Luoghi di Sicilia / Mofeta dei Palici tra storia, geologia e leggenda

C’è un luogo in Sicilia, esattamente nella zona calatina della provincia di Catania, dove i termini lacus, stagnum, Palicorum, Lago dei Palici, Palikè, Naphtia, Mofeta ricordano insieme la mitologia e la storia, l’archeologia e la geologia. Questo luogo è denominato Mofeta dei Palici, con il vicino sito archeologico dell’antica Palikè, oggi, secondo i più, Palagonia.

In questo luogo, in passato, c’erano dei laghetti, all’interno dei quali si osservavano strani fenomeni che destavano tanta meraviglia negli indigeni abitanti del territorio. Tanto che molti, viandanti e passanti, chiamavano  Palikè “città della morte”.

Ovidio, nelle “Metamorfosi”, lascia dire a Plutone, il rapitore di Proserpina: “Si muore attraverso i profondi laghi e gli stagni dei Palici che esalano odor di zolfo e ribollono nella terra spaccata”. Nell’”Eneide” Virgilio parla di un tempio dedicato agli dei Palici, sito nei pressi del fiume Simeto, vicino al bosco di Marte dove il siculo Arcante addestrò alle armi il figlio.

Mofeta dei Palici tra storia e leggenda

L’origine del mito dei Palici non è certa. Secondo una leggenda, i Palici sarebbero stati due fratelli, figli del Dio siculo Adranos e della ninfa Etna. Altri affermano che si trattasse di due fratelli figli di Zeus e della ninfa Talia; altri parlano di Efesto. Il mito è raccontato nelle “Etnee” di Eschilo.

Il culto dei Palici, da studi effettuati sui crateri ritrovati, è nato prima ancora che giungessero Fenici e Greci sulle coste dell’Isola. La verità è che esso è indigeno, cioè proprio della Sicilia, come del resto riconobbero alcuni scrittori antichi. Non vi è ragione di pensare che si tratti di germi di religione italica.Palici, panorama

I più scaltri di quei tempi diedero a credere che in quel luogo vivessero delle divinità e che vi fosse attivo un Oracolo. Ma era pura invenzione, di cui la dominazione greca si servì per imporre le proprie credenze. Si costruì poi, questo sì, un santuario dedicato ai Palici, dove si pronunciavano il giuramento ordalico, agiva l’Oracolo e si dava asilo, “rifugio per quanti ne chiedevano esilio”.

Un santuario dedicato ai Palici

Così il luogo divenne un emporio di tutte le ricchezze dell’Isola e ricettacolo di tutte le divinità. Tanto che fu riconosciuto come un nuovo Olimpo, stimato al pari dei santuari di Dodona, Pella e Delfo. Vi si ritrovarono graffiti e piatti con raffigurazioni di eroi che sacrificavano alcuni animali per porre fine a carestie e siccità. Da aree archeologiche “Geloe” provengono altri grafiti e piatti raffiguranti pastori che uccidono buoi destinati al sacrificio legato agli dei Palici.

La cerimonia del giuramento si svolgeva attorno alle cavità da cui fuoriuscivano getti gassosi. Così si credeva di stabilire un contatto con la divinità, a condizione che il chiamato in giudizio rispettasse un rituale. Il giurante si avvicinava alle cavità e pronunciava la formula di rito e  lo spergiuro si puniva con la morte o la cecità. L’oracolo indicava la divinità e il tipo di sacrificio necessario ad ottenere il favore.

Tutte le popolazioni della zona, ma anche provenienti da lontano, utilizzavano il santuario, divenuto famoso, per venerare gli dei che venivano dal centro della terra, per i quali si nutriva parecchio timore. Nel caso dei giuramenti, il malcapitato era vittima dei sacerdoti che dominavano la scena facendo eseguire a loro piacimento la sentenza in base al loro volere. Così i sacerdoti si mettevano in piedi se volevano che l’orante vivesse, in ginocchio se gli avevano riservato la peggiore delle sorti.

Palici, laghetti
I laghetti

L’abbattimento del tempio

È necessario sapere che la mofeta (termine che prima era riferito a fessure nel suolo dalle quali fuoriescono getti gassosi, ma poi si allargò per definire anche i fenomeni fisici derivati) non s’innalza mai nella misura di un uomo posto in piedi. “Dagli studi effettuati in seguito, dall’abate Francesco Ferrara e dal prof. Gaetano Ponte, infatti si deduce che i soffioni sono alti non più di 50 cm dal suolo”.

All’interno del santuario potevano trovare rifugio i servi maltrattati da padroni crudeli. Questi ultimi non potevano portarli via con la forza, se non dopo aver garantito con un giuramento ai Palici di trattarli umanamente. Gli storici ci ricordano che il tempio si utilizzò anche durante la seconda Guerra Servile di Roma. Quando i consoli Mario e Flavio, dovendo fare guerra ai Cimbri, comandarono di liberare i servi per averli a disposizione in battaglia.

Licinio Nerva ne aveva liberati molti in Sicilia. Ma quando uscirono da Siracusa per fare ritorno presso i propri padroni, i servi si recarono chiedendo asilo al tempio dei Palici, da dove i padroni non li ripresero più. Al tempio i servi, difesi dalla forza divina, iniziano a unirsi e intraprendere guerre sanguinose nei territori vicini. Fu così che i Romani, con i Sabini con l’aiuto degli Etruschi, all’avvento del Cristianesimo, finalmente abbatterono il tempio. Con tanto furore da non lasciare più traccia di quel posto e di quel tempio, avvolti da parecchie superstizioni.

Palici, ruderi
Ruderi

Esseri astratti e misteriosi professavano il culto dei Palici

Se ne vedevano i ruderi ancora nel secolo XVI, descritti dal Fazello nel “De rebus siculis” (Catania 1749). Alcuni studiosi si sono chiesti come mai da un tempio pagano, durante il cristianesimo, non fosse stata edificata una chiesa cristiana, come era stato fatto su tante altre opere pagane. La spiegazione sta nel fatto che il culto dei Palici riguardava esseri astratti e misteriosi, che erano lontani dalle leggi dell’umana concezione. Erano considerati per lo più fantasmi che vivevano in spelonche o voragini. Battuti e comunque ricacciati sotto terra dalla presenza di Santa Agrippina vergine e martire, il cui culto, proveniente da Roma, si radicò nella vicina Mineo, che la volle poi come Patrona del paese.

Il sito della Mofeta dei Palici, incastonato tra i monti Erei ed Iblei, attraversato dai fiumi Caltagirone, Ferro e Catalfaro, dominava una vasta pianura già allora molto ricca per le raccolte di grano. E anche per le varietà di erbe spontanee nutritive e abbondanti, preziose per i pascoli. Il terreno intorno era cosparso di fiori di soave fragranza, ricco di arbusti di timo, salvia, rosmarino, giacinto, rosa, lauro, croco, anemone ed altre piante. Mentre le colline circostanti erano coperte di fitte aree boschive.

Popolo assai mite e di ruvida indole agreste, quello che viveva attorno alla mofeta era soggetto sempre a saccheggi e meta di stanziamento di altre popolazioni, in conseguenza di varie escursioni, e dei vicini Siracusani e Leontinesi. Ma soprattutto per tutte le incursioni dei Greci, che allora sbarcavano in Sicilia.

Ducezio fondò Palikè

La figura di spicco di questa zona sicula fu Ducezio, del quale si sconosce il vero nome. Era conosciuto come Ducezio, che deriverebbe da “douk”, che significa leader, capo. Nato forse nella città di Menai, l’odierna Mineo o in quella di Neai, l’odierna Noto. Uomo dotato di grande carisma, Ducezio fece leva, oltre che sul patriottismo, anche sullo spirito religioso dei Siculi. Fondò attorno al tempio dei Palici la capitale dei siculi, Palikè, una roccaforte tra le colline, contro i Greci e tutti gli altri conquistatori.

Riuscì lui a conquistare l’animo dei Siculi, che da alcuni secoli erano oppressi dalla dominazione greca. Sfruttò la situazione per cercare di riaffermare la supremazia degli indigeni nativi su quella degli stranieri occupanti. Riunì le città sicule in una confederazione legata dalla consapevolezza etnica in funzione anti-ellenica.

….e fece base nel santuario

Fece base, Ducezio, al sacro sito dei Palici, che divenne il santuario federale, nel quale si  redigevano, deponevano e conservavano gli atti. Nel santuario i rappresentanti delle città confederate, oltre a riunirsi, furono chiamati a prestare giuramento, della cui validità dovevano farsi garanti le divinità ivi presenti.

Il suo regno, noto come Syntèleia, raggruppava tutte le città sicule eccetto Ibla. La sua carriera militare iniziò quando, alleato dei siracusani, sconfisse le forze dell’ex tiranno Trasibulo e i mercenari del catanese Dinomene. La sua prima impresa da generale fu quella di conquistare Aitna (presso l’attuale Paternò). Nel 460 a.C. venne eletto re del suo popolo. Fu in grado di battere siracusani e agrigentini in campo aperto.

Iniziò così un periodo di guerre per conquistare tutti i territori siculi oppressi dagli invasori greci. Incappò in due sonore sconfitte nel 452 a. C. non potendo tenere testa alla soverchiante superiorità numerica del nemico.
Abbandonarono il re i suoi soldati, che scelsero di accordarsi con i greci piuttosto che continuare una guerra impari. Questo denota come lo scontro tra greci e nativi non fosse totale, bensì suscettibile di compromessi, soprattutto tra le file dell’aristocrazia.

Fine del regno di Ducezio…

Ducezio allora, avendo le sue forze disertato e temendo di venir ucciso o essere consegnato al nemico, scappò nottetempo e andò agli altari nell’agorà di Siracusa, come supplice. La città lo accolse e decise di risparmiarlo, esiliandolo a Corinto. Nel 444 a.C. rientrò in Sicilia e fondò Kalè Aktè, presso l’odierna Caronia, con coloni corinzi e nativi. Lì morì quattro anni dopo di malattia, nello stesso anno della distruzione di Paliké.

In geologia, l’Abate Francesco Ferrara studiò il sito in “Memorie sopra il Lago Naftia” – Palermo, Stamperia reale, anno 1808, deducendo che i soffioni non fossero altro che lo sfogo del vulcano Etna, presso i luoghi di coda ove sorgevano prima altri vulcani oramai estinti da migliaia di anni, e che si trovavano lungo la linea del Val di Noto. Il Ferrara osservò pure che dai soffioni usciva acido carbonico con percentuale di nafta e odore pregnante di bitume. Da qui si cominciò a parlare di Mofeta.

Dopo l’abate Ferrara anche il prof. Ponte studiò i Palici

Il prof. Gaetano Ponte riprese successivamente questi studi: la mofeta dei Palici si considera come una manifestazione postvulcanica della grande formazione eruttiva terziaria submarina di Val di Noto, che si estende da Capo Passero all’Etna. I fenomeni eruttivi di questa formazione si presentavano a Pachino, nel Siracusano e nei dintorni di Palagonia. Ai piedi dell’Etna il vulcanismo si ebbe a manifestare molto più tardi quando l’attività eruttiva del Val di Noto venne a cessare.

Lo studio planimetrico rivela che la Mofeta è di forma quasi ellittica, con l’asse maggiore di 65 m, e il minore di 50 m. Con acque melmose perché continuamente agitate da masse gassose provenienti dal sottosuolo, che forma sei grandi bolle e innumerevoli gallozzole.

Il bacino, nell’ottobre del 1933 asciutto per mancanza d’acqua, presentava dieci crateri di varia grandezza. La raccolta del gas della Mofeta dei Palici per l’analisi chimica-quantitativa fu effettuata con un imbuto di vetro, collegato con una conduttura di caucciù nel fondo per circa quaranta centimetri. L’altro lato collegato ad una ampolla di vetro per la raccolta del gas di circa cinquanta centilitri.

L’ampolla fu trasportata in laboratorio per l’esecuzione delle analisi, eseguite nella stessa giornata, che diedero i seguenti risultati: anidride carbonica 99,604%; ossigeno 0,098%; metano solo tracce; azoto e gas rari 0,296% per un totale di 99,998%. L’anidride carbonica risultò avere una bassa percentuale di impurità. La temperatura del gas era di 22°, e la temperatura ambiente era di 26°. Il risultato sorprendente è che l’anidride carbonica della Mofeta dei Palici era molto pura.

Sfruttare la Mofeta dei Palici per produrre anidride carbonica

A questo punto, il prof. Ponte, considerati i promettenti risultati delle analisi da una parte e, dall’altra, la richiesta di anidride carbonica per soddisfare i crescenti bisogni industriali, si chiese: “Perché non sfruttare la Mofeta dei Palici per produrre anidride carbonica naturale ai fini industriali?”.

La sua domanda è quanto mai attuale. Presso la Mofeta, infatti, potrebbe nascere un grande impianto per la utilizzazione del gas che da secoli si disperde nell’aria. A seguito dei risultati acquisiti, sappiamo che essa è, in Europa, la più grande sorgente naturale di anidride carbonica, praticamente pura.

Già l’utilizzo pubblico dei getti gassosi della Mofeta dei Palici fu accordato nel 1934, esattamente il 21 luglio, con un decreto ministeriale per la Corporazioni, al principe Enrico Grimaldi, per la durata di trenta anni. La concessione prevedeva la facoltà di utilizzare le emanazioni di anidride carbonica, che si sviluppavano nella località “Lago Naftia”, da parte della “Mofeta dei Palici S.r.l.”, una società specializzata nella produzione e vendita di anidride carbonica destinata, come additivo, al confezionamento di prodotti prevalentemente alimentari. Evidentemente, la concessione è stata rinnovata, dato che l’industria è tuttora in attività.

 

                                                                 Giuseppe Lagona

 

 

 

 

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