Mondo / La NATO compie 70 anni, occasione propizia per il rilancio dell’Alleanza atlantica

I 70 anni dalla fondazione della NATO – il Trattato istitutivo della North Atlantic Treaty Organization risale infatti al 4 Aprile 1949 – sono stati ricordati con distinte riunioni celebrative a Washington come a Londra.
Nella capitale degli Stati Uniti il convegno organizzato dai ministri degli Esteri dei 29 Paesi che costituiscono la struttura dell’Alleanza occidentale, ha riaffermato l’importante ruolo centrale dell’Organizzazione oggi, in un contesto geo-politico e strategico, fondamentalmente mutato rispetto a quello che fu lo scenario della piena Guerra Fredda, presente al momento della sua costituzione. Nell’ambito quindi di questa cornice celebrativa e ponendosi anzi come espressione degli attuali equilibri transatlantici, il vertice tra i capi di Stato e di Governo, riunito a Londra il 3 ed il 4 dicembre, ha voluto manifestare con franchezza la sussistenza d’importanti problemi che stanno attraversando l’intera comunità dei Paesi membri.
Una delle questioni aperte – tra quelle che hanno tenuto alta la vivacità del dibattito – e che ha collocato su opposti fronti gli Stati Uniti da un lato, ed i Paesi europei, che si aggregarono all’ origine nel primo nucleo costitutivo dell’Alleanza dall’altro –  ha riguardato il nodo del contributo alle spese del bilancio della NATO.
Infatti, il presidente Trump, in verità fin dall’assunzione dei poteri nel gennaio 2017, ha con molto realismo ed anche con tenace e paziente opera persuasiva, ripetutamente proposto che possano essere ripartite con sensibile risparmio per gli Stati Uniti, la nazione più importante e rappresentativa di tutta l’Associazione.
Secondo il nuovo indirizzo proposto, Washington dovrebbe ottenere una riduzione dei contributi, dall’attuale quota del 22% del PIL, al 16% del PIL, mentre la maggioranza degli alleati europei ed il Canada dovrebbero raggiungere almeno il 2% del PIL entro il 2020, con riserva di passare poi successivamente, così spera il Presidente americano, al 4% del PIL, entro il 2024.
Il tema delle spese dell’Alleanza non è affatto argomento nuovo nei rapporti tra i Paesi membri. Fu il senatore John Kennedy per primo ad introdurlo con un generico cenno contenuto entro una allocuzione che l’uomo politico statunitense propose ad un folto uditorio, il 15-12-1959, a Palm Beach in Florida. In essa, partendo dalla premessa che l’Alleanza Atlantica in pratica non fosse altro che una unione tra popoli e nazioni uguali, giunse poi alla logica conclusione che anche il riepilogo delle spese di essa alleanza non potesse che formarsi con una equa suddivisione o ripartizione tra tutti i Paesi costituenti l’Organizzazione.
Successivamente, una volta assunte le funzioni presidenziali, nel 1961, lo stesso Capo dell’Esecutivo statunitense, in materia NATO, enunciò un importante principio di politica estera, collocandolo entro lo spazio di un significativo discorso indirizzato alla riunione dei Ministri degli Esteri, dei Paesi dell’Alleanza, tenuta a Washington, il 14 settembre 1961. Il tema fu “nelle questioni non può essere consigliere chi non paga di tasca propria”, e di conseguenza in virtù di esso “gli Alleati non potevano condizionare la politica estera degli Stati Uniti, finché il loro contributo militare alla causa comune restava ridotto”.1
L’importante argomento, dunque fin dagli anni ’60, venne esattamente inquadrato entro l’ambito di una nuova visione della politica estera americana e pertanto, anche nel contesto di una riforma dell’Alleanza militare, secondo il progetto avviato dal presidente John Kennedy, ed in vista di una nuova prospettiva dei rapporti del tempo, intercorrenti tra gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica.
Un problema certamente già proposto in passato, quello della ripartizione delle spese dell’Alleanza, che viene quindi richiamato oggi, in una cornice di equilibri strategici completamente mutata, con tre grandi potenze sullo scacchiere mondiale (Stati Uniti, Russia e Cina) e con una moltitudine di ben 29 Stati costituenti l’Alleanza Atlantica e con gli effetti prodotti dal crollo del “Muro di Berlino” e dal tramonto dell’epoca della “Cortina di ferro”. L’incontro di Londra ha dunque segnato a suo favore diversi punti positivi. Vediamoli analiticamente, una volta che gli altri Stati membri dell’Alleanza hanno convenuto con le iniziative statunitensi, sulla ridefinizione di una nuova divisione delle spese a sostegno dell’Organizzazione militare comune.

Jens Stoltenberg

Un evento positivo è stato senza dubbio l’annuncio dato dal segretario generale della NATO, Jens Stoltenberg, contenente la proposta indirizzata a Pekino con l’invito a voler far parte dei negoziati “per definire i meccanismi del controllo globale delle armi, fino ad ieri concentrati sulla Russia”.2 L’annuncio che la Cina potrà dare il suo contributo ad un negoziato che si attende possa essere molto prolifico ed interessante, e che si ritiene possa comprendere anche l’argomento della smilitarizzazione dello spazio, è stato un fatto politico molto importante, perché può favorire di per sé stesso la formazione di altri accordi tra le Grandi Potenze in altri settori, pur essi strategici e fondamentali per un nuovo ordine dei rapporti internazionali, pacifico e non più conflittuale. Emblematiche, e sostanzialmente indicative di questo, senza dubbio più attento e disponibile rapporto politico, che sembra potersi avviare tra Washington e Pekino, sono state intanto le ripetute dichiarazioni cinesi, del presidente Xi Jinping, di netta contrarietà a qualsiasi guerra commerciale con gli Stati Uniti, ed anzi di netta propensione per un accordo sulla base di “reciproco rispetto ed eguaglianze”. È stata così aperta la strada, il 15 dicembre 2019, per il passaggio alla Fase 1 del negoziato vero e proprio, che dovrebbe servire a spalancare le porte a nuovi accordi doganali tra gli Stati Uniti e la Cina Popolare, e che ha intanto permesso ad entrambi i Paesi la reciproca cancellazione della decorrenza di quelle che sembravano dovessero essere le ipotetiche tappe successive del vicendevole trattamento ostile doganale, intrapreso con l’imposizione di tariffe sulle merci importate, dall’una come dall’altra parte.
Un altro interessante elemento di prova di questo “disgelo” commerciale, che sembra avviato tra i due giganti economici mondiali, è offerto dal rinnovo della deroga, concessa per altri tre mesi in merito alla sospensione dei rapporti commerciali, decisa a maggio 2019 dagli Stati Uniti. Tale decisione permette, al gigante tecnologico cinese Huawei ed alle aziende americane del settore, di continuare ad avere rapporti commerciali per i prodotti già esistenti sul mercato, fatta eccezione però per Microsoft, che potrà pure concedere la licenza al grande e ben sviluppato produttore di tecnologia cinese, anche sull’ultima versione di Windows.
Dunque, è stata allora sufficiente la proposta rivolta a Pekino di partecipare ai negoziati sul controllo globale delle armi perché potesse avere luogo la spinta psicologica per l’avvio del prezioso e necessario nuovo corso tra i due Paesi. Nondimeno, questo indirizzo propositivo, che sembra avviato tra le due Potenze mondiali più attrezzate dal punto di vista economico, non ha però dissipato la prudenza della Casa Bianca, la quale ha colto la necessità di dover necessariamente prospettare agli Alleati i rischi insiti nelle procedure di cessione a Huawei di infrastrutture per connessioni di quinta generazione (5 G), potenzialmente dannose per la sicurezza nazionale dei Paesi facenti parte della NATO, sotto il profilo dell’accesso di Huawei ai dati delle infrastrutture strategiche. Da parte statunitense, l’argomento è stato definito “questione a priorità molto elevata”.
In effetti, la necessità di tutelare e proteggere, con adeguate schermature, i dati sensibili dei Paesi NATO, in una epoca, quale quella attuale, caratterizzata da elevato sviluppo tecnologico con i problemi d’intromissione non autorizzata ovvero di furto di dati sensibili stessi, può rappresentare molto probabilmente uno degli argomenti su cui l’Associazione difensiva occidentale troverà oggi ed in futuro una unità di valutazioni e di decisioni. Per poter essere pronta a far fronte a queste sfide, non è possibile allora immaginare una difesa europea autonoma dall’apporto dei Paesi del Nord America.

Donald Trump

Allora la NATO deve continuare a vivere e sorreggersi sui due pilastri fondamentali già costituiti ed assolutamente interdipendenti tra loro: da un lato gli Stati Uniti ed il Canada, dall’altro i Paesi europei e la Turchia. Questa forte unione euro-atlantica fu a suo tempo solidamente propugnata dal presidente John F. Kennedy, il quale fu infatti di essa, ai primi anni “60, un convinto assertore. Fu proprio il Leader statunitense che si riferì ad una associazione euro-atlantica, dai molteplici comuni interessi nella difesa comune, nell’aiuto ai paesi poveri, …nelle soluzioni ai problemi dell’economia, della diplomazia e della politica”,3 presenti e sussistenti in qualsivoglia momento storico.
Una Alleanza dunque indispensabile, che deve essere tutelata, protetta, difesa dalle intromissioni cibernetiche invadenti e non autorizzate, ma che deve servire anche gli interessi di una epoca di collaborazione e di pace tra le Nazioni del Mondo, di esplorazione e verifica tra Alleati uniti al fine di “studiare le proposte di pace ed insieme adoperarci al momento della presentazione e discussione nelle conferenze ed insieme condividere oneri e rischi di questo sforzo”.4
Ma, ci si chiede, nel corso degli anni trascorsi, l’auspicio che il presidente Kennedy affermò nel 1961, per l’Organizzazione di difesa atlantica, si è poi nella realtà effettivamente avverato? Al riguardo, rimane vivo il ricordo di quanto avvenuto negli ultimi conflitti medio-orientali, dall’Afganistan alla Libia. Solo per il caso dell’Afganistan, è stato possibile giustificare l’intervento con l’applicazione, nel caso concreto dell’art. 5 del Trattato istitutivo dell’Alleanza Atlantica, che prevede appunto l’intervento degli altri contraenti a sostegno ed a difesa del Paese facente parte dell’Associazione, aggredito da terzi.
Negli altri conflitti, nelle operazioni di guerra in Iraq ed in Libia, i Paesi aderenti alla NATO si sono dimostrati inevitabilmente separati e profondamente divisi in ordine a quello che si sarebbe dovuto intraprendere nelle specifiche realtà operative dei conflitti, viziati peraltro da fondati dubbi di opportunità, militare e politica, e soprattutto inficiati da gravi vizi di legittimità. Il ruolo immaginato da John Kennedy, per la NATO del 1961, quando era stata costituita da appena dodici anni, forse nella realtà degli anni successivi non si è mai concretizzato realmente.
È possibile constatare invece una Organizzazione ben armata ed in possesso di micidiali ordigni nucleari tattici, nonostante il fatto che – nella realtà – l’avversario da contrastare non sia più compreso nella rimanente organizzazione mondiale, indicata come “Cortina di ferro”, ma sia invece individuato in alcuni, pur pericolosi gruppi, del terrore islamico. Allora, probabilmente anche per tal motivo, cioè per ricomporre ad unità una Organizzazione attraversata al suo interno più che mai da riserve, dubbi ed obiezioni, sarebbe probabilmente utile ritornare a quei compiti specifici di pacificazione, su cui si soffermò, con attenta riflessione, proprio il presidente John Kennedy.
Volendo quindi immaginare il ruolo pacificatore, dopo l’intervento in Afganistan, promosso certamente dagli attentati dell’11 settembre 2001, le iniziative del presidente Trump, sostenute da cospicuo realismo politico, che non immaginano per gli Stati Uniti nel 2020 un ruolo di protezione globale di tutto il Pianeta e sembrano proporsi invece per l’avvio della procedura di ritiro di una parte almeno degli attuali 13.000 americani, presenti a Kabul, si muovono nella giusta direzione. Il Presidente avrebbe in animo di raggiungere un accordo politico, tale da far venir meno la necessità dell’occupazione territoriale del Paese afgano, da parte statunitense.
Questa iniziativa presidenziale fa ritornare in mente analoghi riferimenti presenti nella storia appena trascorsa, cioè in provvedimenti di ritiro di forze militari americane presenti all’Estero, promossi dai predecessori del presidente Trump.
John Kennedy nel 1963, anno precedente le elezioni per il rinnovo del mandato presidenziale, aveva già messo in opera il ritiro dei primi 1.300 uomini dal Vietnam, primo nucleo dei complessivi 16.000 facenti parte della guarnigione assegnata a Saigon, e Richard Nixon, altro presidente repubblicano, aveva programmato nel 1971 la riduzione delle truppe americane da quello che nel frattempo era divenuto l’ingigantito conflitto vietnamita, portandole da 541.000 del 1969 a 325.000 del 1971, anno che precedeva appunto quello della rielezione del presidente californiano. Ecco allora pochi, ma pur sempre significativi esempi di quello che dovrebbe essere, dal 2020 in avanti, il ruolo della nuova NATO, una Associazione che agisca con l’apporto di uno Statuto probabilmente da rivedere, dopo 70 anni di applicazione, ma anche in effetti attrezzata e rinnovata da un nuovo consenso, convinto e forte e posto su nuovi indirizzi e strategie.

Sebastiano Catalano

  1. Schwoebel, “Kennedy e Khrushchew”, La Terza, Bari, 1964, pagg. 139 – 140.
  2. LA STAMPA, 5-12-2019.
  3. John Kennedy, “Il Peso della Gloria”, Mondadori, Milano, 1964, pag. 158.
  4. John Kennedy, “Obiettivo Mondo Nuovo”, Opere Nuove, Cassino, 1962, pagg. 216 – 217.
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