Maria Grazia Cutuli / Ricordo della giornalista catanese uccisa in Afghanistan

Il 19 novembre 2001 erano in quattro su quella jeep: due reporter e due corrispondenti. Stavano percorrendo la strada che collega Jalalabad a Kabul: un angusto sentiero inerpicato tra le montagne, quando all’improvviso un gruppo di uomini armati blocca la strada e li costringe a scendere. Cadono uno ad uno, crivellati sotto la pioggia di proiettili dei kalashnikov e, come se non bastasse, vengono derubati. La prima ad essere uccisa è una giovane giornalista catanese: Maria Grazia Cutuli. Aveva appena compiuto 39 anni.

Maria Grazia Cutuli / Inizi della carriera da giornalista

Maria Grazia Cutuli inaugura la sua carriera da giornalista collaborando col quotidiano La Sicilia, nel 1986. Poi passa all’emittente regionale Telecolor, arrivando in pochi mesi al celebre giornale palermitano L’Ora (fondato dalla famiglia Florio). Si trasferisce a Milano per frequentare la scuola di giornalismo, sostiene l’esame da professionista: da quel momento inanella una sfilza di collaborazioni. Presto si rende conto che la sua passione per la politica estera travalica l’ambito professionale, fondendosi con la sua carriera.

Racconti di tragedie “lontane”

assedio di sarajevo guerra 1992
Assedio di Sarajevo (Bosnia), 1992.

Prende un anno di aspettativa dal giornale in cui lavora e si trasferisce a New York, dove frequenta un corso di peace keeping delle Nazioni Unite. Quindi parte per il Rwanda insieme ai volontari dell’UNHCR, l’agenzia ONU che si occupa dei rifugiati. In quegli anni complessi, non esita a partire per Cambogia, Bsonia, Albania, Iraq e Timor Est. I suoi reportage, a metà strada tra cronaca giornalistica e racconto, mostrano vividamente gli strazi di guerra e genocidi. Maria Grazia Cutuli non si limita ad appuntare freddamente ciò che le accade intorno: al contrario, crede nel giornalismo senza filtri e fa rivivere la storia attraverso le sue parole.

Diceva della sua professione: “A un certo punto mi è sembrato che il giornalismo non bastasse per capire lo strazio della guerra. Molto di quello che si registra su un taccuino, quasi sempre in fretta, finisce per toccare appena la superficie delle cose. Volevo andare più a fondo. Superare la schizofrenia del cronista che rimane spettatore di tragedie che non gli appartengono”. Se non poteva partire per conto del giornale, era capace di usare le proprie ferie per andare nei luoghi di conflitto e scrivere storie che sapeva sarebbe riuscita a far pubblicare.

“Fammi un regalo, voglio restare”

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La via che collega Jalalabad a Kabul, in cui Maria Grazia e i suoi colleghi persero la vita.

Nel ’97, viene assunta dal Corriere della Sera. La sua prima trasferta per conto del giornale, nonché la sua ultima avventura, è la spedizione in Afghanistan del 2001. La guerra inizia il 7 ottobre 2001, ma Maria Grazia si trova già in loco. Riesce ad entrare in una delle più grandi basi militari di Bin Laden, abbandonata frettolosamente dai talebani. All’interno della base, tra stracci e ordigni gettati alla rinfusa, trova una scatola di cartone contenente fialette di gas nervino.

Una scatola intera, perfettamente intatta, era rimasta alla base. È una semplice dimenticanza oppure è stata lasciata lì apposta? Il gas nervino, pur essendo incolore ed insapore, si rivela letale al solo contatto con la pelle, dunque quella poteva essere anche una poco velata minaccia delle stragi che si sarebbero potute compiere di lì a breve. Il suo incarico in Afghanistan sta per concludersi, dal Corriere la chiamano per concordare una data di ritorno. La giornalista però chiede di rimanere. Non le importa del suo compleanno o delle scadenze: vuole solo terminare il suo pezzo. Viene trucidata proprio il giorno della pubblicazione di quest’ultimo reportage.

I responsabili

Le autorità afghane individuano tre presunti colpevoli. Reza Khan, ventinovenne accusato dell’omicidio, è condannato alla pena capitale. La famiglia di Maria Grazia si dichiara sin da subito contraria a tale condanna, consapevole che non gli potrà restituire la figlia scomparsa. Eppure, le autorità fucilano il ragazzo nell’ottobre del 2007. Altri due giovani, Mamur e Zar Jan, accusati di concorso in rapina e concorso in omicidio, sono condannati rispettivamente a 16 e 18 anni di reclusione. In Italia, la condanna sarebbe stata di 24 anni di reclusione con risarcimento danni ai familiari e al gruppo editoriale RCS.

Riconoscimenti

Sul luogo dell’agguato, una targa commemorativa ricorda Maria Grazia Cutuli e i suoi colleghi. Le città di Catania e Milano le hanno intitolato rispettivamente un piazzale ed un viale. Inoltre, tra i numerosi premi giornalistici portano il suo nome si distingue il “Premio internazionale di Giornalismo” istituito nel 2004 dal Comune di Santa Venerina. Nell’edizione 2020, il premio per la sezione “Giornalista siciliano emergente” è stato assegnato al giornalista Mario Agostino, componente del Consiglio regionale dell’UCSI Sicilia, consulente di strategie di comunicazione e scrittore.

Gli amici della giornalista dicevano che ovunque andasse Maria Grazia arrivava la pace. Purtroppo però, a vent’anni di distanza la situazione non è cambiata molto, anzi: l’Afghanistan è di nuovo in mano ai Talebani. Gli interessi economici sono ancora più forti del rispetto per la vita umana. Inoltre, numerosi giornalisti continuano ad essere uccisi, non solo in Medio Oriente ma anche in Europa. Ma nonostante nel silenzio si consumi la tragedia, testimonianze di professioni esemplari e appassionate come quelle di Maria Grazia Cutuli non cedono al tempo.

Cristina Di Mauro

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