Fuori del carcere / In una scuola romana ergastolani di Rebibbia hanno lavorato e respirato la vita

 

Alcuni detenuti di Rebibbia in stato di libertà vigilata, organizzati dalla cooperativa “Giano” sono entrati a scuola, dopo il suono della campanella, a riparare porte e finestre, a recuperare spazi vitali come un teatro dichiarato inagibile o il cortile infestato dalle piante. Hanno interagito con insegnanti e dirigenti. Hanno organizzato mostre sulle tradizioni del territorio e accolto i ragazzi in visita.

L’ergastolo è una epigrafe nella testa del detenuto. Qualcuno ha definito gli ergastolani “fantasmi né vivi néergastolani morti”, “ombre al confine”. In effetti una condanna all’ergastolo spazza via le prospettive temporali e catapulta l’individuo in uno stato di rarefazione all’interno di una struttura carceraria, magari di massima sicurezza, dove la giornata è scandita da orari sempre uguali. Un luogo popolato di dannati, perduti nella stessa identica tragica e definitiva maniera. Uno sopra l’altro – dicono le stime -, perché i crimini continuano a esser molti, moltissimi in una società che forse non sa ancora prevenire o educare alla convivenza civile, o peggio all’affettività.
L’ergastolo è un tema nella società civile. Se ne dibatte, se ne discute dai tempi di Beccaria e dei salotti illuministi milanesi. A cosa porta? E perché rinunciare al recupero e alla restituzione sociale? Sull’ergastolo la società civile si divide a metà come le acque del mar Rosso. Da una parte gli “offesi”, coloro che avvertono visceralmente l’impatto con l’efferatezza dei delitti e che invocano la “giustizia” che punisce; dall’altra i fratelli di Caino, che nella riabilitazione sociale invece credono fortemente.
Un tema difficile, controverso, emotivo. Ma intanto il carcere non è affatto una entità separata dalla società e le vicende quotidiane delle persone “libere” finiscono per intrecciarsi (magari inconsapevolmente) con quelle che vivono un regime di detenzione a carattere perpetuo.
Il ponte tra il mondo dei “vivi” e quello delle “ombre” è costituito dalle associazioni e cooperative non profit. Attraverso i loro canali, alcuni detenuti ottengono la possibilità di vivere la pena come occasione di scambio e relazione sociale, come luogo di scoperta del tempo utile e come riacquisizione del sé, non più ombra.
Le associazioni operano in molti settori, prevalentemente nel sociale. Molte si occupano di ambiente. Si parla di ecologia “umana” laddove, in qualche modo, l’individuo si riconcilia col Creato e trova una giusta collocazione e quindi un equilibrio. Così interagiscono il “dentro” e il “fuori”, dicono i carcerati, e i benefici diventano reciproci.
Nei locali di una scuola romana, ad esempio, lavorano alcuni detenuti di Rebibbia in stato di libertà vigilata. Si occupano appunto di ambiente. Sono il braccio operativo di una cooperativa che inserisce persone provenienti dal disagio sociale (detenuti e anche tossicodipendenti) nel mondo del lavoro, offrendo una opportunità retributiva che consenta loro di vivere dignitosamente. Si chiama “autorecupero” e si avvale anche di strutture territoriali di supporto psicologico.
Gli addetti ai lavori dicono che l’obiettivo è quello di “costruire un forte dentro”. Un “dentro” fatto di persone paradossalmente libere, libere di vivere il carcere come opportunità. L’ecologia umana non è soltanto amore dell’ambiente fisico e dell’ambiente umano, precisano, è scoperta e crescita del valore là dove esso si nasconde. È una coltivazione “biologica” delle differenze, delle minimalità, un mettere terra buona intorno alla semente. Trasformare tragiche solitudini in nodi di rapporti più vivi della vita.
Ma come può convivere la realtà di una scuola con un vissuto tanto forte e “impattante”? Non è stato facile all’inizio: molti timori, molti pregiudizi. Farsi aiutare dai detenuti, significa avere il coraggio di assumersi una importante responsabilità personale e civile. Ma alla fine i detenuti ci sono entrati davvero nella scuola, dopo il suono della campanella, a riparare porte e finestre, a recuperare spazi vitali come un teatro dichiarato inagibile o il cortile infestato dalle piante. Hanno interagito con insegnanti e dirigenti. Hanno parlato le parole del progetto pedagogico, del piano dell’offerta formativa e del respiro educativo che stanno dentro un edificio scolastico. Hanno organizzato mostre sulle tradizioni del territorio e i ragazzi quelle mostre le hanno visitate, trovando ad accoglierli esseri umani carichi di esperienze forti e in qualche modo formative.
Costruire un forte “dentro”. E il “fuori”, cosa ne ricava il “fuori” oltre al beneficio “materiale”?
Le persone coinvolte hanno valicato, consapevolmente o inconsapevolmente, quel confine delle ombre. Ci hanno trovato dei “vivi” con tanta voglia di vivere appunto e di (ri)costruire dignità e speranza. Ci hanno trovato sofferenza che si trasforma in gioia, gratificazione, soddisfazione, cooperazione.
Ci hanno trovato Giano (scelto come simbolo dalla cooperativa citata), sentinella di un mondo bifronte che guarda il futuro e il passato; divinità della porta, che scruta l’interno e l’esterno (il “dentro” e il “fuori”) contemporaneamente. Una specie di prodigio.

Silvia Rossetti

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Posted by on 9 agosto 2015. Filed under Cronaca,In evidenza,Iniziative,Società,Solidarietà,Volontariato. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0. You can leave a response or trackback to this entry

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