La domenica del Papa / Il testimone vede, ricorda e racconta. I discepoli di Emmaus mostrano, invece, la propria incapacità

Il Vangelo di questa domenica torna sui fatti avvenuti nel giorno della resurrezione; troviamo gli apostoli riuniti nel Cenacolo, e i due discepoli tornati da Emmaus stanno ancora raccontando ciò che è accaduto loro, lungo la strada. Nel vedere Gesù gli apostoli sono presi da stupore e spavento, pensano si tratti di un fantasma. Dopo la diffidenza di Tommaso, dopo lo stupore dei due tornati da Emmaus, ancora una Bergogliovolta troviamo incredulità in coloro che invece dovrebbero essere testimoni della sua presenza. E proprio testimoni è la parola che Papa Francesco pronuncia al Regina Coeli, in questa domenica che vede, a Torino, l’inizio dell’Ostensione della Sindone. Un lenzuolo, il sacro lino, anch’esso testimone, concreto e visibile, di un uomo che è stato deposto dopo una morte avvenuta, probabilmente, con la crocifissione; e che, in modo umanamente e scientificamente inspiegabile, ha lasciato l’impronta del suo corpo, le sue ferite, tracce del suo sangue, memoria perenne di un triste venerdì che la storia ci ha consegnato perché potessimo vedere e conoscere la gioia della domenica, il terzo giorno.
Testimoni: “Venne tra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto”. I suoi discepoli parlano di lui, delle cose meravigliose accadute, ma appena Gesù è in mezzo a loro, pensano si tratti di un fantasma, una figura non reale. Ecco il problema: l’incapacità di accogliere la buona notizia, di essere testimoni della morte e della resurrezione di Gesù.
Utilizza tre verbi Papa Francesco, al Regina Coeli, per indicare il testimone: vedere, ricordare e raccontare. Il testimone ha visto, “ma non con occhio indifferente; ha visto e si è lasciato coinvolgere dall’evento. Per questo ricorda, non solo perché sa ricostruire in modo preciso i fatti accaduti, ma perché quei fatti gli hanno parlato e lui ne ha colto il senso profondo. Allora il testimone racconta, non in maniera fredda e distaccata, ma come uno che si è lasciato mettere in questione, e da quel giorno ha cambiato vita”.
I discepoli sono testimoni che ricordano e raccontano. Così la Sindone che ha accolto, coprendolo, quel corpo adagiato nel sepolcro; ricorda le ferite e tutti le possono vedere, fermandosi in preghiera davanti la teca; racconta, quel lino, le sofferenze patite, le ferite subite. Perché il contenuto della testimonianza cristiana, ricorda il Papa, “non è una teoria, non è un’ideologia o un complesso sistema di precetti e divieti, oppure un moralismo, ma un messaggio di salvezza, un evento concreto, anzi una persona: è Cristo risorto, vivente e unico salvatore di tutti”. Nelle parole di Francesco possiamo cogliere un aspetto sul quale più volte ha posto l’accento nei suoi interventi: quante volte pensiamo che il Vangelo sia una specie di fantasma, parole astratte, lontane dalla vita di tutti giorni; parole belle ma difficili, se non impossibili, da rispettare, perché troppo esigenti, rigorose. Per usare espressioni care al Papa, rischiamo di essere cristiani “da pasticceria”: la mondanità, ricorda Francesco nell’omelia della domenica delle Palme, “ci offre la via della vanità, dell’orgoglio, del successo. È l’altra via. Il maligno l’ha proposta anche a Gesù, durante i quaranta giorni nel deserto”.
Come ricordava Benedetto XVI, in questa domenica ricordiamo anche i dieci anni della sua elezione a Papa, “è sempre in agguato la tentazione di interpretare la pratica religiosa come fonte di privilegio o di sicurezze. In realtà, il messaggio di Cristo va proprio in senso opposto: tutti possono entrare nella vita, ma per tutti la porta è stretta. Non ci sono privilegiati”. Ogni cristiano “può diventare testimone di Gesù risorto”, afferma Francesco: ma la sua testimonianza “è tanto più credibile, quanto più traspare da un modo di vivere evangelico, gioioso, coraggioso, mite, pacifico, misericordioso”. Se il cristiano, invece, “si lascia prendere dalle comodità, dalla vanità, dall’egoismo, se diventa sordo e cieco alla domanda di ‘risurrezione’ di tanti fratelli, come potrà comunicare Gesù vivo, come potrà comunicare la sua potenza liberatrice e la sua tenerezza infinita?”.

Fabio Zavattaro

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