Mondo / Cosa succede ora con l’impeachment di Trump

La procedura di impeachment del presidente americano ha avuto ieri ufficialmente inizio. Perché è stata avviata? E che speranze ha di avere successo?

Il presidente statunitense Donald Trump

Sgombriamo innanzitutto il campo dagli equivoci. La procedura d’impeachment avviata contro il presidente statunitense Trump, ovvero la sua messa in stato d’accusa di fronte alle due camere del Congresso, ha precise finalità tattiche prima ancora che legali, o morali.

Certo, il fatto di cui è accusato Trump è molto grave e quasi certamente fondato. Ad essere incriminata, in estrema sintesi, è una telefonata con il suo omologo Zelenskij – presidente dell’Ucraina – in cui il tycoon newyorchese chiede espressamente di mettere sotto indagini il figlio di Joe Biden (suo possibile rivale alle prossime presidenziali) proprio per indebolire politicamente l’ex vicepresidente americano.

Ma la scelta di procedere contro il presidente, da parte dei Democratici, segue una precisa strategia politica. Quella di impedire alla Casa Bianca di avvicinarsi alla Russia, come aveva già provato a fare Obama all’inizio del suo primo mandato. Il Russiagate, ovvero il tentativo di dimostrare i legami fra Trump e il Cremlino, è fallito la scorsa estate: pur nella certezza della presenza di ingerenze russe nelle elezioni americane, il rapporto Mueller non ha raggiunto elementi sufficienti per mettere in stato d’accusa l’inquilino della Casa Bianca.

Ma ad andare in soccorso dell’opposizione è stato lo stesso Trump, protagonista della già citata telefonata con Zelenskij pochi giorni dopo la sua assoluzione. Da qui l’inevitabilità della procedura d’impeachment, che vorrebbe dare un segnale chiaro: o i tentativi di dialogo con Mosca verranno fermati (in fondo, Zelenskij era stato minacciato di interruzione degli aiuti militari in cambio della procedura giudiziaria contro Biden jr) oppure gli apparati statunitensi non si faranno scrupoli nell’osteggiare la rielezione di Trump alla presidenza, nel 2020.

In gioco, dunque, vi è la strategia degli Usa nei confronti della Russia: nemico perpetuo o possibile socio (di minoranza) tattico nel futuro scontro con la Cina?

Ad ogni modo, intanto, l’impeachment va avanti e monopolizzerà il dibattito politico americano per i prossimi mesi. Il voto della Camera dei rappresentanti ha approvato la prima fase della procedura contro Trump. Un esito scontato, vista la maggioranza dei Democratici in tale ramo del parlamento americano. Altrettanto scontata pare la sconfitta dell’impeachment al Senato, che incontrerà certamente l’ostilità della maggioranza repubblicana – la quale si preannuncia compatta.

Il mancato successo dell’iniziativa rischia di essere un boomerang per gli oppositori di Trump. Ma stretti tra la necessità di dare risposte a un elettorato sempre più insofferente verso il presidente in carica – e sempre più disposto a votare in modo radicale alle primarie, verso Warren o Sanders – e quella di dar forza all’opposizione cavalcando temi sensibili, i Democratici sembrano disposti a correre il rischio.

Pietro Figuera

Acese, diplomato al Gulli e Pennisi e laureato in Relazioni Internazionali. Borsista di ricerca presso l’Istituto di Studi Politici S. Pio V di Roma. Fondatore di “Osservatorio Russia”, collabora con Limes, Rai Storia e il Groupe d'études géopolitiques. Autore del libro “La Russia nel Mediterraneo”, Roma 2016, Aracne editrice. 

Tags: