La domenica del Papa / Il soffio dello Spirito. Nella Pentecoste c’è un vento nuovo che libera e apre al perdono e alla misericordia

Dal giorno di Pasqua si erano sempre ritrovati assieme nel Cenacolo per ascoltare le scritture e pregare. Le porte downloadchiuse per paura. Improvvisamente “un fragore, quasi un vento che si abbatte impetuoso, riempì tutta la casa dove stavano”. Gli Atti degli Apostoli narrano così ciò che accadde, mentre stava per finire il giorno di Pentecoste. È quasi un terremoto che ha il suo epicentro proprio dentro la casa; fuori è avvertito il fragore tanto da richiamare molta gente davanti la porta di quella casa. Non era crollato nulla nella città di Gerusalemme, nonostante la grande scossa.
Potremmo dire che si sia trattato di una scossa interiore, processo di cambiamento di coloro che per cinquanta giorni sono rimasti chiusi dentro le mura della casa: la paura lascia spazio al coraggio, l’egoismo all’amore. E quella porta chiusa si apre al mondo, rappresentato, negli Atti, da quell’elenco di popoli che abitavano la città. Il “crollo” avviene dunque dentro le persone, e le fiammelle che si posano sul loro capo sono il segno di un nuovo vigore che permette loro di uscire, e di parlare a tutti ed essere da tutti compresi. Non più la Torre di Babele costruita con mattoni tutti uguali, ma una città nuova in cui proprio la diversità diviene ricchezza.
Francesco celebra in San Pietro, nel giorno di Pentecoste, e ricorda che tutta l’opera della salvezza è “opera di rigenerazione” nella quale “la paternità di Dio, mediante il dono del figlio e dello Spirito, ci libera dall’orfanezza in cui siamo caduti”. Quella comunità originaria aveva bisogno di una forte scossa; proprio grazie a quella scossa, la porta tenuta sbarrata per cinquanta giorni viene spalancata, e i discepoli, non più ripiegati su loro stessi, non più concentrati sulla loro vita e sulle loro cose, iniziano la loro missione: è la prima Pentecoste. Per usare le parole del Papa, è la Chiesa in uscita, che va verso le periferie esistenziali; ospedale da campo, in un tempo in cui i segni sono tanti e spesso confusi.
Ieri come oggi, anche nel quotidiano troviamo segni della nostra condizione di orfani, dice Francesco, “quella solitudine interiore che sentiamo anche in mezzo alla folla e che a volte può diventare tristezza esistenziale; quella presunta autonomia da Dio, che si accompagna ad una certa nostalgia della sua vicinanza; quel diffuso analfabetismo spirituale per cui ci ritroviamo incapaci di pregare; quella difficoltà a sentire vera e reale la vita eterna, come pienezza di comunione che germoglia qui e sboccia oltre la morte; quella fatica a riconoscere l’altro come fratello, in quanto figlio dello stesso Padre; e altri segni simili”. A tutto questo, afferma nell’omelia pronunciata nella basilica vaticana, si “oppone la condizione di figli che è la nostra vocazione originaria, è ciò per cui siamo fatti, il nostro più profondo dna, che però è stato rovinato e per essere ripristinato ha richiesto il sacrificio del figlio unigenito”.
Immenso dono d’amore la morte di Gesù sulla croce, ricorda ancora Papa Francesco, nel giorno di Pentecoste quel dono si rinnova con la promessa che lo Spirito rimarrà con noi per sempre. Un “sempre” che non è solo temporale, di durata, ma comporta una presenza anche nei tempi e nei luoghi del nostro peccato – “il Signore mai si stanca di perdonare, siamo noi che ci stanchiamo di chiedergli perdono”, come disse già all’inizio del suo Pontificato – della nostra lontananza da Dio. La cosa importante da ricordare per Francesco è che “l’amore per una persona, e anche per il Signore, si dimostra non con le parole, ma con i fatti; e anche osservare i comandamenti va inteso in senso esistenziale, in modo che tutta la vita ne sia coinvolta”.
Essere cristiani, aggiunge al Regina Coeli il Papa, “non significa principalmente appartenere a una certa cultura o aderire a una certa dottrina, ma piuttosto legare la propria vita, in ogni suo aspetto, alla persona di Gesù e, attraverso di lui, al Padre”. Nel soffio dello Spirito Santo c’è un vento nuovo che libera e apre al perdono e alla misericordia.

Fabio Zavattaro

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