Il presidente Trump, il 20 gennaio 2026, nell’anno esatto dell’inaugurazione del suo secondo ed ultimo periodo di carica alla Casa Bianca, ha fatto il punto con i giornalisti in una conferenza stampa, sia per quanto concerne il già realizzato programma del “Make America Great Again” e sia per la parte che resta ancora da affrontare.
L’anno trascorso: luci e ombre
L’anno trascorso sarà ricordato come quello del “duro cipiglio” almeno iniziale, tra l’Esecutivo e la Commissione Europea. A causa dei dazi doganali. Poi diluito in una composizione diplomatica soddisfacente per le due sponde dell’Atlantico. Ma anche come quello delle violazioni del diritto internazionale, in Iran e Venezuela. E perfino anche come quello in cui, in Patria, l’azione dell’Amministrazione si è apertamente esposta a forti critiche per le violazioni dei principi democratici nella politica dei rimpatri forzati degli immigrati irregolari. Ultimo episodio, quello accaduto a Minneapolis. Con la barbara uccisione di una persona ad un posto di blocco organizzato dai servizi di repressione degli immigrati clandestini ed irregolari.
Le preoccupazioni del presidente
Il presidente si è significativamente soffermato sulla condizione economica del Paese, non ancora, per la verità, soddisfacente. E poi sulla questione Groenlandia, divenuta un nodo vero e proprio nei rapporti con l’Europa. Che rischia di avvelenare in forma importante l’alleanza e la collaborazione inter-Atlantica.
Per quanto concerne la condizione economica del Paese, ha indubbiamente avuto un effetto positivo sulla produzione, la difesa, attraverso i dazi, delle merci americane. Ne hanno beneficiato le imprese. Tuttavia, sotto altro profilo, i dazi all’importazione costituiscono, dal lato del consumatore americano, un problema che non aiuta certo la politica dei bassi prezzi all’interno degli States. E nemmeno del contenimento dell’inflazione, anche se in realtà registriamo già un significativo calo della stessa rispetto allo scorso anno. A gennaio 2025, il tasso di inflazione annuale era del 3,0%, mentre l’inflazione a gennaio 2026 è stimata intorno al 2,0% o 2,7% , indicando un trend di rallentamento.

La questione Groenlandia
Tra le questioni di politica estera, da cui il presidente Trump sembra molto attratto, quella della Groenlandia da trasformare in territorio americano a tutti gli effetti, sembra giunta, per l’Amministrazione, ad un punto quanto mai spinoso. Infatti, sulla Groenlandia sembrano ergersi interessi geo-strategici importanti. Di difesa del continente americano. Ma anche interessi economici sulle Terre – rare e sulla ricerca di fonti energetiche.
Sul primo aspetto, sembra proprio che l’Isola, a causa delle basse temperature, sia immune da nebbia. E costituisce un importante presidio, per tal motivo. Cioè, per l’avvistamento in tempo reale di eventuali minacce missilistiche provenienti ed aventi base nell’Est Europa. Dunque, per entrambi i motivi, riveste un particolare interesse per gli Stati Uniti.
Difficile dire se siano prevalenti nel conto, i motivi geo-strategici o quelli economici. Da non sottovalutare poi il fatto che l’astuto presidente americano Trump, con la questione Groenlandia così come è stata messa sul tappeto, ha inteso creare agli alleati europei, piuttosto recalcitranti sulla tregua russo-ucraina per la quale il capo della Casa Bianca si è molto speso, un motivo di divisione e di imbarazzo. Probabilmente, anche una criptica forma di ritorsione politica.
Con l’Europa Trump deve usare la diplomazia

Trump, tuttavia, non può prendere o portare via la Groenlandia, manu-militari, come anche verbalmente minacciato. Aprirebbe una crisi, all’interno della NATO, dalle incalcolabili conseguenze. Forse esiziale per la sopravvivenza dell’organizzazione difensiva atlantica. D’altra parte, come dire, la “sparata grossa” rientra nel carattere e nello stile del presidente.
Proveniente da un passato da imprenditore, passato poi alla politica, applica all’azione come leader dell’Occidente, modi e modalità dello stile imprenditoriale.
“Lo stile è il carattere dell’uomo” affermava Francois-René de Chateaubriand (scrittore cattolico francese del XVIII secolo). È chiaro che il presidente americano, sulla Groenlandia dovrà raggiungere un accordo diplomatico con l’Europa, non avendo altre scelte.
A questo proposito, sembra sia in corso un approccio diplomatico tra il Segretario Generale della NATO, l’olandese Mark Rutte e il presidente Trump per una soluzione sulla Groenlandia tipo Cipro. Che fu, a suo tempo, contesa tra la Grecia e la Turchia. Cioè, due Paesi di ambito NATO. Proprio come la Groenlandia è di fatto contesa tra Danimarca e USA, proprio due Paesi della stessa NATO.
Nell’anno del Mid-Term, l’Amministrazione sarà sottoposta ad esame dell’elettorato
A novembre di quest’anno, l’Amministrazione sarà sottoposta al voto popolare. Sia sulla politica interna come su quella estera. E, per tradizione, le elezioni di Mid-Term, non sono di regola favorevoli all’Esecutivo al momento in carica (Democratico o Repubblicano non fa differenza). Con due eccezioni, in precedenza, parzialmente avvenute: le Amministrazioni Reagan ed Obama.
Nelle elezioni di metà mandato americane (Mid-Term), viene rinnovata interamente la Camera dei Rappresentanti e circa un terzo (1/3) del Senato (33 o 34 senatori), insieme a numerosi governatori (circa 36 su 50), membri dei parlamenti statali, e cariche locali come i sindaci, oltre a varie magistrature statali. Esse costituiscono dunque un importante momento di prova per l’Esecutivo, che l’Amministrazione non può permettersi di perdere. Al massimo, potrebbe concedersi un pareggio, come si suol dire, in termini calcistici.
Con l’Iran, l’approccio non può che essere diplomatico

Per quanto riguarda l’Iran, Trump ha colto il pretesto della manifestazione interna del popolo iraniano contro il caro-vita, per agitare lo spetto dell’intervento militare degli Stati Uniti contro Teheran. Se accarezzasse un’idea del genere, commetterebbe un grave errore. Caracas è stato, come dire, “l’orto di casa” di Washington. L’Iran non lo è certamente. Ed ha importanti alleati nella Russia e nella Cina. Non solo. È un Paese etnicamente diversificato, dominato dai Persiani, seguiti da importanti minoranze come Azeri, Curdi, Luri, Turkmeni, Baluchi e Arabi, oltre a gruppi più piccoli come Armeni, Assiri, Tats e Circassiani.
Dunque, è facile immaginare che l’Iran reagirebbe senza esitare dinanzi a qualunque intervento armato o minaccia sul suo territorio. Poi, attaccare l’Iran, a che scopo? Per sostituire la guida suprema, l’Ayatollah Khamenei? Si tratta di un capo religioso ormai anziano che, per l’anagrafe, non ha davanti a sé un ampio margine di tempo per la direzione del suo Paese. Dunque, violerebbe di nuovo il diritto internazionale, per fare cosa? Un’azione che porterebbe certamente più danni che vantaggi. Sta di fatto che, come si suol dire, tra il dire ed il fare c’è di mezzo il mare.
Conclusione
Dunque, dal lato americano, sarebbe certamente un errore, fare irruzione in uno scacchiere politico distante da Washington. E mettere in disequilibrio gli interessi geo-politici di quella parte del Mondo. Sarebbe un errore, per intenderci, ancora più grave dell’avventura della guerra del 2003 contro Saddam Hussein. Proprio perché, a differenza dell’Iraq di Saddam, l’Iran attuale può contare su alleati strategici ben più forti e consistenti. Poi, non è neppure immaginabile una restaurazione – sic et simpliciter – della dittatura di Reza Pahlavi, figlio dell’ex scià di Persia. Non è proponibile e lo stesso presidente Trump se ne sarà reso consapevole. In ogni caso, l’elettorato statunitense – di entrambi gli schieramenti – non è affatto favorevole a nuove avventure estere. Particolare non secondario, e niente affatto da prendere sottogamba.
Sebastiano Catalano
Giovanna Fortunato
