Interviste siciliane – 59 / Umberto Barbaro ritenne il cinema la sintesi di tutte le arti

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Umberto Barbaro-

Incontriamo oggi Umberto Barbaro (Acireale, 3 gennaio 1902 – Roma, 19 marzo 1959), figura chiave della cultura italiana del Novecento: critico, teorico, traduttore, regista e docente. Dalla sua Acireale fino alle aule del Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma, Barbaro ha formato generazioni di cineasti, lasciando un’impronta indelebile nel panorama artistico nazionale.

Bentornato, maestro Umberto Barbaro. Ospitare concittadini acesi che si sono affermati al di fuori del contesto locale è per noi sempre motivo di grande orgoglio e un’occasione preziosa di arricchimento culturale. Le loro esperienze, maturate altrove, rappresentano infatti uno sguardo nuovo e stimolante anche per la nostra comunità.
Partiamo dalle origini: vuole raccontarci in quale quartiere è nato ad Acireale e quali sono i primi ricordi legati a quel luogo?

Sono nato nell’antico quartiere di San Michele, precisamente in piazza Pasini 3, di fronte al sontuoso palazzo in cui abitava l’ingegnere Mariano Panebianco. I miei genitori si chiamavano Luigi e Benvenuta De Martino. Morirono nel terribile terremoto di Messina del 28 dicembre 1908. Io e mia sorella Antonietta, rimasti orfani, fummo accolti da una zia che viveva a Roma.Umberto Barbaro con moglie e figli

Interessante e complessa è stata la sua vita. Fu un futurista insieme ad altri protagonisti importanti del movimento.

Insieme a Dino Terra, Vinicio Paladini, Paolo Flores e Bonaventura Grassi, siamo stati tra i fondatori del movimento immaginista, dirigendo anche la rivista La ruota dentata.

È stato definito “l’uomo che ha inventato il Neorealismo”. Cosa significa per lei questa definizione?

Il termine “Neorealismo” mi è stato attribuito, ma più che un’invenzione è stato il riconoscimento di una necessità storica e artistica. Il cinema, per me, è sempre stato l’arte democratica per eccellenza, capace di raccontare la realtà senza filtri e di dare voce agli ultimi. Ho sempre creduto che dovesse essere uno strumento di verità e di rivoluzione culturale, non solo di intrattenimento. Scelsi di entrare nel Centro Sperimentale di Cinematografia nel 1935, nato appena un anno prima e diretto da Luigi Chiarini.

Ha formato registi come Antonioni, De Santis, Pietro Germi e Steno. Come ha scritto Gian Piero Brunetta: “Barbaro è stato un Maestro per il cinema italiano, nel senso più completo del termine!”. Qual era il suo metodo di insegnamento?

Ho sempre pensato che insegnare non significasse trasmettere nozioni, ma accendere passioni. Ricordo che spesso le lezioni continuavano nei corridoi, tra discussioni e passeggiate. Incoraggiavo i miei allievi a guardare oltre la superficie delle immagini, interrogandosi sul senso profondo del racconto cinematografico. La cultura non è sapere quante più cose possibili, ma amarne quante più possibile.

Durante la sua permanenza in Polonia conobbe sua moglie.

Sposai Helena Wojciechowska, vittima, insieme ai suoi familiari, della follia nazista. I suoi genitori e i suoi quattro fratelli furono uccisi, mentre Helena fu deportata per un anno in un campo di concentramento in Germania.

Nel suo percorso ha attraversato letteratura, teatro, traduzione e pittura. Maestro Umberto Barbaro, come si intrecciano queste arti nel suo lavoro?

Tutte le arti comunicano tra loro. Ho tradotto Bulgakov, Wedekind, Kesten, Pudovkin, Ejzenštejn e Freud, perché sentivo il bisogno di portare in Italia le voci più vive e innovative. La pittura, anche grazie all’amicizia con Roberto Longhi, mi ha insegnato a osservare il dettaglio, la luce e la composizione. Il teatro mi ha dato il senso del ritmo e della parola. Tutto questo confluisce nel cinema, che è sintesi di tutte le arti.

Ha avuto anche un ruolo politico e polemico, sia durante il fascismo sia dopo. Come ha vissuto queste tensioni?

Ho sempre difeso la libertà di pensiero, anche a costo di pagare un prezzo personale. Durante il fascismo rimasi al Centro Sperimentale grazie alla stima di Luigi Chiarini, nonostante fossi comunista. Dopo la guerra ebbi polemiche anche con Togliatti, che mi rimproverava di essere troppo complesso. Ma credo che la cultura debba essere esigente: non bisogna semplificare i concetti, bensì aiutare tutti ad appropriarsene, anche nella loro complessità.

Ha contribuito a riscoprire Sperduti nel buio di Martoglio, considerato un precursore del Neorealismo. Perché questo film è così importante?

Sperduti nel buio rappresenta la radice realista del nostro cinema. Ho sempre sostenuto che la storia del cinema italiano non possa prescindere da quest’opera, che anticipa temi e stilemi poi sviluppati in film come Roma città aperta e Ladri di biciclette. Purtroppo, la pellicola è andata perduta, ma la sua lezione resta viva.

 

Marcello Proietto