Coronavirus e dintorni / A Randazzo la festa di San Giuseppe celebrata solo nel cuore di ciascuno

19 marzo. È la festa dei papà, la festa di san Giuseppe, a Randazzo è anche la festa del Santo patrono della città. Santo ancora più caro ai randazzesi da quando, in quel nefasto marzo del 1981, allorché una tra le più violente e devastanti eruzioni dell’Etna, che minacciava di investire il paese, cominciò a rallentare, fino a fermarsi ed esaurirsi nei giorni successivi, proprio il 19 di marzo.

La statua del Patrono S. Giuseppe sulla collina che sovrasta Randazzo

In questa data era sempre stata vacanza, scuole e uffici chiusi, gente che passeggiava, che usciva per una gita fuori porta, che andava nei bar con gli amici, che rientrava a casa dalle pasticcerie col vassoietto di zeppole di riso, caldissime e profumate di cannella, come tradizione vuole. E poi alla sera, dopo il 1981, la gente usciva in processione, per la fiaccolata fino alla collina dove, fin dal 1982, a un anno esatto dall’eruzione, la statua di san Giuseppe, realizzata in pietra lavica dallo scultore Gaetano Arrigo, con lo sguardo fiero rivolto verso la Montagna, veglia sulla città.

Ma quest’anno la festività di san Giuseppe a Randazzo si è svolta in tono minore, in sordina. Le scuole sono chiuse, è vero, ma da tanti giorni, come tanti negozi, alcuni uffici e luoghi pubblici, i bar e le pasticcerie… per le vie non passeggia nessuno, solo ogni tanto un passante frettoloso, con l’aria circospetta e il viso coperto da una mascherina, o, in mancanza, da una sciarpa, un foulard.

C’è già un sole primaverile, ma non c’è nessuna aria di festa, non c’è stata la processione con la fiaccolata, preceduta dalla Messa, da diversi giorni le funzioni religiose si svolgono al chiuso, nelle chiese vuote, al massimo vengono trasmesse su un’emittente locale o in streaming.

Nell’arco di due settimane la vita di tutta la comunità è cambiata, in una maniera che nemmeno un film catastrofico avrebbe saputo concepire, è come vivere in una città fantasma, si sta nelle case, concedendosi soltanto un po’ d’aria sui balconi, non ci sono più richiami, strette di mano, abbracci, pacche sulle spalle, si esce solo di raro, e “per comprovati motivi”, ci si guarda con sospetto.

A casa, si cerca di tutto, libri, riviste, cruciverba, lavoretti arretrati, Pc, tablet, e la Tv… che continuamente ci aggiorna e ci ricorda l’incubo che si sta vivendo, e da quale non si sa se e quando ci risveglieremo.

“Nei giorni della prova come allora proteggici” sono le parole che lo scultore sbozzò sul basamento della statua di san Giuseppe, e sono forse le stesse che ciascuno rivolge, in cuor suo, al santo patrono.

Maristella Dilettoso