In questi mesi, le comunicazioni ufficiali dell’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia e della Regione Siciliana rassicurano sulla disponibilità dei volumi complessivi negli invasi, decretando il superamento dello stato di massima gravità grazie al riempimento dei bacini principali. Ma la realtà vissuta quotidianamente dalle nostre comunità racconta una verità assai diversa. I dati di settore e le rilevazioni più recenti restituiscono una fotografia desolante.
La ferita delle reti colabrodo: circa il 50-60% dell’acqua potabile immessa nei tubi siciliani viene dispersa nel terreno prima ancora di raggiungere le rubinetterie delle case, delle scuole e degli ospedali. Questo non è un semplice danno economico. E’ un “peccato strutturale”, un fallimento etico sistemico, è un tradimento verso le generazioni di domani.
Invasi incompleti o interrati: degli oltre 1 miliardo di metri cubi di capacità nominale degli invasi siciliani, una quota imponente di volume utile risulta inutilizzabile a causa dell’accumulo di sedimenti mai sbancati, di collaudi tecnici rinviati da decenni o della mancanza delle indispensabili opere di adduzione e canalizzazione che colleghino le dighe alla rete irrigua e potabile.
Disuguaglianza della sete: interi territori, da Agrigento alle zone rurali dell’entroterra, continuano a subire la piaga della turnazione idrica estenuante. Che dignità c’è in una terra in cui gli agricoltori vedono seccare le proprie colture e le famiglie sono costrette a dipendere dall’acquisto di acqua tramite autobotti, spesso in contesti di opacità o speculazione?
L’acqua che manca non è soltanto quella che non piove dal cielo. E’ l’acqua che viene dissipata dall’incuria, dalla frammentazione gestionale e dal ritardo cronico nell’esecuzione dei cantieri di ammodernamento e digitalizzazione delle condotte.
L’appello ecumenico alle Chiese di Sicilia
Alle Chiese tutte che vivono in Sicilia dico: superiamo ogni barriera e facciamo sì che questo «Tempo del Creato» (Celebrato ogni anno dal 1° settembre al 4 ottobre, festa di San Francesco d’Assisi) questo tempo ecumenico mobiliti chiese, organizzazioni religiose e comunità di tutto il mondo per rispondere alla crisi ecologica. Per il 2026, il tema ufficiale è “Acqua Viva”), non si riduca a un’iniziativa formale o puramente rituale.
Serve una conversione ecologica incisiva: dai nostri pulpiti, nelle catechesi e negli incontri comunitari, denunciamo lo spreco dell’acqua e la rassegnazione. L’ecologia integrale deve diventare materia viva di pastorale sociale e di formazione delle coscienze.
Preghiamo e agiamo insieme: costruiamo momenti ecumenici di preghiera sulle sponde dei nostri fiumi feriti, vicino ai bacini prosciugati o nei quartieri dove l’acqua viene erogata a giorni alterni, per dare voce alla sofferenza della terra e dei poveri.
Uso responsabile dell’acqua: le nostre parrocchie, le nostre diocesi, i nostri centri comunitari siano i primi a mostrare un uso responsabile e profetico dell’acqua, anche attraverso l’abbattimento degli sprechi.
L’appello fermo alle Istituzioni regionali e nazionali
A chi è investito della responsabilità di governo, dico con la fermezza della parola evangelica che l’acqua è un diritto umano fondamentale, universale e inalienabile. Non bastano più gli annunci di superamento dell’emergenza o i continui rimandi ai fondi del PNRR se non sono accompagnati da una svolta gestionale epocale.
Occorre completare immediatamente la mappatura e digitalizzazione delle reti, sanando il deficit di progettazione che ancora oggi impedisce di riparare i punti di perdita drammatici.
Si proceda con il disinterramento degli invasi e con il collaudo definitivo delle grandi opere incompiute. È inaccettabile che le piogge riempiano i bacini ma che l’acqua debba essere scaricata a mare per l’inadeguatezza degli sbarramenti o della rete d’adduzione.
Si garantisca una governance pubblica, trasparente e unificata del ciclo dell’acqua. Che strappi la gestione alle logiche clientelari e restituisca ai cittadini la certezza di un bene comune tutelato.
Il fiume che il profeta Ezechiele (Ez 47,1-12) vede scorrere non è una “favola antica”, è qualcosa di concreto. Può diventare realtà se tutti collaboriamo per trasformare il deserto in un giardino.
Non lasciamo che «l’Acqua Viva» si disperda nell’incuria delle nostre tubature, nell’incapacità di invasi pieni di detriti. O in ambiti dove mafia, speculazione e omertà si alimentano a vicenda.
Alfio Pennisi
Teologo ambientalista
