A mezzogiorno / Totò non merita un museo?

Totò 2I grandi artisti vengono celebrati in tutto il mondo. Solo da noi sono dimenticati

Nel 2014, la casa di Corsier-sur-Vevey, sul Lago di Ginevra, in Svizzera, dove Charlie Chaplin trascorse gli ultimi 25 anni della sua vita – morì nel 1977 – si trasformerà in museo, grazie a un prestito senza interessi di 10 milioni di franchi (più di 8 milioni di euro) da parte delle autorità del Cantone di Vaud. L’attore di origine britannica è ricordato a Londra anche nei luoghi che frequentò da bambino e in quelli dove diede vita ai personaggi che hanno fatto ridere generazioni di spettatori. È un modo civile per celebrare coloro che con la loro arte hanno concorso a diffondere la gioia di vivere e hanno insegnato anche – come nel caso di Chaplin – quanto grande e profonda possa essere la maschera comica. Quel che avviene per Chaplin, avviene in tutto il mondo per i grandi artisti. Si giudica necessario onorarli, farli rimanere in vita nella memoria di coloro che li hanno amati.
Esattamente il contrario di quello che si fa nel nostro Paese. In via Santa Maria Antesecoula, nel Rione Sanità, a Napoli, nacque nel 1898 Antonio Clemente. Nel suo quartiere lo chiamavano Totò, nome che conservò in arte. Una volta, disse di lui il grande Alberto Sordi: “Noi siamo degli attori, in mezzo ad altri attori, anche molto bravi, ma non siamo dei fenomeni. Lui è stato un fenomeno. I critici l’hanno quasi ignorato, poi l’hanno rivalutato, dopo la sua morte. Ma per fortuna, l’attore cinematografico sopravvive alla morte. Non muore mai. Infatti, noi ogni giorno vediamo Totò e ridiamo con lui. Lo vediamo vivo nei suoi film”.
Il Principe Antonio de Curtis morì nel 1967 e una folla sterminata a Napoli – oltre 100mila persone – partecipò ai suoi familiari. Al pari di altri artisti – Raffaele Viviani, Eduardo e Peppino De Filippo, Vittorio De Sica e tanti altri, che hanno fatto grande e insuperabile la cultura napoletana – aveva creato, nonostante i critici, un’empatia formidabile con il pubblico, che lo adorava e che ancora oggi ripete le sue battute, i suoi gesti, le sue smorfie e tutto l’armamentario di gag che Totò riuscì a regalare nella sua vita.
Qualsiasi altro Paese del mondo avrebbe compreso il dovere di tributare un omaggio a quell’arte, irrepetibile e unica. Invece, è trascorso quasi mezzo secolo dalla sua morte e non esiste ancora un luogo che lo ricordi. Sono vent’anni che si annuncia l’apertura di un Museo a lui dedicato, nel Palazzo Moscati, detto “dello Spagnuolo”, in via Vergini 19, sempre nel quartiere Sanità. Un palazzo del 1600, con una superficie di 4mila metri quadrati distribuiti su tre livelli. Si costituiscono comitati su comitati per la sua apertura, annunciata come imminente e sempre rimandata, di anno in anno, per problemi burocratici o per mancanza degli ultimi denari necessari per completare l’opera.
TotòAnaloga sorte ha avuto la casa natale di Totò al Rione Sanità, dove l’artista ha vissuto fino ai suoi vent’anni. Abbandonata per alcuni decenni, è stata messa all’asta – puntualmente disertata dalle Istituzioni – e acquistata per poche migliaia di euro da privati, che si sono impegnati a restaurarla.
“Ogni limite ha una pazienza”, avrebbe detto Totò ed è il caso di dirlo noi al cospetto della corrosiva inerzia delle Istituzioni meridionali nell’interessarsi del patrimonio culturale che hanno ereditato dalla loro storia. Non è una questione banale, ma centrale. Perché senza interesse e valorizzazione della cultura, non potranno mai restituire al popolo che amministrano dignità e libertà.

                                                                                                               Roberto Rea

 

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