Cammino sinodale / Un buon Pastore deve saper leggere i segni dei tempi

Correva l’anno 1943 quando in Francia, nazione considerata la “figlia primogenita della Chiesa”, uscì un libro dal titolo “La France, pays de Mission?” scritto a quattro mani da due preti parigini, Henry Godin e Yves Daniel. Esso fece clamore e scandalo: si decretava, infatti, seppur raccontandola, la definitiva secolarizzazione di larghi strati della società parigina. Nella Chiesa francese era apparsa, quasi improvvisamente, una malattia mortale: il crollo della fede cattolica nella vita e nel cuore della gente.

Negli anni seguenti, un seminarista di Firenze, insieme ad alcuni suoi compagni, si impegnava a tradurre quel libro in italiano. Era Lorenzo Milani, che nel 1958 pubblicherà poi Esperienze Pastorali, una sorta di versione italiana del testo francese, anche se totalmente originale poiché redatto sulla sua esperienza di cappellano a San Donato a Calenzano.

don Lorenzo Milani
Don Lorenzo Milani

Un pastore di anime

Queste due singolari citazioni, datate, ma sorprendentemente interconnesse, consentono di immergermi in un campo che mi vede parte in causa. Perché anch’io dal 1984 sono un parroco o, più piace definirmi, un pastore d’anime e nel mio piccolo, sono stato anche un maestro. Ho avuto, infatti, la possibilità di insegnare religione a molti ragazzi nei licei di Giarre, Acireale e Linguaglossa.

La mia prima esperienza, durata per sedici anni, è stata nella Parrocchia “Santa Maria del Monte Carmelo” ad Aci Platani. Da lì poi, per un decennio, ho operato nella Parrocchia “San Paolo Apostolo” ad Acireale. Ed infine, dal 2010, svolgo il mio ministero sacerdotale guidando le comunità parrocchiali “Santa Maria delle Grazie” e “San Francesco di Paola” nella città di Linguaglossa.

Prima del 1984, e più precisamente dalla mia ordinazione sacerdotale, avvenuta il 9 ottobre 1976 a Piedimonte Etneo, fino agli inizi degli anni ottanta, io insieme ad altri, abbiamo dato inizio ad una esperienza di comunità cristiana, denominata “Comunità tra i tempi”.
Questa aveva sede in una stanza di via Genuardi,  concessaci dal Vescovo. Qui si imparava a pregare collettivamente, a dialogare e a studiare insieme, nell’amicizia, nel servizio di una cittadinanza attiva, accanto ai più poveri della città.

don Orazio Barbarino e don Raffaele Stagnitta
Don Orazio Barbarino nella sua parrocchia di Linguaglossa con don Raffaele Stagnitta, vice rettore del Seminario diocesano di Acireale

Un impegno sociale

Un’esperienza questa non parrocchiale ma sociale, direi, volta a rendere visibile ciò che per molti sembrava quasi non esistere nel territorio acese, non appariva! Si trattava di riqualificare un quartiere emarginato, il quartiere delle case GESCAL, costituito da un quadrilatero di abitazioni, confinante, attraverso un muro ciclopico, con la Città del Fanciullo. Con la gente di quel formicaio noi della comunità abbiamo condiviso il pane dell’amicizia con quello sostanziale del Vangelo. Proprio un’avventura tutta da raccontare…
Ho voluto ricordare i luoghi della mia ormai plus quarantennale vita sacerdotale perché essi, in quanto tali, sono importanti e non si equivalgono mai.

Anche se viviamo dentro un “villaggio globale” e si tende ad appianare le vite, rendendo le esperienze tutte indistintamente simili e quindi omogenee, all’occhio però di chi abita stabilmente con amore, almeno, per un numero congruo di anni, una parrocchia non la si può né paragonare né addirittura scambiare con un’altra.
Al cuore è impossibile accettare questo sgorbio! Sono i volti e le storie vissute, questo o quel particolare, anche la stessa localizzazione delle case, delle piazze, dei luoghi di culto, le usanze, le tradizioni paesane, la cadenza, a rendere ciascuna esperienza preziosa, unica, speciale.

Dopo quarantacinque anni di esperienze pastorali, è venuto anche il momento di raccontarle alla luce di quel filtro particolare che è l’aver condiviso con altri la missione del discepolo del Vangelo, ricevuta dalla Chiesa locale, per mandato del Vescovo. Un bilancio tanto più necessario in quanto la cifra dei miei anni lo impone.

Aci Platani, chiesa madre
La chiesa madre di Aci Platani è stata per 16 anni la parrocchia di don Orazio

Di acqua sotto i ponti ne è passata tanta e non sempre sono stato un acuto osservatore. E soprattutto un coraggioso pastore nella lettura dei segni dei tempi.

Il buon pastore deve saper leggere i segni  dei tempi

A questo nessuno è preparato e in tantissime occasioni si è più portati a seguire la corrente. E in qualche altra, addirittura, ci si può trovare a galleggiare nella risacca.
Proprio in nome di quell’Amore che avevamo scelto nel momento dell’Ordinazione e che ci era stato donato come sacro fuoco, tutti avremmo dovuto iscriverci alla scuola dei maestri e dei profeti che, grazie a Dio, non è stata mai chiusa, dai giorni antichi fino al presente, in Italia come altrove e – incredibilmente – l’orizzonte si è fatto più rarefatto!

Abbiamo vissuto anni difficili e belli, ma dentro una cultura disposta per lo più a riconoscere soltanto l’assimilabile e non il problematico. A gestire il presente o l’esistente, senza pensare ad edificare il futuro. La gestione della vita ordinaria ci ha permesso di rendere gli anni comodi, ma anche inconcludenti. Perché il Regno di Dio non si è diffuso e la gente, in generale, non è diventata migliore.

Il presente è come un figlio e suo padre è il passato.
Papa Francesco ha detto, parlando agli uomini della Curia Romana, in occasione degli auguri natalizi nel 2019: Non siamo più nella cristianità, non più… Abbiamo bisogno di un cambiamento di mentalità pastorale che non vuol dire passare a una pastorale relativistica”.

Il tempo del mea culpa

Affermare così autorevolmente che il tempo della cristianità è finito non è qualcosa di scontato. Non è certamente da ieri che è avvenuto un cambiamento così radicale! Domandiamoci: perché, come, quando e per colpa di chi?
Questo nostro tempo chiama alla responsabilità, alla condivisione e alla metanoia.
È stato sempre così: ma oggi è d’obbligo!

Già don Milani aveva capito bene che la secolarizzazione registrata in Francia era presente ed operante in Italia, nella sua Toscana, nella diocesi di Firenze. Lì dove fu inviato, per la prima volta, come viceparroco nella periferia fiorentina e operaia e di cui si fece interprete e testimone.

Egli si rese conto subito che non esistono rarità e che l’illusione dell’“eccezione italiana” difesa, allora come fino all’altro ieri, da tanti mondi ecclesiastici e no, sarebbe capitolata! Quello di Milani fu un amore totale a Dio e alle creature che gli furono affidate, senza universalismi convenzionali e a caro prezzo. Proprio in nome di quell’amore don Lorenzo Milani, afferma Sergio Tanzarelli negli Gli anni difficili, “raccomandava di abbattere il muro dell’informazione addomesticata e di incenso di una religiosità rituale e pavida, parlando senza reticenze e diplomazie”. È proprio quello che non abbiamo fatto!

E’ tempo di cambiare!

Il Primo fu quel Gesù, il Rabbi di Nazaret, che iniziò la sua missione profetica nella regione storica della Palestina, ormai più di duemila e ventuno anni fa. Che ebbe al suo seguito dei discepoli che ricordarono per filo e per segno ciò che Egli fece e disse. Ci hanno narrato esperienze ed incontri di Lui da togliere il fiato, per la loro vivezza e profondità, per dolcezza e unicità, rivelandoci che  non è sempre necessario spostarsi di tanto, quanto basta, però, sì! Occorre scendere in profondità, anche abissali, come un chicco di frumento che chiede per sé solamente un po’ di terra, al fine di diventare gioiosamente pane per gli altri.

Questa unicità di stile a noi è mancata e in questi anni ci siamo riempiti la bocca di progetti, di piani e di strategie pastorali che a lungo andare hanno solamente stancato tutti. E hanno lasciato un preoccupante silenzio vuoto!
Noi viviamo tutti in un Paese senza memoria, che viene barattata con i luoghi comuni e con la mistificazione della propaganda. Dove il lavoro degli storici è stato spudoratamente surrogato da giornalisti fin troppo invadenti, dagli opinion leader e dagli ossessivi intrattenitori televisivi, lautamente prezzolati.

Assumere l’odore delle pecore

Per rimanere nel solco della condivisione della vita reale, non quella virtuale, per stare in between e non da parti opposte alla persone, è ormai strettamente necessario adottare per noi sacerdoti l’immagine pregnante che Papa Francesco usa in riferimento ai pastori del popolo di Dio: “Assumere l’odore delle pecore”.

Impariamo ad avere uno sguardo dinamico sulla realtà, mai pago di lasciarsi sollecitare oltre. E simultaneamente in grado di provocare in modo intelligente nuovi interrogativi nel nostro animo ed in quello delle nostre genti.
L’amore, la verità, la bellezza, il desiderio, il tempo, la vita … non hanno bisogno di essere proclamate dai pulpiti, si propagano semplicemente per attrazione e contagio.

Don Orazio Barbarino
Arciprete di Linguaglossa

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