Libia, gli interessi nazionali indeboliscono la posizione Ue

 

Esprimere giudizi affrettati sugli indirizzi intrapresi dall’Unione europea è, ovviamente, rischioso e in genere non porta al nocciolo delle questioni. Ma certamente si può dire, alla luce dei risultati del Consiglio Ue presentati dai leader dei 27 Stati membri e dai responsabili delle istituzioni comunitarie, che l’”Europa c’è”. E – pur tra mille difficoltà interne e internazionali e dovendo fare i conti con posizioni divergenti tra i singoli paesi – essa riesce anche ad assumere decisioni “importanti”, come hanno tenuto a sottolineare in chiusura del vertice Herman Van Rompuy e José Manuel Barroso, rispettivamente presidente del Consiglio e della Commissione.
Il documento conclusivo del summit del 24-25 marzo – di ben 34 pagine – si occupa dei tre principali temi affrontati: Giappone, Libia, rafforzamento di Eurolandia e risposta alla crisi economica. “Esprimiamo il più profondo cordoglio per l’immensa perdita di vite umane in Giappone e la nostra solidarietà al popolo e al governo giapponesi”, vi si legge nelle prime righe. “Plaudiamo all’intervento rapido e decisivo delle autorità giapponesi”. E ancora: “Nel ricordare la forte amicizia e le strette relazioni politiche ed economiche che legano l’Unione al Giappone, siamo decisi a sostenere questo paese che lotta per superare le sfide che ha di fronte”.
Quindi una nota “interna”: “Abbiamo discusso degli insegnamenti da trarre dagli eventi giapponesi, in particolare in termini di sicurezza nucleare”, per la quale si dovrà procedere a testare tutte le centrali attive nell’Ue27.
Sul Mediterraneo si rimarca il deciso appoggio dell’Unione all’attuazione della risoluzione Onu. Dunque: azione militare per cacciare Gheddafi, aiuti umanitari, sostegno alla ricostruzione democratica e materiale. “Quanto al vicinato meridionale, abbiamo ribadito di essere risoluti a sviluppare un partenariato nuovo con la regione”.
Sull’economia si centra la parte più diffusa delle conclusioni: “Negli ultimi mesi l’Europa ha attraversato una crisi finanziaria profonda. Sebbene la ripresa economica sia ora in carreggiata, i rischi permangono e noi dobbiamo mantenere determinazione nell’agire”. Per cui è stato “adottato un pacchetto globale di misure che dovrebbe consentirci di voltare la pagina della crisi finanziaria e proseguire sulla strada della crescita sostenibile”.
 Il pacchetto “rafforzerà la governance economica dell’Unione europea e assicurerà stabilità duratura all’intera zona euro”. “Abbiamo altresì convenuto – scrivono ancora i leader europei – un’azione risoluta a livello Ue per stimolare la crescita rafforzando il mercato unico, riducendo l’onere normativo complessivo e promuovendo gli scambi con i paesi terzi”. L’Europa, si può allora affermare, c’è e prova a misurarsi con un Mediterraneo meridionale in ebollizione, con il disastro giapponese, con le proprie instabilità finanziarie. Sul fronte libico, all’Unione e ad alcuni suoi membri (in primis Francia e Regno Unito) occorre riconoscere una capacità di reazione decisiva per l’intervento inteso a tagliare la strada al regime di Gheddafi. Ma mentre il comando di “Odissea all’alba” passa, come molti auspicavano, alla Nato, i governanti Ue si disputano una inesistente pole position politica. Ne esce sminuita l’eventuale capacità di “parlare a una sola voce” sulla scena mondiale. Tanto è vero che negli ultimi giorni l’Alto rappresentante per la politica estera, Cathy Ashton, non ha avuto alcun ruolo né visibilità. Più coesa appare invece l’Europa quando si tratta di creare un argine alla crisi economica.
Il Patto euro plus e il Meccanismo permanente di stabilità finanziaria non risolveranno certo tutti i problemi, ma costituiscono una prima, parziale, risposta al ciclone della recessione. Rimangono aperte varie questioni: dalla reale efficacia di misure per la stabilità tutto sommato “volontarie” alle azioni per promuovere la crescita, fino al pessimo status finanziario di Portogallo, Irlanda e Grecia (a Bruxelles s’è parlato anche di Spagna, Belgio, senza trascurare il debito italiano). E i nodi, si sa, prima o poi vengono al pettine.

 

Gianni Borsa