27 gennaio, una giornata per non dimenticare

Il vero monumento sta nel ricordo dell’orrore come della lode a Dio.

Un cippo, un monumento, una lapide e chissà quant’altri segni o simboli possono rievocare un evento del passato e riproporlo a chi li osserva, suscitando così emozioni, sentimenti, pensieri.

memoria_1

Viene, in modo diverso, sollecitata la nostra memoria perché non si perda un frammento del passato, peraltro importante per il presente.

Nulla si dovrebbe perdere, forse soltanto smarrire per poi ritrovare, tuttavia nessuno può negare che, troppo spesso, incappa e inciampa in quel fenomeno che chiamiamo rimozione: quando fa troppo male lo releghiamo in una zona d’ombra, impedendogli di riaffiorare.

La memoria a cui ci appelliamo in questa giornata del 27 gennaio non appartiene all’ambito consueto, non rientra in quelle categorie familiari che denotano una ricorrenza.

Oggi ci collochiamo, una volta di più, nel tragico solco di quel fatto storico innegabile, per quanto si sforzino da più parti nel negarlo o almeno di attenuarlo, che ha segnato una cesura nell’umanità e una svolta nella teologia: la Shoah.

Non abbiamo eretto nulla, perché nulla sarebbe adeguato a esprimere l’orrore che ha attraversato selvaggiamente l’Europa e, di riflesso, tutto il mondo, con la furia devastatrice del nazismo. L’unico monumento adeguato è ancora la memoria stessa che si fonda sulla permanenza del popolo d’Israele che Hitler e i suoi seguaci volevano sterminare.

Il nazismo sarebbe dovuto durare millenni, anzi neppure porsi il problema della durata ma semplicemente ritenersi immortale, ed è naufragato nella stessa melma con cui voleva sterminare il popolo ebraico.

Israele stesso si erge quale memoria che, se porta gravi cicatrici per l’orrore subito, è vivo e vitale, non pietra inerte e, ormai da scartare.

La Shoah non è una delle tante carneficine di cui, sui banchi di scuola, si era costretti ad apprendere date e computo dei morti. La Shoah ha piantato nella storia una ferita da cui guardare alla persona umana, alle sue relazioni con i consimili, alla comunità intera.

Alcuni nodi sono ineludibili e, prima o poi, bisogna darvi risposta:

– Perché Dio non è intervenuto a salvare il suo popolo dallo sterminio? In fin dei conti tutto il male possibile si è scaraventato sul giusto, inerme, su donne e bambini che vivevano il loro semplice quotidiano e hanno invece dovuto affrontare, solo perché il loro era sangue ebreo, una morte fra le più terribili. Perché?

– Israele non ha saputo darsi risposta e non sa darsela ancora (e noi con lui!) ma una cosa è certa, sicura e assodata: Israele non ha lasciato che l’orrore della Shoah, dello sterminio dichiarato e programmato nei minimi particolari, facesse ombra o spegnesse la voce risuonata sul Sinai con lo “Shema’ Israel” e che, di conseguenza, non salisse più la lode all’Altissimo. Non è stata una risposta razionale e consequenziale, è stata una risposta esistenziale, giocata in prima persona, che vale ben di più di una risposta risolutoria astratta.

– Le vittime assassinate sono state in silenzio dinanzi al “perché?”, ma non vi si sono sottratte e hanno rovesciato le posizioni: il silenzio pervadeva l’Europa e, ancora oggi, noi lo stiamo ascoltando perché il soffio del silenzio sussurra la Santificazione del Nome, la lode suprema all’Altissimo della sua creatura che perde la vita per lodarLo.

Israele così, ben dopo molti secoli, ha incarnato il servo di cui ha cantato il profeta Isaia, il giusto perseguitato, senza che nessuno (o forse pochi) si sollevassero per difenderlo. Il servo però, proprio per questo, anche se oltraggiato, ha continuato la sua missione di lode.

La stessa Chiesa, anche se ha prestato soccorsi notevoli e porto la mano, non ha aperto gli occhi dinanzi a questa realtà.

La memoria, però, non ha dimenticato il servo trafitto del profeta Zaccaria e ha mosso nell’anima di un profeta del nostro tempo, attento al silenzio che la stessa memoria proponeva, Giovanni Paolo II, la decisione del perdono e del riconoscimento.

Non è diventato pio sentire, o proposito vacuo, è diventato gesto perenne che ha segnato la storia con la memoria viva del riconoscimento: Dio stesso era passato nel suo popolo, nella nostra storia e noi, trafiggendo il popolo abbiamo trafitto, ancora una volta, Dio stesso.

Memoria di dolore atroce, di sofferenza incolmabile, che sfocia però nella memoria di un gesto di quel Dio che ha eletto proprio quel popolo, non lo ha dimenticato e non lo dimenticherà mai. Malgrado i “perché” inevasi, ora e forse per sempre, ma che conducono alla grande risposta di lode d’Israele, alla sua perennità.

La vita del popolo e di ogni membro del popolo è questo simbolo di memoria, unico riconoscimento possibile perché mai più nella storia dell’umanità, una simile efferatezza debba o possa ripresentarsi.

Ormai la nostra memoria di rami di olivastro innestato sull’olivo buono, di cui ci parla l’apostolo Paolo, dovrebbe portare il sigillo del riconoscimento ed essere grata a Israele per non aver soffocato la Parola di Dio.

Questa sia la nostra memoria, viva incarnazione non monumento sterile.

Cristiana Dobner