita e Israele, che hanno fin da subito esercitato pressioni per annullare l’accordo o quantomeno i suoi effetti. Pressioni che hanno trovato ascolto a Washington proprio a partire dall’insediamento di Trump. Nasce così, con l’obiettivo di  schiacciare qualsiasi velleità di rafforzamento dell’Iran, la cosiddetta strategia della massima pressione. Che di fatto consiste in una serie di iniziative palesemente ostili a Teheran: mosse economiche (embargo e sanzioni), diplomatiche (si veda la Conferenza di Varsavia dello scorso febbraio) e persino militari, come lo stanziamento di truppe aggiuntive nelle basi e nei Paesi circostanti la Repubblica Islamica.

Secondo i predicatori più radicali della strategia, come il Consigliere per la sicurezza nazionale americano John Bolton, essa dovrebbe arrivare al punto estremo dell’intervento militare, al fine di sostituire l’attuale regime iraniano con uno più accondiscendente verso le politiche americane. Una posizione fortunatamente minoritaria, all’interno dell’amministrazione statunitense. Il presidente Trump e il Pentagono preferiscono “limitarsi” a premere sugli avversari iraniani per costringerli a rinegoziare un nuovo accordo.

Tralasciando l’inconsistenza pratica della prima visione (un intervento militare sul campo sarebbe troppo difficile, costoso e sanguinoso) anche la seconda porta con sé degli importanti limiti. Almeno due: in primis non sarà affatto facile per gli americani, con una strategia così offensiva, convincere Teheran a rinegoziare un nuovo accordo (con russi ed europei, tra gli altri, che appoggiano il mantenimento del precedente); in seconda istanza, le pressioni americane rischiano seriamente di uscire dai circuiti diplomatici e di attivare un’escalation militare. In poche parole, di andare fuori da ogni controllo.

E questo al di là di qualsiasi intenzione reale o dichiarata dei due contendenti: la storia insegna che non tutte le guerre sono coscientemente volute. E sembrano lontani i tempi in cui leadership illuminate riuscivano a fare dei passi indietro – anche a costo del proprio orgoglio – per preservare la pace e l’ordine internazionale.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

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